Connessioni veneziane

Verso la metà degli anni ’70, mentre nel mondo anglosassone si pubblicavano opere come Plague and People di William McNeill (1976) e Orientalism di Edward Said (1978),frequentavo con regolarità il circolo della comunità anglofona di Venezia, sia per fare esercizio di conversazione sia perché cenacolo di raffinata cultura. Tra gli altri ebbi allora modo di conoscere la grande viaggiatrice britannica Freya Stark (1893-1993) che mi colpì profondamente, non solo perché era molto più bassa di me, ma soprattutto per le sue descrizioni dell’Oriente: raccontava di paesi lontani, eppure vivi e attuali, quasi tangibili.
Doveva però passare ancora qualche anno prima che mi addentrassi nel mondo delle lingue e della storia del Vicino Oriente, ma nel mio cammino questa visione priva di aura esotica è sempre stata presente.
Allora il percorso classico per avvicinarsi ai paesi dell’Africa e dell’Asia era quello di partire dalle lingue e dalle filologie; così chi si voleva occupare d’altro, pur attinente all’area geografica che lo interessava, era generalmente lasciato solo a faticare per crearsi un metodo e quindi era considerato un dilettante da chi studiava il versante europeo, e in particolare italiano, di quelle medesime discipline. Infatti allora, secondo molti, i paesi di cui iniziavo ad occuparmi erano abitati da “popoli senza storia” che, arroccati in una società medievale, non erano progrediti nell’età moderna e contemporanea e quindi non potevano attrarre i cultori della scienza storica, dedita allo studio dell’evoluzione e del cambiamento. La parola “orientalista” era una categoria onnicomprensiva, realtà che si riflette purtroppo ancora oggi nei settori scientifico-disciplinari e concorsuali dell’università italiana. Ben presto però
questo termine, attaccato con foga nel volume di Said, assunse una valenza unicamente negativa e chi si occupava dei paesi dell’Asia o dell’Africa cominciò a soffrire di una crisi d’identità, interrogandosi su quale fossero veramente il suo campo d’azione e le specificità della sua disciplina. A partire dagli anni ’80 l’immagine del linguista che per personale diletto si avvicina ad altri orticelli cominciò a svanire per far spazio all’idea che anche lui per “fare storia”, così come filosofia, storia dell’arte o archeologia, doveva aver appreso e saper maneggiare gli strumenti scientifici usati dagli addetti ai lavori.Allora, proprio nel momento
in cui la storia dei paesi dell’Africa e dell’Asia, e anche delle loro interconnessioni e contatti con il mondo europeo, stava faticosamente ritagliandosi uno spazio di disciplina autonoma e scientificamente valida, dall’America giunsero concetti come global history e area studies volti a dare una collocazione sistematica nell’ambito delle discipline storiche a ciò che in parte già esisteva e si stava sviluppando in modo autonomo rispetto alla storiografia incentrata sui paesi dell’Europa e del Nord-America.

 

“Scholars of Oriental languages have always been interested in the history of Asian and African lands and its relations with Europe. They were the first to work in disciplines now called area/trans-cultural studies and world/connected history. In these fields it is important to create groups that share different linguistic skills, since several historiographical traditions exist. The University Ca’ Foscari (Venice) has recently become a gathering place for scholars interested in different cultures, united by the desire of sharing their knowledge with their colleagues. World history may be a first step to get over the crisis of historical studies in Italy but it is not enough. A solution may be in a new interest in public history, whose target is common people. In this way university may fulfil its ‘third mission’ and also prepare new professionals in the field of historical studies.”