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IHistory. Tante domande (e nessuna risposta) sul nostro modo di fare storia

di Serena Di Nepi
13.06.2016

iHistory, la dicitura un po' alla moda che introduce il titolo di questo numero, fa immediato e intuitivo riferimento ai cambiamenti che la storia e la storiografia stanno affrontando in questi anni e che sono segnati tanto dalla diffusione delle nuove tecnologie quanto dall'affermazione di comunità virtuali di ricerca e confronto.


iHistory, la dicitura un po' alla moda che introduce il titolo di questo numero, fa immediato e intuitivo riferimento ai cambiamenti che la storia e la storiografia stanno affrontando in questi anni e che sono segnati tanto dalla diffusione delle nuove tecnologie quanto dall'affermazione di comunità virtuali di ricerca e confronto. La condivisione continua e su scala globale delle idee, dei progetti e dei risultati produce conseguenze di grande rilievo sul modo stesso di impostare e pensare il mestiere degli storici e coinvolge esperti di varie discipline: dagli archivisti ai bibliotecari, dagli informatici ai project-manager e agli specialisti di fundraising in ambito umanistico fino, ovviamente, agli studiosi. Sono sufficienti poche domande per illustrare quanto il peso crescente degli IT stia trasformando in profondità ogni aspetto del lavoro. In che modo la costruzione di database complessi, e predeterminati, influenza l'andamento di una ricerca? Quanto pesa l'obbligo di normalizzare e pubblicare i dati del lavoro di scavo? Quanto è cambiato il lavoro di controllo bibliografico nell'epoca di academia, research gate, scopus e Google books?

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