Intervista a Gian Carlo Caselli. Agromafie, legalità e coscienza del “patrimonio alimentare” italiano

Procuratore Caselli, Lei presiede da quattro anni il comitato scientifico, dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, ci può descrivere il suo ruolo e le finalità di tale iniziativa?

L’Osservatorio opera ormai da oltre 4 anni e senza presunzione mi sento di dire che fa un sacco di cose interessanti e utili. Chi volesse saperne di più nel dettaglio può consultare il sito www.osservatorioagromafie.it.

In generale si propone di diffondere la cultura della legalità nel campo agroalimentare, partendo dal presupposto che se la legalità presidia ogni segmento della filiera, si creano le condizioni necessarie per puntare ad un cibo non soltanto buono e sano ma anche giusto. Capace cioè di tutelare la salute del consumatore e insieme il regolare funzionamento dell’economia, senza vantaggi per chi bara e penalizzazioni per gli onesti. La “filosofia” di fondo è considerare il cibo non solo come merce da far circolare prevalentemente se non esclusivamente secondo criteri di quantità e profitto, ma come bene comune che tenga in massima considerazione i parametri della qualità, distintività e sicurezza.

Di questi e altri argomenti si parla anche (piccolo spot autoreferenziale…) nel libro che Stefano Masini ed io abbiamo scritto di recente, intitolato C’è del marcio nel piatto. Come difendersi dai draghi del Made in Italy che avvelenano la tavola, (Piemme 2018), impreziosito da una splendida prefazione di Carlin Petrini.