Recensioni

Tiziana Plebani. Un secolo di sentimenti. Amori e conflitti generazionali nella Venezia del Settecento

di Giuseppina Minchella
22.11.2015

La storia dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni, è l'oggetto di questo bel libro di Tiziana Plebani. Una storia finora quasi inesplorata che viene percorsa per disegnare il contesto sociale e culturale della Venezia del Settecento e riconoscervi i grandi mutamenti storici, filosofici e sociali che hanno contribuito alla nascita di una nuova cultura della sensibilità. Per scoprire così, ben al di là dello scenario angusto della decadenza, una Venezia viva, moderna, che si fa parte integrante del coevo contesto internazionale.


La storia dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni, è l'oggetto di questo bel libro di Tiziana Plebani. Una storia finora quasi inesplorata che viene percorsa per disegnare il contesto sociale e culturale della Venezia del Settecento e riconoscervi i grandi mutamenti storici, filosofici e sociali che hanno contribuito alla nascita di una nuova cultura della sensibilità. Per scoprire così, ben al di là dello scenario angusto della decadenza, una Venezia viva, moderna, che si fa parte integrante del coevo contesto internazionale.

Come premessa essenziale, si snoda il percorso compiuto dal pensiero filosofico europeo, che dal secondo Seicento abbandona la tradizione metafisica di cui si era nutrito per pervenire a un approccio sperimentale alla conoscenza, basato sull'esperienza sensibile, sull'osservazione diretta del mondo: un nuovo strumento di costruzione del sapere che indicava una nuova strada da percorrere anche per conoscere se stessi, il proprio corpo, il proprio sentire e ripudiava la relazione tra carne e peccato, propria di una plurisecolare concezione moralistica di matrice agostiniana per accettare e valorizzare le passioni, gli impulsi amorosi e ogni altra manifestazione della sfera affettiva, per affermare «un linguaggio dei diritti, dei desideri e dei sentimenti». L'approdo è la conquista di una nuova percezione e coscienza di sé, vale a dire la nascita dell'individualismo nella storia occidentale, in definitiva, l'apparizione dell'uomo moderno. Un cambiamento radicale, messo in evidenza a ragione dall'autrice. Ossia la conquista di nuove risorse individuali, di diversi schemi di riferimento, l'affermazione di valori come il rispetto, la libertà, la legittimità dei sentimenti: una rivoluzione liberatrice che aggiudica agli individui autonomia di pensiero e di scelta personale, il diritto alla conoscenza di sé, alla propria sfera affettiva, alla sensualità, al piacere.

Quello che si spiega e si dispiega nelle pagine del libro è un fenomeno esteso e rilevante, non limitato al solo patriziato ma trasversale ai diversi ceti sociali; è una svolta di grande portata che conduce a nuovi paradigmi culturali, a nuovi modelli di condivisione del sapere e aspira al superamento della disparità sociale in virtù di una visione del mondo basata sul principio di uguaglianza naturale.

Sullo sfondo si staglia dunque una realtà cittadina germinata dall'osmosi con la cultura del tempo, permeata dalla penetrazione delle idee illuministiche. E in questo scenario socio-culturale mutato, nei luoghi della socialità e dello scambio si parlano nuovi linguaggi e si fanno conversazioni e riflessioni audaci sulla scia dei grandi mutamenti culturali della fine del secolo. Anche il teatro, il melodramma, i romanzi parlano di una nuova sensibilità, svincolata da legami di sudditanza e di obbedienza; celebrano la forza e la visibilità dei sentimenti, si fanno portatori di valori che sconfessano i principi e i sistemi dell'antico potere, che rinnegano gli antichi rapporti tra i sessi legati all'idea dell'inferiorità della donna, intaccano le antiche gerarchie verticali all'interno della famiglia e trasformano le relazioni tra genitori e figli. Il "colore di un'epoca", come lo definisce Tiziana Plebani, tinge l'ambiente e l'atmosfera cittadina in cui si muovono i giovani veneziani: figli e figlie non più disposti a subire le imposizioni della politica familiare, che respingono piani matrimoniali prestabiliti e si mostrano decisi a rivendicare diritti naturali ormai considerati inalienabili, capaci di destreggiarsi per superare veti e ostacoli, a trovare vie d'uscita a strade per secoli sbarrate.

