Recensioni

Tiziana Plebani, Storia di Venezia, città delle donne. Guida ai tempi, luoghi, presenze femminili, Marsilio, 2008

di Giuseppina Minchella
19.05.2011

Un'idea intrigante ha dato vita al bel libro di Tiziana Plebani che ripercorre l'intero arco della storia di Venezia in una chiave inconsueta, leggendo fatti e contesti come «costruzione negoziata tra più soggetti» e strettamente legati alla presenza e al ruolo attivo della componente femminile.

Partendo dal mito delle origini, l'indagine si snoda attraverso i secoli per rievocare un percorso millenario, delineando le diverse epoche della storia veneziana, dall'età ducale alla repubblica, dall'espansione del XV e XVI secolo alla decadenza seicentesca, dai fermenti illuministici a quelli risorgimentali, per giungere infine ai giorni nostri.


Un'idea intrigante ha dato vita al bel libro di Tiziana Plebani che ripercorre l'intero arco della storia di Venezia in una chiave inconsueta, leggendo fatti e contesti come «costruzione negoziata tra più soggetti» e strettamente legati alla presenza e al ruolo attivo della componente femminile.

Partendo dal mito delle origini, l'indagine si snoda attraverso i secoli per rievocare un percorso millenario, delineando le diverse epoche della storia veneziana, dall'età ducale alla repubblica, dall'espansione del XV e XVI secolo alla decadenza seicentesca, dai fermenti illuministici a quelli risorgimentali, per giungere infine ai giorni nostri. È un'immersione nella storia della città che ha l'effetto di proiettarci in una dimensione concreta, quasi palpabile del passato, direttamente all'interno delle vicende narrate, in ambientazioni circostanziate che sanno svelare la fisionomia dei soggetti storici prima che questi compaiano, che sanno rendere sensibili presenze collettive e individuali. Ma l'immediatezza degli affreschi, rievocati anche dall'uso di termini dialettali ancora oggi in uso, è supportata da una profonda conoscenza della storia di Venezia e delle sue istituzioni, nonché da una sapiente e dettagliata documentazione archivistica, che costella il testo senza mai appesantirlo.

Tiziana Plebani, con l'apporto delle sue collaboratrici, tratteggia tutto un protagonismo femminile nel contesto sociale, produttivo e culturale, strettamente intrecciato alla vita stessa della città e non disgiunto da una capacità, anch'essa tutta femminile e trasversale all'intera società, di dar vita a forti vincoli di solidarietà nel tessuto urbano, dai quotidiani rapporti di vicinato all'impegno profuso in associazioni religiose e laiche.

La prospettiva è diacronica: nell'antico cuore rurale della città troviamo donne impegnate nei lavori agricoli, donne che intrapresero la via del mare, che fondarono conventi e ospedali, istituti per accogliere bisognosi e pellegrini; le vediamo disporre liberamente le proprie volontà in atti notarili e testamentari; l'esercizio dei mestieri in una Venezia ormai estesa e urbanizzata, ci restituisce Molfina «fiolaria», fabbricante di bottiglie, imprenditrici come Uliana e Caterina, nel XIV secolo gestrici di una bottega di distillazione, proprietarie di fornaci, «maestre dei putti» ; e ancora troviamo vetraie come Maria Barovier, citata in una lettera ducale del 1487 «per la mirabile maestria con la quale fa i bellissimi lavori in vetro», merlettaie, ricamatrici, «impiraresse», levatrici, cantanti, «herbarie», fattucchiere, meretrici, e cortigiane colte e raffinate come Veronica Franco, famosa in tutta l'Europa del tempo; senza tralasciare spiccate figure di dogaresse o di regine come Caterina Cornaro, la sovrana di Cipro che rassegnò il suo regno nelle mani della Repubblica. «Belle, eleganti e audaci», scrive l'autrice, le donne veneziane dell'età moderna furono più libere e intellettualmente indipendenti che in altre realtà italiane, proprio perché figlie ed espressione della peculiarità di Venezia e delle sue istituzioni, una città che aveva saputo da sempre rapportarsi in modo disinvolto e aperto con la diversità, una città "desmurada", crogiolo di genti e di culture, che accoglieva una società cosmopolita, multiforme e vivace: ambiente unico nel panorama degli antichi stati italiani e presupposto del pensiero femminista della prima età moderna, quale appare già negli scritti di Lucrezia Marinelli e di Moderata Fonte, alla fine del XVI secolo paladine della pari dignità dei sessi e dell'indipendenza intellettuale delle donne.

