Guido Dall’Olio, Martin Lutero, Carocci, 2017

La recente ristampa della monografia di Guido Dall’Olio, a seguito della prima edizione del 2013, in ossequio a un intento propriamente didattico, si rivolge a una cerchia di lettori più ampia di quella della consueta letteratura critica specialistica. Potranno beneficiare di tale lettura non solo gli studenti universitari, ai quali l’autore – nella sua prima e principale intenzione – dedica il frutto delle sue ricerche, ma anche quanti vogliano conoscere meglio la figura storica e umana dell’agostiniano sassone.

Lo studio di Dall’Olio va ad arricchire il sontuoso banchetto che quest’anno la comunità scientifica si appresta ad allestire in occasione delle celebrazioni del cinquecentenario della Riforma protestante. Infatti, il 31 ottobre 1517 ebbe luogo l’affissione delle novantacinque tesi di Wittenberg sulle indulgenze (Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), episodio che sancisce convenzionalmente l’inizio della Riforma. La temeraria irruzione di Lutero sul proscenio della potestà pontificia – un nuovo Porfirio, come recita la bolla Exsurge Domine (1520) di papa Leone X – scosse le fondamenta dell’ecumene cattolica, denunciando anzitutto gli abusi perpetrati dall’empia condotta della Chiesa di Roma: «una licenziosissima spelonca di ladroni» (Martin Lutero, La libertà del cristiano, Torino, Claudiana, 2012, p. 47).

Lutero si propose di risanare le purulente suppurazioni generate dalla depravazione della curia romana, la quale soggiogò la comunità dei credenti con inganni e fatue promesse di salvezza. Con fervido zelo, dedito alla custodia della maestà e dell’autorità della parola rivelata, scagliò violente invettive contro gli adulatori e i profanatori della fede cristiana. Paradigmatiche in tal senso le parole rivolte al pontefice mediceo nell’epistola premessa al trattato La libertà del cristiano (1520): «Mi sono indignato per il fatto che sotto il tuo nome e sotto il manto della Chiesa di Roma, il popolo di Cristo viene beffato. Così ho opposto resistenza e continuerò a resistere, finché vivrà in me lo spirito di fede» (Martin Lutero, La libertà del cristiano, Torino, Claudiana, 2012, p. 45).

In Dall’Olio la narrazione degli aspetti salienti del profilo biografico di Martin Lutero (1483-1546), «l’uomo che con il pensiero e l’azione cambiò la storia d’Europa» (p. 15), si intreccia con l’esposizione puntuale del contenuto delle sue opere. L’articolazione del volume in sei capitoli offre una sintesi rigorosa e dettagliata, procedendo dall’analisi del contesto storico e dei primi anni di formazione sino alla rassegna delle interpretazioni succedutesi storicamente intorno all’eredità luterana: 1. Il mondo di Lutero (pp. 15-33); 2. Da studente di giurisprudenza a professore di teologia (1483-1517) (pp. 35-59); 3. Una rivoluzione nel nome del Vangelo (1517-1521) (pp. 61-94); 4. La costruzione di un nuovo cristianesimo (1521-1529) (pp. 95-135); 5. Gli ultimi anni (1530-1546) (pp. 137-159); 6. Interpretazioni di Lutero (pp. 161-206). L’autore ripercorre le vicende del riformatore nativo di Eisleben «non certo per aggiungere qualcosa di nuovo, ma per cercare di stabilire almeno quei punti fermi che possono dirsi acquisiti e che è necessario conoscere prima di affrontare le interpretazioni» (p. 35).

Degno di nota è il sesto capitolo dedicato alle interpretazioni del luteranesimo in epoca moderna e contemporanea, con specifico riguardo alla cultura italiana. L’immagine di Lutero rimase a lungo «prigioniera dello scontro confessionale» (p. 161), degenerando in forme acritiche di esaltazione o, al contrario, di condanna e di demonizzazione. Di questa dicotomia ne danno testimonianza visiva due celebri incisioni: la prima, opera del 1523 di Hans Holbein il Giovane (1498-1543), ritrae Lutero nelle vesti di “Ercole germanico” armato di mazza e intento ad abbattere le autorità teologico-filosofiche della scolastica medievale (cfr. p. 162); in antitesi, la seconda – incisione su legno del 1535 di Erhard Schön (1491-1542) – lo rappresenta sotto forma di cornamusa suonata dal demonio (cfr. Mario Miegge, Martin Lutero (1483-1546). La Riforma protestante e la nascita delle società moderne, Torino, Claudiana, 2013, p. 10). La compresenza di caratterizzazioni così opposte ed estreme obnubilò l’effettiva fisionomia storica della Riforma, spesso sfociando in considerazioni caricaturali e improprie.

