Recensioni

Maurice Daumas, Adulteri e cornuti. Storia della sessualità maschile tra Medioevo e Modernità, edizioni Dedalo, 2008.

di Marina Baldassari
16.02.2010

Sin dalle prime pagine del suo volume, Maurice Daumas sottopone ai lettori una serie di semplici ma intriganti domande, piuttosto bizzarre e inusuali per un saggio destinato ad una trattazione storica, ma che in realtà racchiudono un enigma che l'autore, attraverso numerosi indizi e suggestioni, disvelerà unicamente nell'esposizione degli ultimi capitoli: perché gli uomini del Rinascimento avevano tanta paura di essere cornuti? Perché ci si divertiva tanto con un argomento così delicato? Perché cogliamo il lato comico dell'adulterio solo quando esso è perpetrato ai danni del maschio? E infine, "perché solo gli uomini sono cornuti?"


Sin dalle prime pagine del suo volume, Maurice Daumas sottopone ai lettori una serie di semplici ma intriganti domande, piuttosto bizzarre e inusuali per un saggio destinato ad una trattazione storica, ma che in realtà racchiudono un enigma che l'autore, attraverso numerosi indizi e suggestioni, disvelerà unicamente nell'esposizione degli ultimi capitoli: perché gli uomini del Rinascimento avevano tanta paura di essere cornuti? Perché ci si divertiva tanto con un argomento così delicato? Perché cogliamo il lato comico dell'adulterio solo quando esso è perpetrato ai danni del maschio? E infine, "perché solo gli uomini sono cornuti?"

Nonostante la leggerezza dei quesiti però non è solo una questione di corna o meglio, l'ilarità e il ridicolo che traspaiono dalle storielle in cui il povero marito viene sbeffeggiato e gabbato a suon di intrighi e raggiri dalla propria compagna e dal suo complice delineano principalmente il lato ludico e faceto dell'adulterio, tralasciando però di cogliere i significati e le conseguenze tutt'altro che comici che, nella realtà di antico regime, un gesto del genere poteva comportare.

Nel suo saggio Daumas analizza dunque l'ambiguità di questa duplice percezione, allo stesso tempo ludica e seriosa, tentando di rintracciare, proprio nell'esasperato sarcasmo e soprattutto nella centralità della figura del cornuto, lo svolgimento di un racconto mitico e paradossale che fa da sfondo alla lenta e progressiva costruzione dell'identità maschile in epoca moderna.

Prediligendo il contesto culturale franco-fiammingo, compreso in un arco di tempo che dal tardo Medioevo arriva sino alla metà del XVII secolo, Adulteri e cornuti procede con vivacità attraverso differenti registri narrativi che, passando dal serioso al comico, dall'immaginario al reale, dal letterario al popolare, ci restituiscono una riflessione storica sull'adulterio, sui rapporti di genere e sul ruolo degli attori coinvolti in tali dinamiche.

La lunga tradizione letteraria dai canonisti ai teologi e giuristi annoverava l'adulterio, al pari di altri comportamenti quali lo stupro, la fornicazione, la sodomia e la bestialità, tra le trasgressioni sessuali più gravi. Commettere adulterio significava compromettere l'indissolubilità e la sacralità del vincolo matrimoniale, ideali che si rafforzarono ancor di più all'indomani del Concilio di Trento, nel momento in cui la volontà di sorvegliare e disciplinare atteggiamenti deviati travalicò le mura domestiche, misurandosi con la condotta dei singoli individui. Il matrimonio divenne così un esempio di cristianità cui dover aspirare e conformarsi, in cui la devozione e la fedeltà verso il proprio compagno dovevano rispecchiare l'amore verso Dio.

Nella realtà di tutti i giorni sappiamo che il modello coniugale tridentino faticò ad affermarsi; si continuava a tradire, così come fu difficile vigilare su altri tipi di condotte "lussuriose" e trasgressive e, in questo senso, la documentazione dei tribunali ecclesiastici e secolari di epoca moderna è ricchissima e ci restituisce testimonianze di efferata violenza legate a vicende di stupro, di prostituzione e soprusi coniugali.

L'analisi di Daumas tralascia tuttavia lo studio diretto dei documenti d'archivio per attingere invece al vasto repertorio delle fonti a stampa, soprattutto di tradizione francese rinascimentale: dalle cronache agli opuscoli, dagli statuti alle canzoni, dai detti popolari alle novelle e romanzi cortesi.

Secondo l'autore, adulterio e corna rappresentano le due facce della stessa medaglia, i due volti di un medesimo fatto sociale il cui significato è delineato nella prima parte del libro: tra Quattro e Cinquecento, il tradimento coniugale, "al pari della prostituzione, presenta tutti i tratti di una condotta sociale, organizzata dagli uomini per gli uomini, vale a dire dotata di una funzione".