Attraverso un'ampia e accurata ricerca archivistica, l'esame di lettere, richieste, suppliche di figli e di genitori agli Inquisitori di Stato e ai Capi del Consiglio dei Dieci, e tutta una casistica di «contraddizioni», ossia di impedimenti matrimoniali, di matrimoni segreti e clandestini presso la Curia Patriarcale, Tiziana Plebani ricostruisce storie personali che ci fanno «ascoltare il pulsare di questa trasformazione nelle vite individuali». Sono storie che ci parlano di conflitti generazionali, del venir meno di una cultura del dovere, di indocilità filiale; sono vicende che documentano l'erosione dell'autorità paterna, i contrasti di volontà, le modifichiate relazioni tra genitori e figli, sia maschi che femmine, e i mutati rapporti tra i sessi; vissuti individuali animati dall'aspirazione a vivere pienamente il sentimento d'amore, a gestire liberamente la propria vita.

Allo Stato si rivolgono dunque padri, la cui autorità è ormai scossa dalle fondamenta, per impedire relazioni o matrimoni sconvenienti dei propri figli. Allo Stato, e alle sue misure di correzione e di controllo, è affidato il compito di ricomporre i conflitti familiari per difendere l'onore dei casati. Le carte degli Inquisitori e dei Capi dei Dieci ci parlano così in primo luogo di disobbedienza filiale, di individui che non accettano più scelte fatte da altri e anelano alla libertà delle proprie nozze. Ci parlano di giovani patrizi allontanati da Venezia e relegati in luoghi lontani e inospitali per il loro ravvedimento, come avviene a Ottavian Pisani, nel 1739 confinato nella fortezza di Palmanova da due anni quando la madre, l'aristocratica Chiara Valmanara, vedova di Michele Pisani, comunicò agli Inquisitori che il figlio «era in disposicione di sposar una tal Dorotea Moscovia di vitta libertina figlia di un calegaro». E vediamo la supplica con la quale Bertuzzi Valier lamentava che il nipote Iseppo era «in procinto di denigrar la fama di tutti tentando di contraer matrimonio con Bettina Menegoni di bassissima condittione». Ci imbattiamo in storie di donne cacciate da Venezia, come la popolana Catterina Miel, rinchiusa nel monastero delle Convertite a Treviso su ordine degli Inquisitori ai quali si era rivolto nel 1749 il patrizio Francesco Zacco perché la donna aveva spinto il figlio, «inescato» dalle sue scaltre maniere, a «tentare con essa un furtivo matrimonio». Per ordine statale, Catterina Miel sarebbe stata sorvegliata con cura, tenuta lontana dalle inferriate, senza poter inviare o ricevere lettere. Era un atteggiamento proprio anche della borghesia, come spiega la vicenda di Sabina Vidona, una ragazza friulana che aveva trovato lavoro in casa di Guglielmo Marchetti, ragionato della cancelleria statale, cacciata dal servizio perché di lei si era invaghito il figlio maggiore, Antonio, pronto a prenderla in moglie e a «far le cose come comanda la santa chiesa». Il funzionario aveva così richiesto l'intervento degli Avogadori di Comun e il giovane era stato rinchiuso al Lido come soldato sotto minaccia di essere spedito in Levante se non avesse abbandonato il suo progetto matrimoniale.

Ma soprattutto, rileva l'autrice, queste carte ci offrono la possibilità di «avvicinarci alla vita affettiva di allora, ai sentimenti dei padri o delle madri, a quelli dei figli, a comprendere quali dinamiche si stessero originando». Pervengono agli Inquisitori, infatti, anche le voci dei figli che parlano di resistenze, di ribellioni, ma anche di reazioni posposte, a quanto testimonia il gran numero di richieste di divorzio avanzate soprattutto dalle donne, ormai decise a non rinunciare alla propria felicità sentimentale. Lo spiega bene la vicenda di Cataruzza Grimani che nel settembre 1787, a un anno da un matrimonio imposto, aveva presentato richiesta di divorzio al Patriarcato e ottenuto dagli Avogadori di Comun il permesso di abbandonare la casa del marito per collocarsi alle Pizzocchere con animo di unirsi in seguito al suo innamorato.

