Montagne, comunità e lavoro tra XIV e XVIII secolo, Mendrisio Academy Press, Mendrisio 2015, di Roberto Leggero (a cura di)

Per i tipi della Mendrisio Academy Press è stato recentemente pubblicato il volume Montagne, comunità e lavoro tra XIV e XVIII secolo, a cura di Roberto Leggero. Come si evince dalla presentazione, l’opera è frutto di un percorso avviato nell’estate del 2014, con un convegno organizzato dal Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana, intitolato Comunità e organizzazione del lavoro in area alpina e prealpina tra Medioevo ed Età Moderna. Iconografia e documenti.

Il volume è composto da otto saggi, organizzati in cinque sezioni e preceduti da un’articolata riflessione introduttiva del curatore, che permette di comprendere genesi e struttura dell’opera, e chiarisce alcuni aspetti metodologici che caratterizzano l’intero volume.

La prima sezione, Necessità collettive e risorse locali. comprende un contributo di Stefania Bianchi e Monica Delucchi di Marco sul rapporto tra comunità e lavoro nelle pergamene conservate all’Archivio di Stato di Bellinzona, cui segue un saggio di Stefania Duvia sull’accoglienza tra basso medioevo e prima età moderna, con particolare attenzione sulle complesse e variegate funzioni che dovevano assumere gli osti in area alpina.

La seconda sezione, Organizzazione del lavoro, comprende un saggio di Mirko Moizi che analizza in chiave comparativa i cantieri per la costruzione di due edifici di culto tra XV e XVI secolo, rispettivamente il Duomo di Como e il santuario della Beata Vergine di Tirano. Segue un contributo di Claudio Lorenzini che ha saputo ricostruire le pratiche di lavoro delle comunità del Canale del Ferro tra XVI e XVII secolo associando informazioni quantitative e alcune ricostruzioni etnografiche di episodi di lavoro.

La terza sezione, Scambi e commerci, coincide con il saggio di Massimo Della Misericordia sugli scambi e i compensi non monetari nelle Alpi lombarde tardomedievali. La quarta sezione, Infrastrutture, indaga gli intricati interessi che ruotavano attorno alla realizzazione di alcune infrastrutture alpine. Rispettivamente un saggio di Claudine Remacle sulla costruzione dei ponti in Valle d’Aosta nel XVIII secolo e un saggio di Marino Viganò sulla realizzazione della prima galleria stradale svizzera (sempre XVIII secolo). Conclude il volume, in una sezione comparativa Altre montagne, un saggio di Vittorio Tigrino sulle pratiche di valorizzazione delle risorse naturali e la loro attestazione documentaria in un feudo situato nell’Appennino ligure.

Data la ricchezza del volume, le numerose questioni affrontate, gli approcci adottati dai diversi studiosi, la pluralità di contesti geografici e cronologici, un ulteriore approfondimento dei singoli saggi trasmetterebbe al lettore gli interessi personali del recensore più di un quadro esaustivo dell’opera. Pertanto, spero che un’alternativa adeguata sia di fare alcune considerazioni generali a partire da uno “scarto” che ho trovato in questo libro e che è spesso riaffiorato durante la lettura dei vari saggi che lo compongono.

Lo “scarto” in questione è quello tra il titolo del convegno “Comunità e organizzazione del lavoro in area alpina e prealpina tra Medioevo ed Età Moderna. Iconografia e documenti” e quello del volume che ne raccoglie gli atti “Montagne, comunità e lavoro tra XIV e XVIII secolo”. Sia la presentazione, sia la riflessione introduttiva del curatore, esplicitano immediatamente l’elemento centrale del volume: il complesso rapporto tra comunità e risorse nella catena alpina – e quindi il lavoro e la sua organizzazione. Probabilmente il tema per eccellenza della storiografia alpina degli ultimi decenni. Eppure, i due termini espunti dal titolo del volume – iconografia e documenti – danno conto di un rapporto altrettanto complesso: quello tra le dinamiche socioeconomiche legate all’organizzazione del lavoro e la loro rappresentazione socio-culturale.

Si tratta di due filoni storiografici che solitamente non vanno troppo d’accordo; da un lato la storia culturale della montagna, con le sue rappresentazioni artistiche, i resoconti delle prime esplorazioni alpinistiche, l’immaginario che veicolò lo sviluppo del turismo alpino. In uno scaffale ben distinto, sono invece raggruppate vicende assai più prosaiche: strategie demografiche e insediamenti abitativi, innovazioni colturali e transumanza, flussi migratori e pluriattività.

Naturalmente non mancano eccezioni a questa dicotomia, ma essa appare ben radicata e non limitata alla storiografia. Ad esempio, sarebbe interessante un’analisi sull’attuale revival della narrativa “alpina”, per lo più composta da autori di provenienza urbana intenti a descrivere la loro fuga dall’asfissiante e frustrante modernità su, nelle vette ancora incontaminate.

In realtà, come ha dimostrato Antonio De Rossi (La costruzione delle Alpi, Donzelli 2014), questa percezione delle Alpi, così diversa da quella che potremmo definire la quotidianità delle Alpi, è un fenomeno relativamente recente, che ha origine nei decenni conclusivi del Settecento. Tra i vari aspetti che lo caratterizzano, il principale è il crescente peso esercitato degli attori non alpini nei processi di trasformazione – materiale e simbolica – del territorio alpino.

La lettura dei saggi che compongono “Montagne, comunità e lavoro tra XIV e XVIII secolo” permette una piacevole immersione in contesti assai diversi (e assai più articolati) dal panorama sempre più standardizzato che caratterizza la contemporanea narrazione dell’ambiente alpino. E, per i più curiosi, rappresenterà forse un’anomala guida alpina senza indicazioni su seggiovie e percorsi ferrati, ma ricca di storie su «quegli infiniti spazi dimenticati che ci stanno accanto, e da cui la vita umana, per effetto della storia, si è ritirata come una marea» (M. Melchiorre, La via di Schener, Marsilio 2016.)