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Alterità e vicinanza: cristiani, turchi, rinnegati, ebrei a Venezia e nella frontiera orientale

di Giuseppina Minchella
21.11.2010

Sulla base della documentazione inquisitoriale, il saggio mette in luce un contesto urbano fortemente segnato dalla presenza orientale e il tessuto di relazioni esistente fra cristiani, ebrei e turchi nella città lagunare. Fra gli aspetti più rilevanti, si delineano la labilità dei confini religiosi, attestata da plurimi passaggi di fede all'interno delle tre religioni, e il "sogno turco", ossia la percezione di un mondo ottomano avvertito come migliore e più prodigo di opportunità rispetto all'Occidente cristiano. I fascicoli processuali aprono inoltre una finestra sulla frontiera balcanica e sullo Stato da Mar della Repubblica, mettendo in evidenza una situazione particolarissima di coesistenza e di complementarietà fra musulmani e cristiani, lontana dalla tradizionale turcofobia culturale e religiosa.


Il presente contributo si avvale della documentazione prodotta dal Sant'Ufficio di Venezia e dal Sant'Ufficio di Aquileia e Concordia, in Friuli, ossia in una zona della frontiera orientale del Dominio particolarmente delicata, a confine con l'impero asburgico e storicamente soggetta alle invasioni turche. I fascicoli processuali, relativi al lungo periodo compreso tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Settecento, si sono rivelati una fonte importante, in grado di offrire molteplici spunti di riflessione non solo in merito al dissenso ereticale, ma anche per quanto riguarda il funzionamento istituzionale dei tribunali periferici della fede e per la conoscenza di aspetti di storia sociale e culturale ancora poco indagati.



Venezia: presenze orientali nello spazio urbano

Nel caso di Venezia, le carte prodotte dal Sant'Ufficio gettano luce su una realtà urbana fortemente segnata dalla presenza orientale, popolata da turchi, da ebrei levantini, da armeni, da greci, da cristiani rinnegati. Un incartamento del 19 novembre 1588 appare indicativo del composito tessuto sociale della città e dell'uso diffuso della lingua turca. Si tratta di una denuncia per diffamazione, seguita dalla fase informativa del processo, contro l'ebreo levantino Saruch Cain in cui la deposizione di un non meglio identificato Michele armeno rimanda ad un alterco tra l'ebreo anzidetto e un greco:

Stando io un giorno all'Avogaria per una mia causa un giorno di festa, io sentii Cain Saruch, levantino hebreo, che faceva romor con un greco, che io non so il nome e sentii che detto Cain disse contra questo greco in lingua turchesca, la quale io possedo benissimo, gli disse in turchescho parole che in italiano vogliono dire "can sporco senza fede" e il greco si voltò a me e anco a talun armeno e disse: «Siete testimoni per... de Iddio de queste parole che me ha detto questo hebreo» ; il che inteso detto Cain repplicò dicendoli: «Brutto sporco, te farò ben metter preggion», parlando in lingua turchescha.

Se, come è stato da studi autorevoli sottolineato, l'uso del turco nella sfera politica e culturale veneziana era alquanto limitato, nel quotidiano l'occasione di parlarlo si rivelava invece molto più frequente, come conferma l'atto citato e come ribadiscono altri incartamenti del Sant'Ufficio veneziano, tanto da poter avanzare l'ipotesi di una funzione veicolare di questa lingua fra individui di diversa nazionalità: segno delle radicate relazioni tra minoranze orientali in ambito veneziano e dall'importanza mercantile di questa componente. La conoscenza della lingua turca era infatti legata alla stretta consuetudine commerciale e politica, ai molteplici vantaggi che ne potevano derivare in una città proiettata nella realtà mediterranea come Venezia, crocevia vitale tra l'Occidente cristiano e l'Oriente ottomano.

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