L’attenzione ai margini. Percorsi di ricerca inquisitoriale (e non solo)

«Era una notte buia e tempestosa…»

In realtà, era un pomeriggio buio e tempestoso con nuvole nere, basse, dense, che
sembravano toccare i tetti degli edifici accanto alla Cambridge University Library. La
manuscripts room aveva finestre grandi e nell’attesa guardavo le nuvole scure nel cielo
plumbeo. Arrivano due faldoni di cartone rigido rosso, li apro e inizio la mia ricognizione.
Sfoglio i fascicoli processuali protetti da camicie bianche pulitissime, segno di una
catalogazione recente o di una consultazione infrequente. Dimentico le nuvole, faccio il vuoto
dentro di me – come ogni volta che si “incontra” un nuovo manoscritto – attendo che “parli”:
che fornisca informazioni per comprenderlo. Ad un tratto, il temporale diventa il mio
paesaggio interiore. Ai miei occhi nulla è come mi aspettavo: nulla era paragonabile ai
manoscritti inquisitoriali da me visti in precedenza. Quale era il significato delle numerose
scritte a margine di evidente mano diversa? Perché compaiono così tanti interventi “esterni?
Come mai il manoscritto è così “vissuto”? L’attenzione si sposta dal testo giudiziario – il
naturale punto d’attrazione improvvisamente diventato privo di interesse – ai margini,
solitamente trascurati. E in quegli spazi così “vissuti” di certi fascicoli rimarrà a lungo in un
decentramento del punto di partenza della ricerca. Quel pomeriggio «buio e tempestoso»
piano piano nella mia mente si è associato in maniera autoironica ad una immagine dei
Peanuts creati da Charles Schulz: «it was a dark and a stormy night» recita il famoso incipit di
Snoopy, piegato sulla macchina da scrivere, intento a scrivere i suoi romanzi avventurosi.
Era iniziata così, nel 1996, la mia personale avventura di ricerca frutto di una ricognizione
dei manoscritti valdesi tardo quattrocenteschi dislocati in alcune istituzioni conservative
europee (Cambridge University Library, Trinity College Library di Dublino, Bibliothèque
Nationale di Parigi, Archives Départementales de l’Isère, Bibliothèque Publique et
Universitaire di Ginevra), sempre sollecitata da una suggestione di fondo – per quale ragione
alcuni sono così “vissuti”? – a cui si collegava inevitabilmente una domanda cardinale: perché
il corpus documentario relativo ai valdesi alpini tardo-medievali era stato smembrato e
dislocato? La ricostruzione delle piste di dispersione documentaria è convogliata nel primo
capitolo della mia tesi di dottorato.
In seguito, grazie ad una borsa di studio della Alexander
von Humboldt-Stiftung, e a un lungo periodo di ricerca a Berlino, quel breve capitolo ha
potuto ampliarsi e consolidarsi in una monografia accolta nella “Collana della Società di Studi
Valdesi” con il titolo Il «santo bottino». Circolazione di manoscritti valdesi nell’Europa del
Seicento. A questo già lungo titolo manca un aggettivo fondamentale per comprendere una
peculiarità che, ai miei occhi, era implicita, ma forse non per tutti perspicua: circolazione di
manoscritti medievali (o, meglio, tardo medievali) valdesi nell’Europa del Seicento.