Tiziana Plebani strappa all'oblio splendide e inattese voci di donne, ci restituisce le loro riflessioni affidate alla scrittura, come quelle che traspaiono nella lettera inviata al padre il 15 maggio 1777 da Caterina Businari dopo essersi unita in un matrimonio clandestino contravvenendo alla sua volontà: sono le parole di una donna intraprendente, decisa a una «risoluzione ardita e temeraria», pronta a difendere il proprio comportamento e ad affrontarne le conseguenze.

E troviamo anche lettere dei giovani all'amato o all'amata. Carpite dai genitori, a riprova della gravità della situazione per cui ci si affidava all'intervento statale, compaiono allegate alle suppliche agli Inquisitori. Sono scritti che costituiscono uno specchio prezioso dell'intimo sentire di figli ribelli. Leggiamo parole che mettono sul banco degli imputati padri «in figura d'avversario» ormai definiti nemici e tiranni, che tratteggiano un nuovo lessico dei sentimenti e fanno ben comprendere la vitalità, le speranze, la fiducia di cui questi si caricavano. Ma scopriamo anche che questa pratica della corrispondenza tra un uomo e una donna costituiva uno strumento concreto di progettualità comune, un mezzo per intravedere strade praticabili, per rendere possibili, realizzabili le proprie aspettative. La possibilità, una parola nuova e importante, che sottende una profonda trasformazione della soggettività, perché per la prima volta la libertà individuale, la libertà dei sentimenti, è pensata come possibile. è questo un aspetto fondamentale, rilevato con forza dall'autrice, che ci presenta giovani pronti a trarre lezione dalle sollecitazioni e dai nuovi modelli di comportamento offerti dalla letteratura e dal teatro, dai protagonisti di romanzi e di commedie, quasi in un «gioco di rimbalzo dalla scena alla vita» ; giovani capaci di avvalersi di strategie, di molteplici saperi e di una cultura del «saperci fare», generati dalla circolazione delle informazioni e delle conoscenze, per giocare la propria carta vincente e conseguire unioni negate dall'autorità paterna e dalla disparità sociale. Come ci dice l'esito della vicenda dei già citati Antonio e Sabina, quando la volontà di un padre dispotico fu destinata a soccombere alla tenacia e alla capacità di destreggiarsi dei due giovani. Sabina aveva infatti fatto recapitare ad Antonio, rinchiuso al Lido, una carta d'impegno matrimoniale abbozzata da un avvocato e questi l'aveva ricopiata e sottofirmata: quella promessa sulla carta aveva aperto la strada alle nozze perché gli Esecutori contro la Bestemmia, cui Sabina aveva presentato la scrittura, avevano deliberato in primis l'arresto di Antonio per deflorazione e quindi la celebrazione del matrimonio. E come confermano le numerose testimonianze di nozze a sorpresa riportate nel libro, contestuali a comparse inattese davanti al sacerdote per pronunciare a voce alta e alla presenza di testimoni il reciproco consenso e pervenire a legittima unione: giovani ben consapevoli della validità del loro gesto irregolare alla luce dei decreti tridentini, che avevano infatti posto la libertà di scelta e l'intenzionalità dei contraenti alla base del sacramento del matrimonio.

Un secolo di sentimenti è dunque un lungo e appassionante viaggio nel mondo affettivo del Settecento. Sentimenti che «entrano in scena, altri che l'abbandonano», scrive Tiziana Plebani, e insieme a questi le parole: parole «stanche» destinate all'oblio e parole che si caricano di nuovo significato e tracciano una nuova rotta. Parole come fulcri, «come testimoni» di un'epoca: aspetto acuto e particolarmente efficace del libro. Termini vecchi, che si abbandonano, come «obbedienza», «onore» e termini nuovi: l' «energia» racchiusa nei sentimenti, una forza che spinge ad agire e a superare ogni ostacolo; la «disobbedienza», l' «intraprendenza», la «tenacia» per rivendicare diritti individuali finalmente strappati al dominio pubblico e rapportati alla sola sfera personale; ma anche «clemenza», termine nuovo nel linguaggio degli Inquisitori, volto a sospendere castighi, a comprendere ragioni e istanze di libere scelte.

È di scena dunque un nuovo protagonismo dei giovani, uomini e donne, e con esso «la spinta del secolo verso la felicità»

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