Recensioni

Giovanni Romeo, Amori proibiti: i concubini tra chiesa e inquisizione, Laterza, 2008

di Alessia Lirosi
11.02.2010

E' di pochi mesi fa la notizia che un uomo e una donna sono stati barbaramente uccisi dai Talebani perché accusati di avere una relazione senza essere sposati. Questo è solo uno dei più recenti episodi di cronaca che dimostrano come in tutte le società umane le élites religiose e le autorità statali cerchino di imporre il proprio controllo e i propri dettami - oggi come in passato - sulle questioni relative ai rapporti tra i sessi.


E' di pochi mesi fa la notizia che un uomo e una donna sono stati barbaramente uccisi dai Talebani perché accusati di avere una relazione senza essere sposati. Questo è solo uno dei più recenti episodi di cronaca che dimostrano come in tutte le società umane le élites religiose e le autorità statali cerchino di imporre il proprio controllo e i propri dettami - oggi come in passato - sulle questioni relative ai rapporti tra i sessi.

Nel libro Amori proibiti: i concubini tra Chiesa e Inquisizione, Giovanni Romeo analizza la lotta ingaggiata dalla Chiesa italiana durante l'età moderna contro i conviventi more uxorio, cercando di ricostruire le tappe che condussero alla codificazione del "reato" di concubinato e alla criminalizzazione di chi lo commetteva.

Soffermandosi soprattutto sulla situazione napoletana, Romeo dimostra come dopo il Concilio di Trento - che aveva ribadito con forza la necessità del celibato ecclesiastico e aveva stabilito regole severe riguardo alla sessualità coniugale (nell'intento di favorire il radicamento di un modello matrimoniale in cui il ruolo delle istituzioni ecclesiastiche fosse imprescindibile) - venne meno la tradizionale tolleranza e indifferenza che era stata fino ad allora rivolta, in linea di massima, a quanti convivevano o avevano rapporti sessuali senza essere sposati, in Italia come nel resto d'Europa.

A partire dalla seconda metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica decise dunque di affrontare con perentorietà la questione delle coppie di fatto, che tra l'altro coinvolgeva un numero non indifferente di ecclesiastici e religiosi. E lo fece su un duplice fronte: i vescovi avrebbero dovuto trovare e punire coloro che convivevano senza essere sposati, mentre agli inquisitori venne affidato il compito di stanare quanti difendevano il diritto di vivere l'amore liberamente e senza condizionamenti. Anche riguardo alle pene, fu previsto un trattamento differenziato: i semplici concubini vennero puniti con scomuniche, cartelli infamanti, multe, esilio o carcere (se riprendevano a frequentarsi dopo la prima assoluzione); invece i sostenitori del libero amore furono considerati diffusori di "eresie sessuali" perché predicavano contro il sacramento del matrimonio, e vennero quindi sottoposti come eretici a veri e propri processi. Tuttavia anche i conviventi more uxorio potevano rischiare un procedimento per eresia se esitavano a separarsi persino dopo essere stati scomunicati, poiché il persistere nell'illiceità del loro comportamento li rendeva sospetti di nutrire convincimenti eterodossi sul vincolo coniugale.

Un caso interessante dei rapporti tra autorità diocesane e inquisizione fu rappresentato dal viceregno spagnolo dell'Italia meridionale: l'arcivescovo di Napoli ricopriva, infatti, anche il ruolo di supremo inquisitore locale, direttamente in contatto con il Sant'Uffizio romano. Questa è una delle peculiarità che ha spinto Giovanni Romeo a soffermarsi sulla città partenopea, oltre al fatto che essa rappresentava all'epoca il più grande e popoloso centro urbano di tutta la penisola, «una metropoli ribelle, inquieta, attaccata ai piaceri della vita, nel clero come nel laicato». In particolare, lo studioso ha concentrato la sua ricerca su un arco temporale che va dal 1563 al 1656, abbracciando circa un secolo, e ha analizzato le fonti e i documenti conservati nell'Archivio Storico Diocesano locale (tra l'altro, in appendice al libro sono riportate alcune interessantissime testimonianze fornite agli inquisitori da concubini dell'epoca).

Napoli ha attirato l'attenzione dello storico anche per la lotta che vi si instaurò tra il potere statale spagnolo e il clero locale sul controllo della sessualità. Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, i vicerè e i loro ministri cercarono infatti in ogni modo di delimitare le competenze degli ecclesiastici sui concubini e ridurre il loro intervento al solo "foro" spirituale, ma senza successo. Perciò, convivere nella città partenopea senza essere sposati divenne un peccato perseguitato duramente non dalle autorità governative ma dalla Chiesa, al pari di quanto avvenne nel resto d'Italia e al contrario di quanto accadde invece in Spagna.

Romeo, tra l'altro, rileva una differenziazione di genere nelle condanne per concubinato: infatti, sebbene gli uomini venissero considerati i principali responsabili dell'abuso, bastava che allontanassero le loro compagne per essere assolti; invece, le donne conviventi potevano essere immediatamente espulse dalla città e dalla diocesi, oppure venivano costrette alla fuga dall'atmosfera intollerante che le circondava in parrocchia, con tutte le inevitabili conseguenze dettate dallo sradicamento e dal rischio di povertà.

«Il bilancio finale non fu particolarmente positivo» rileva ancora lo studioso «poche regolarizzazioni, molte sofferenze, molte donne disonorate, molti bambini privati delle loro famiglie, ma anche molta indifferenza, diffusa ostilità verso l'intolleranza, indomabili resistenze». Certo è che vescovi e inquisitori si dedicarono al riordinamento della sessualità nell'ambito di una precisa strategia adottata dalla Chiesa della Controriforma. Tale strategia mirava a fare introiettare regole, mentalità e comportamenti approvati dalle gerarchie ecclesiastiche, che cercarono dunque di entrare con viva forza nella vita personale e quotidiana degli italiani per combattere ogni pratica contraria all'ortodossia, con un'ombra lunga che persiste ancora oggi.

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