La ricezione di Lutero – nella folta selva interpretativa della cultura europea – conobbe un destino di lacerazioni e conflitti, di gloria e oblio, di letture agiografiche e ideologiche. Un cammino tortuoso lungo il quale Dall’Olio illustra gli snodi più pregnanti: dai Flugschriften alla “scolastica luterana” del Seicento; il pietismo; dall’illuminismo al protestantesimo liberale; le interpretazioni cattoliche dal Cinquecento fino a Heinrich Denifle (1904); Lutero nella cultura storico-teologica tedesca fino al nazismo; il superamento definitivo delle controversie confessionali e, infine, Lutero e la cultura italiana. Proprio quest’ultimo paragrafo, sezione di particolare interesse e rilevanza storiografica, rivela che nel nostro paese si affermò «una lettura selettiva del messaggio luterano, che sottolineava soprattutto l’aspetto politico e morale, spesso – ma non necessariamente – a scapito di quello religioso e teologico» (pp. 196-197).

A tal proposito emerge esemplare l’esegesi proposta da Bertrando Spaventa (1817-1883), secondo il quale Lutero rappresentò un precorrimento del liberalismo: «propugnando la libertà religiosa favoriva lo sviluppo della libertà politica» (p. 198). In opposizione alla suddetta immagine ritroviamo le letture di Francesco De Sanctis (1817-1883) e di Benedetto Croce (1866-1952). Il primo fu fautore della tesi dell’estraneità della Riforma alla cultura italiana e della superiorità dell’Italia rinascimentale rispetto ai paesi protestanti: «l’Italia avea già valica l’età teologica, e non credeva più che alla scienza, e dovea stimare i Lutero e i Calvino come de’ nuovi scolastici» (p. 199). Il secondo, invece, rimarcò il ruolo unificante della Chiesa cattolica e dei Gesuiti: «spensero le faville delle divisioni religiose qua e là accese anche nella nostra terra» (p. 200).

L’incomprensione della vicenda storica di Lutero trovò ulteriori sviluppi nella disamina di Enrico Rivari (psichiatra di scuola lombrosiana), il quale nel 1914 pubblicò La mente e il carattere di Lutero. Considerazioni psicologiche, uno scritto di gretta propaganda cattolico-nazionalistica. Rivari sovrapponeva «categorie nosologiche otto-novecentesche alla biografia di Lutero», appoggiandosi «su una documentazione per lo più di seconda mano» (p. 200). Di altro tenore Lutero e la Riforma in Germania di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), studioso e sacerdote cattolico prossimo alle idee del modernismo. L’opera, pubblicata nel 1926 (l’anno della scomunica del suo autore), sottolinea la subalternità luterana al potere politico, ovvero «dalla dottrina di Lutero sono rampollati la disgregazione pulviscolare della società cristiana e l’accentramento dei valori etici nel dominio dello Stato» (p. 202).

Significativo il libro Lutero del teologo valdese Giovanni Miegge (1900-1961), pubblicato nel 1946 dall’editore Claudiana (L’uomo e il pensiero fino alla dieta di Worms) e ristampato postumo nel 1964 da Feltrinelli con il titolo di Lutero giovane. L’indagine di Miegge, attraverso la valutazione delle fonti e delle precedenti proposte interpretative, pur privilegiando la dimensione teologica della Riforma e dedicando al contesto storico di Lutero un’attenzione puramente funzionale, risulta essere la «più dettagliata e corretta narrazione dello sviluppo del pensiero del riformatore scritta da un autore italiano» (p. 203). Infine, tra gli altri contributi italiani si fa menzione degli scritti di Roberto Cessi (1885-1969) e dello storico della filosofia Enrico De Negri (1902-1990), rispettivamente intitolati Martin Lutero (Einaudi, 1954) e La teologia di Lutero. Rivelazione e dialettica (La Nuova Italia, 1967). La ricerca di Cessi approfondisce «l’inquadramento della […] vicenda» di Lutero «nella storia generale, politica e culturale soprattutto, dell’Europa della prima età moderna e in particolare della Germania» (p. 203). De Negri, invece, appronta un’esposizione sistematica e precisa delle dottrine luterane, «ma con una scarsa attenzione alla storia che non sia la “pura” storia delle idee» (p. 204).

In conclusione, appare chiaro che la monografia di Dall’Olio – alla luce della sua struttura e dei contenuti esposti – costituisce un efficace strumento didattico atto a comprendere le ragioni più profonde e durature della Riforma protestante, l’evento che maggiormente scompaginò le sorti del cristianesimo nell’alveo della storia europea moderna.