«Tutto questo è musica!» grida energica Wally Karveno, signora elegante, centenaria e molto coquette al maestro Francesco Lotoro nell’atto di consegnargli alcuni fascicoli ingialliti e stropicciati che raccolgono gli spartiti musicali delle melodie da lei composte in un campo di prigionia in Francia, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Tutto questo è musica, è vero, ma non solo, verrebbe da pensare assistendo alla discussione del progetto Last Musik presentato il 13 dicembre 2017 nella sede della Tim, Parco de’ Medici, nel corso della iniziativa dal titolo: “TIM Equity and Inclusion Week”, volta alla valorizzazione della cultura dell’equità e della inclusione, attraverso una serie di appuntamenti e di confronti.

E di inclusione, condivisione e trasmissione della memoria si è parlato durante l’incontro bello e toccante a cui hanno preso parte gli organizzatori della Onlus Last Musik.

Il progetto che ha lo scopo di «salvare, trascrivere, archiviare e far conoscere la musica scritta nei campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale», è sorto sotto la direzione di Micol Ferrara, nel ruolo di Project Manager della Onlus, e ha avuto tra i relatori nel pomeriggio di dicembre, Marco Visalberghi, fondatore dell’iniziativa, oltre che produttore e regista di molti documentari scientifici e storici, e Grazia Michelacci, regista televisiva.

Un’idea nata con il fine di sostenere e coadiuvare la ricerca lunga e appassionata di Francesco Lotoro, compositore e pianista di Barletta, che da trent’anni insegue tenacemente le tracce di quanti scrissero musica, composero melodie, sonate, canzonette all’interno di contesti disumani, quali i campi di prigionia e di sterminio nazisti.

La ricerca di Lotoro, divenuta una vera e propria ragione di vita, non si limita unicamente a rintracciare la già inaspettatamente numerosa produzione musicale di ebrei, sinti e rom, vittime della Shoah, ma ambisce a raccogliere le opere di uomini, donne, giovani e bambini che vissero gli anni della Seconda Guerra Mondiale segregati nei campi di prigionia, penitenziari militari, gulag, coprendo un vasto e ambizioso ambito territoriale che va dall’Europa, all’America Latina, sino all’Africa coloniale.

Il bel documentario – che in parte è stato proiettato e commentato da Marco Visalberghi durante il suo intervento – dal titolo, Maestro. Alla ricerca della musica nei campi, del regista argentino Alexandre Valenti accompagna Lotoro nella sua ricerca; qui si incrociano le molteplici tracce di questa esile e preziosa produzione, dagli incontri con gli artisti sopravvissuti alla segregazione – tra cui la musicista Wally Karveno – ai racconti di chi ne custodisce le testimonianze orali e scritte, figli, discendenti, amici e collezionisti.

Da questo sterminato patrimonio musicale della memoria si delinea così una produzione straordinariamente variegata fatta di canzoni, operette, sinfonie, ninnananne, nenie, melodie, tanto più vivaci, allegre e raffinate quanto più disumani e tragici erano i contesti nelle quali vennero pensate e tradotte in musica.

All’interno di recinti il cui il micidiale disegno politico era quello di annientare le umanità, infliggere la morte in serie, perpetrando un genocidio, c’era chi viveva, e non sopravviveva, componendo canzoni per il cabaret, parlando di amori perduti, di gelosia, chi mescolava la propria formazione classica alla musica tzigana, arrivando a creare originali armonie. Al punto che la musica in questi luoghi inaccettabili diveniva inclusione, condivisione, fonte di curiosità, di vitalità, di esistenza e di resistenza.

«L’orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l’armonia». L’affermazione, del direttore d’orchestra russo Andreï Filipov, protagonista del film di Radu Mihaileanu, Le concert (2009), sintetizza forse al meglio l’ideale del progetto di Last Musik e di Lotoro: l’orchestra come metafora di condivisione, fratellanza, esperienza interculturale, in un mondo in cui antisemitismo, razzismo e spinte autoritarie sono più vivi che mai.

Forte e tenace, in grado di sopravvivere con il suo impulso vitale al destino di segregazione dei propri creatori, la musica concentrazionaria è stata fissata e tramandata nei modi di fortuna più impensati, ma proprio per questo motivo essa è anche tanto fragile e fugace. Per tale ragione, Last Musik che sostiene la ricerca del maestro Lotoro sta attuando una vera e propria battaglia contro il tempo per riuscire a reperire, catalogare e far rivivere quante più testimonianze musicali possibili, attraverso l’individuazione degli ormai pochi sopravvissuti e dei custodi della memoria sparsi per tutto il mondo.

Perché come afferma Lotoro stesso: «Eseguire in un teatro una musica salvata dall’oblio è come averla liberata finalmente dal campo di prigionia».

Permettere dunque a queste opere d’arte di riprendere il loro naturale flusso vitale, restituendole ai teatri, ai cabaret, alle orchestre, agli spazi aperti e perché no, anche all’ascolto di un bambino nel momento di addormentarsi al suono di una cantilena.

Offrendo un riscatto di vita, di fantasia, di festa e non solo di memoria, a quanti si opposero con la loro creatività ad un progetto di annientamento fisico e spirituale. Un intento atto a garantire la sopravvivenza ideale degli artisti, perché la musica è vita, e anela alla libertà, come ci testimonia il racconto del pianista ebreo Władysław Szpilman, magistralmente decritto da Roman Polański, nel film The Pianist (2002).

Il maestro Lotoro continua nel suo cammino fatto di viaggi e di incontri, supportato in questo dalla Onlus attraverso una serie di progetti che sono ben visibili e condivisibili all’interno del sito: www.lastmusik.com.

La prima necessità è la raccolta di fondi opportuni per compiere questi numerosi e lunghi spostamenti; per tale ragione, come ci ha spiegato Grazia Michelacci, coordinatore tecnico organizzativo della Onlus, è nata un’iniziativa di crowdfunding, ideata dalla presidente Donatella Altieri, a sostegno del maestro, cosicché donando un numero di “chilometri” di viaggio si supporta la sua ricerca.

Non meno importante è la creazione di un luogo fisico, un archivio che raccolga tutta la musica concentrazionaria arrivata sino a noi, attraverso la trascrizione e la digitalizzazione del maggior numero di testimonianze possibili. A questo proposito, è già in attivo a Barletta un progetto per creare un museo di musica concentrazionaria, volto a conferire una sede appropriata a tale patrimonio.

Inoltre, è in parte già in via di pubblicazione, il Thesaurus Musicae Concentrationariae, una enciclopedia in dieci volumi contenente le partiture, frutto della ricerca del maestro, arricchite da un’analisi critica e da una introduzione storica.

Probabilmente la cosa più emozionante sarà proprio sentire riprodotte tali melodie nelle sale. Iniziativa che già interessa Lotoro e la sua orchestra in turnè in giro per il mondo, impegnati a suonare non solo nei grandi teatri ma anche nelle scuole, con l’intento di diffondere nei giovani il valore di tale progetto. Con la speranza che il vasto patrimonio musicale, le modalità assurde e rocambolesche con le quali è giunto sino a noi, la sua stessa esistenza ignorata per anni, la caparbietà e l’umanità di un singolo uomo, metteranno radici nelle coscienze dei giovani, contribuendo alla loro formazione e educazione e, soprattutto, fornendo a tutti noi quegli utili tasselli volti a rafforzare l’elaborazione critica della Storia e della nostra memoria.