Quella femminile è vista dunque come una presenza ingegnosa e creativa in molti campi della lunga storia culturale della città, dalla scrittura, alla pittura, alla musica, all'istruzione: lungo le pagine del libro si susseguono i nomi di Gaspara Stampa, autrice di belle e accorate rime petrarchesche, di suor Arcangela Tarabotti con la sua amara denuncia delle monacazioni forzate, di Marietta Tintoretto, di Barbara Strozzi, compositrice e intellettuale spregiudicata, e di tante altre ancora.

I fervori illuministici videro ancora una volta le donne veneziane protagoniste di primo piano nel campo del sapere e della sua divulgazione; vediamo le appartenenti ai più illustri casati veneziani gestire le nuove «pratiche della socievolezza» e animare in modo disinvolto e spregiudicato i salotti letterari; ma assistiamo anche all'affermarsi in campo culturale delle donne di ceto borghese: giovani soggetti sociali che rivendicarono una compiuta partecipazione alla vita pubblica, «che fecero del mestiere di scrivere una professione», che divennero nuove protagoniste e nuove destinatarie del mercato editoriale: non a caso nel 1876 la giornalista veneziana Gioseffa Cornoldi, evidenzia l'autrice, dava vita a La donna galante ed erudita, la prima rivista destinata a un pubblico femminile. Viene delineata quindi la presenza attiva e generosa delle donne veneziane nella breve stagione risorgimentale della città; e poi ancora è messo in luce il loro impegno nello stato unitario, in campo educativo, scolastico, assistenziale, per porre infine l'accento sull'apporto fondamentale delle donne nelle più rappresentative istituzioni culturali della città del ventesimo secolo, il loro contributo nella lotta antifascista e nella resistenza, l'impegno politico nel dopoguerra e fino ai nostri giorni, in una Venezia del terzo millennio alle prese con una grande sfida ambientale, economica, sociale e culturale.

Rispondere a questa sfida, sostiene con forza l'autrice, sarà possibile solo con il recupero della memoria e con il riconoscere il valore dell'alterità e della contaminazione culturale, emblema stesso della storia della città. Rappresentano quasi un testamento intellettuale le ultime pagine del libro, che invitano a pensare a nuove strategie per valorizzare quel particolare «laboratorio del vivere diversamente» che è Venezia: «Proprio perché isola, quindi di per sé separata, la sua missione è costruire ponti, instaurare rapporti che siano d'animo e di materia, di beni e di persone: crocevia di genti e mediazione tra nord e sud, Oriente e Occidente. La sfida della multiculturalità che Venezia vinse nei periodi di massimo splendore si ripropone oggi all'interno della grande migrazione dei popoli e delle genti, nel nomadismo del vivere e della modernità». L'aterità come ricchezza dunque; un'alterità è rappresentata anche dalle donne, alle quali Venezia, «città femminile più che altre», molto deve.

E proprio in questo pensare una storia di Venezia in senso lato, ma inscindibile dalla presenza e dal ruolo delle donne, nel vedervi quasi una sorta di mutualità tra la città e le sue antiche e moderne abitanti, sta la vera originalità dell'opera, sia sul piano tematico che strutturale.

Tiziana Plebani e le diverse mani che concorrono alla stesura del libro hanno elaborato la narrazione "in movimento" di una storia che si dispiega nel tempo, ma anche nello spazio, invitando il lettore a inseguire e rintracciare le testimonianze lasciate dalle donne del passato nel contesto urbano, ma soprattutto a interrogarsi sull'intreccio inestricabile tra i vissuti soggettivi femminili e le grandi vicende politiche e sociali della città lagunare. Figure come quella della «vecia del morter», l'anziana che secondo la leggenda avrebbe lanciato dalla finestra della sua casa un mortaio da spezie sul portabandiera della fila dei congiurati che all'alba del 14 luglio 1310 marciarono verso il palazzo ducale, è ancora oggi ricordata da un busto che la ritrae nell'atto di lanciare il pesante utensile; ma pensiamo ancora alle numerose tracce, disseminate nella città, di vicende che videro le donne come protagoniste: è un filo di Arianna che si dipana lungo calli, campi, campielli, case, palazzi, botteghe, chiese, conventi, ospedali, scuole, che hanno visto la presenza e il lavoro delle donne veneziane. Il libro vuole in questo modo invitarci a "leggere" con consapevolezza nuova molti luoghi della città lagunare.

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