Il cibo non è solo la materia prima, ed indispensabile, per l’alimentazione. Qualche decina di anni or sono si prospettava un futuro – in pratica il presente attuale – caratterizzato da pillole per sostituire il fastidio di pranzi, cene, colazioni, merende. In compenso oggi non mancano i condizionamenti per la creazione di una società globale che si nutra con alghe, vermi, cavallette. Il pensiero unico obbligatorio applicato al cibo.

Gli interventi presenti in questo volume, invece, hanno il grande pregio di ricordarci che il cibo è tutt’altro, è molto altro. È storia, tradizioni, cultura, salute, ma anche economia e, purtroppo, criminalità.  Nulla di meccanico ma molto di umano. Ed essendo umano, può andare incontro ad errori, a scorrettezze, ad assurdità e cambiamenti anche radicali.

Perché, nel tempo, ci siamo abituati a considerare “tradizionali” quegli alimenti, quei piatti che invece sono comparsi di recente – in termini storici – sulle tavole delle nostre contrade. Come la polenta di mais, come il pomodoro sulla pizza, come le patatine fritte sulla cui “invenzione” mai si arriverà ad un compromesso tra Francia e Belgio al di là delle origini americane. In compenso il marketing globale ha di fatto scippato all’Italia la paternità della pizza trasformandola in un piatto statunitense.

In fondo il mercato che ci vuole imporre pietanze a base di insetti e alghe, è lo stesso che ha imposto il dilagare di programmi televisivi dedicati al cibo. La pornografia dell’alimentazione, un’orgia di cuochi trasformati dai media in grandi chef che pontificano sull’arte, sulla scienza, sulla politica e l’economia. Personaggi, non più persone vere.

Mentre sono veri i criminali che fondano il loro business sul cibo. Le agromafie, in grado di controllare i grandi spostamenti dei prodotti alimentari. In grado, soprattutto, di far arrivare in tavola i prodotti non controllati, contraffatti, malsani, pericolosi. Ma sulla salubrità dei prodotti bisognerebbe andare oltre, considerando le attività delle grandi multinazionali che controllano davvero la stragrande maggioranza dei prodotti più consumati al mondo. Peccato che riescano ad influenzare anche l’informazione alimentare, anzi la disinformazione. E allora si fa finta di niente di fronte al grano al pesticida o alla carne agli ormoni. Ma sono multinazionali, non associazioni ufficialmente criminali. E allora va tutto bene, in nome della libertà di commercio che porta in Italia il pomodoro al mercurio ed altri capolavori della trasformazione alimentare.

Si può fare qualcosa per difendersi? Sì, e le pagine che seguono lo dimostrano. Partendo dai propri comportamenti e dalle proprie scelte. Dalla volontà di informarsi e di capire, e poi di imparare a valutare, a preferire, ad acquistare. Con la consapevolezza che quello che arriva in un piatto è frutto di migliaia di anni di conoscenze, di fatica, di apprendimento continuo, di confronti. Un patrimonio a cui sarebbe criminale rinunciare.