Strepitus silentii. I graffiti dei carcerati del Santo Uffizio a Palermo

Nel suo viaggio in Sicilia, tra il novembre 1785 e febbraio 1786, Friedrik Münter, professore di teologia dell’Università di Copenaghen, visita anche le carceri dell’appena abolito Santo Uffizio. Nel 1904 Vito la Mantia descrive alcuni disegni e trascrive alcune iscrizioni di alcune celle delle carceri della penitenza, situate all’interno dello Steri e non delle carceri segrete. Poi di questa produzione grafica sembra perdersi la memoria fino a quando, nel 1906 il Municipio di Palermo, per rendere fruibili al pubblico i locali del tribunale, inizia il restauro degli edifici annessi al palazzo Chiaromonte, detto Steri. Abolito nel 1782 il Santo Uffizio che vi aveva avuto sede, fin dal 1800 molte stanze di questi edifici erano state destinate ad archivio e deposito della Real Cancelleria, delle sentenze del tribunale civile, della direzione del dazio, del tribunale di commercio, ecc. Nel 1906 vi si vuole trasferire il tribunale penale e perciò tutte le carte degli archivi sono trasferite nel vicino ex convento della Gancia. Durante i lavori di riadattamento, scrostatasi spontaneamente la calce in una camera del primo piano, emerge un’immagine; del ritrovamento è informato Giuseppe Pitré, senatore del Regno, medico e storico delle tradizioni popolari, il quale vi si reca immediatamente e indovina l’esistenza di altre immagini sotto gli strati di ripetute imbiancature. Si dedica per sei mesi all’opera di scrostamento che per la sua estrema delicatezza svolge personalmente: «man mano – egli scrive – si venivano agli occhi miei delineando figure, disegni, iscrizioni e versi [che riempivano le pareti…] Era una vera generazione scomparsa».