Recensioni

La Coccarda Rossa, di Mauro Mercuri, Carlo Bazan, Carlo Rispoli, Segni d'autore, 2014

di Ginevra Diletta Tonini Masella
14.01.2016

Parigi, autunno 1888. Un anziano e distinto signore legge seduto in un bistrot. Un uomo più giovane, dai tratti esplicitamente mediterranei, lo osserva e poco dopo gli si avvicina. Riconosce in lui il suo re, Francesco II di Borbone, in esilio a Parigi: da giornalista, gli chiede di poter ascoltare e raccontare i fatti accaduti quasi trent'anni prima.

Inizia così il racconto appassionante dell'occupazione piemontese nell'Italia meridionale: filo conduttore di questa narrazione è il personaggio di Nicola Cardone, all'epoca sotto-ufficiale del Reggimento degli Ussari della Guardia Reale, a capo dei gruppi lealisti e fedeli ai Borbone. Attraverso la sua storia sono documentati e narrati fatti lasciati molto spesso a latere dalla storia ufficiale: l'arrivo delle truppe piemontesi nel Meridione, infatti, non fu affatto indolore e implicò stragi e soprusi per la popolazione, considerata involuta e al tempo stesso ostile, poiché fedele ai Borboni.


Parigi, autunno 1888. Un anziano e distinto signore legge seduto in un bistrot. Un uomo più giovane, dai tratti esplicitamente mediterranei, lo osserva e poco dopo gli si avvicina. Riconosce in lui il suo re, Francesco II di Borbone, in esilio a Parigi: da giornalista, gli chiede di poter ascoltare e raccontare i fatti accaduti quasi trent'anni prima.

Inizia così il racconto appassionante dell'occupazione piemontese nell'Italia meridionale: filo conduttore di questa narrazione è il personaggio di Nicola Cardone, all'epoca sotto-ufficiale del Reggimento degli Ussari della Guardia Reale, a capo dei gruppi lealisti e fedeli ai Borbone. Attraverso la sua storia sono documentati e narrati fatti lasciati molto spesso a latere dalla storia ufficiale: l'arrivo delle truppe piemontesi nel Meridione, infatti, non fu affatto indolore e implicò stragi e soprusi per la popolazione, considerata involuta e al tempo stesso ostile, poiché fedele ai Borboni.

Con delle tavole a colori dalle tinte forti e dal segno deciso, che richiamano alla mente le storie di uno dei grandi maestri dell'illustrazione italiana, Hugo Pratt, questo graphic novel riesce a unire il racconto dettagliato e puntuale degli eventi storici, documentati dalle ricerche in archivio, con l'appassionante ritmo che ci si aspetta da una storia di briganti. Al tempo stesso, tuttavia, riesce a chiarire la sfaccettata realtà dei giorni convulsi che seguirono l'Unità d'Italia nel 1861, in cui gli appartenenti alle truppe borboniche venivano annoverati dai piemontesi tra i malviventi comuni, i briganti, e come tali venivano trattati, non facendo alcuna distinzione tra i criminali veri e propri e gli oppositori politici.

Il racconto di Francesco II di Borbone, seduto al tavolino di una caffè parigino, evidenzia, attraverso le vicende del suo sotto-ufficiale Cardone e di Rosaria, la sua compagna, l'ostilità della popolazione verso coloro che si presentavano come liberatori ma venivano percepiti come invasori. Da qui nasce il nodo centrale della narrazione, la difficile interazione tra due mondi fino a pochi giorni prima su fronti opposti – in cui il pregiudizio delle truppe piemontesi era avvalorato dalle teorie lombrosiane che proprio in quegli anni cominciavano a diffondersi e a connotare fisicamente il modello del malvivente, del criminale, del brigante, applicate senza remore agli abitanti del Sud.

La rivolta popolare contro l'occupazione delle truppe dei Savoia viene documentata e ricostruita con dovizia di particolari dalle ricerche di Mauro Mercuri, che ha curato il soggetto di questo bel volume, attraverso l'uso attento dei documenti custoditi nei faldoni dell'Archivio dell'Ufficio Storico dell'Esercito Italiano. La sceneggiatura di Carlo Bazan e le illustrazioni di Carlo Rispoli riescono a rendere i chiaroscuri e le ombre di eventi rubricati all'epoca sotto il generico fenomeno del brigantaggio ma che sottendevano, in realtà, una strenua opposizione politica e sociale ai metodi e alla dominazione dei piemontesi Emerge così una rappresentazione corale e insieme emotivamente coinvolgente dello scontro tra le truppe del generale Enrico Cialdini e i cosiddetti briganti. A cosa era dovuta, questa strenua ostilità alla "libertà" portata dai Savoia? Principalmente al fatto che i piemontesi imponevano un modello di libertà calato dall'alto a una popolazione, quella del Meridione, che ritenevano incivile, involuta e inferiore – non evitando, tuttavia, di sfruttarne le risorse e la manodopera per dare ossigeno all'economia del regno. Esemplari sono le parole di uno di quei fantomatici briganti: "Siamo briganti noi che difendiamo le nostre case in casa nostra?".

Il racconto di Francesco II di Borbone si snoda oltreoceano, incrocia con i suoi protagonisti la guerra di Secessione americana alla ricerca del traditore Izzo e ritorna poi sul lungo Senna a Parigi, al tavolino del bistrot che nel frattempo ha convogliato altre persone incuriosite dalle parole del vecchio re. Ma è una lunga storia ancora non conclusa, quella di Nicola Cardone e della guerra civile post unitaria, che gli autori racconteranno nel secondo volume Il Massacro dei Cavalieri Grigi, affidando la conclusione di questa lunga storia alle parole di Francesco II. Che chiosa, allontanandosi sul boulevard alberato: "I libri di storia li scrivono solo i vincitori. E quindi gli eroi sono loro: sono i piemontesi… e io non sono più un re, sono soltanto un povero vecchio, emigrato in terra straniera, sono soltanto il signor Fabiani".

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