"L'epoca d'oro dell'adulterio maschile", se da un lato rappresenta il titolo di un capitolo del volume di Daumas, dall'altro ci richiama alla mente vicende in cui i rapporti fra uomo e donna erano fortemente disarmonici e in cui l'infedeltà tra coniugi contribuiva ad accentuare tale asimmetria. Alla donna che si macchiava di adulterio erano riservati i castighi più duri e infamanti, accompagnati dalla condanna e dalla riprovazione morale e sociale. All'uomo, invece, vittima del tradimento, e colpito nel suo orgoglio, non restava altro che difendere l'onorabilità vilipesa e ridicolizzata dalle risate e dallo scherno della comunità intera. Difatti, alla pari della giustizia "alta", esisteva un altro tipo di giudizio non codificato ma basato sulle consuetudini e profondamente legato alle dinamiche di vita sociale. Lungi dall'essere spontaneo, il castigo popolare si manifestava attraverso rituali ben organizzati quali gli charivaris, le cavalcate sul dorso dell'asino, le parate e i travestimenti, spettacoli in cui al cornuto era riservato il ruolo del protagonista, "dell'eroe " di una farsa. Daumas fa sua la lezione di Natalie Zemon Davis e pone l'accento sulla funzione sociale di tali manifestazioni volte a ristabilire l'ordine compromesso e garantire la sopravvivenza di determinati valori ma, nello stesso tempo, ne evidenzia l'esagerata ostentazione. Denigrare il marito tradito provoca sì risate esasperate ma il riso nel profondo cela la paura.

Tali atteggiamenti non trovano un equivalente nel genere femminile, non esistono storielle di "cornute" o di triangoli amorosi nei quali è la donna a dover sopportare l'imbarazzante peso dell'infedeltà, non almeno nell'ampio spettro delle fonti proposte dall'autore.

La condanna "pubblica" dell'adulterio interessa l'intera epoca rinascimentale; un mutamento di tale percezione si avverte solo alla fine del XVII secolo, momento in cui, in coincidenza con la graduale emancipazione della donna e con la marginalizzazione della prostituzione, si delinea un nuovo modello di affettività coniugale fondato sull'amore, sull'uguaglianza e sul rispetto dei reciproci doveri. Il tradimento diventa una questione privata, un conflitto che trova risoluzione all'interno dello spazio domestico, in una dimensione dove moglie e marito si ritrovano per confrontarsi in un dialogo alla pari.

Tuttavia tra il XV e il XVI secolo si ride ancora del matrimonio, al punto che la produzione letteraria, dai romanzi cortesi alle storielle licenziose riserva alle disavventure coniugali e ai triangoli amorosi le sue testimonianze più appassionanti e divertenti.

Ma è proprio sul legame tra marito e amante della moglie che l'autore punta la sua attenzione, impegnandosi a rispondere all'"enigma delle corna" proposto all'inizio del volume. Il "buon compagnone", questo è uno dei tanti epiteti assegnati al terzo incomodo, riveste un ruolo ambivalente e ambiguo. Egli, se da un lato si fa beffe del coniuge raggirandolo, con il tempo, sposandosi, sarà destinato a subire la stessa sorte; "le corna riposano su un principio di eguaglianza, nel senso che nessun uomo può sfuggirvi".

Tale comunanza di destini spiana le rivalità tra i due contendenti, avvicinandoli più di quanto in apparenza non siamo portati a pensare. È su questo punto che Daumas si sofferma dando del triangolo amoroso marito-moglie-amante una lettura piuttosto insolita e originale: attraverso la mediazione/condivisione della donna i due antagonisti rinsaldano il loro rapporto, "creando un legame più forte dell'amicizia, paragonabile al vincolo fraterno". La letteratura faceta, con le sue novelle oscene e licenziose, insiste moltissimo su tali aspetti, individuando proprio nel "compagnonaggio" la sublimazione di un rapporto omosessuale che non oltrepassa mai il piano simbolico. Gli uomini ridono perché temono per la loro virilità minacciata dalla componente sessuale insita nel legame che si crea tra "cornificato" e "cornificante".

L'ilarità e il ridicolo consacrano il vincolo del compagnonaggio, neutralizzandone la natura promiscua e ambigua e contribuendo così a preservare integra l'identità maschile. Un'attitudine facilmente individuabile anche oggi in alcuni ambienti specificamente maschili connotati da una forte intimità e competitività. Basti pensare al mondo del rugby, preso in esame dalle scienze sociali e dall'antropologia, come esempio paradigmatico di tale attitudine; sono luoghi nei quali la forte misoginia e la violenza esibita "non esclud[ono] gesti di connivenza erotica sottesi". Dunque, la ritualità di taluni atteggiamenti normalizza il "pericolo" dell'omosessualità, dando luogo a scherzi, battute, giochi anche brutalmente esagerati e violenti volti a stemperare una tensione e un desiderio latente.

Senza scomodare il mondo del rugbisti, una battuta di Amici miei di Mario Monicelli, riassume con molto realismo e disincanto la sostanza di tale legame di genere così solido, complicato e ambiguo: uno dei cinque componenti del gruppo, scappando insieme ai suoi amici, dopo aver commesso l'ennesima "zingarata" esulta dicendo: "ragazzi come si sta bene tra noi, tra noi uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi?".

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