Nel corso dell’ultimo seminario sulla storiografia relativa alle Inquisizioni europee,
organizzato da chi scrive e da Andrea Del Col e svoltosi alla Sapienza Università di Roma nei
giorni 20-21 novembre 2014, si è molto parlato di come nasce un libro. Gli organizzatori
avevano infatti chiesto ai relatori di raccontare il proprio volume, la sua genesi, i problemi che
avevano dovuto affrontare e sciogliere durante la stesura.
Il seminario era finalizzato a ragionare sul tema delle storie complessive delle Inquisizioni,
iberiche e romana, vale a dire sulle storie generali e sulle sintesi storiche. Si tratta di un tema
che si intreccia strettamente con quello di come si può fare divulgazione “alta”, cioè seria e
scientifica, ma comunque divulgazione. L’uscita di più storie dell’Inquisizione romana e la
prima storia completa dell’Inquisizione portoghese mostrano infatti la grande vitalità di
questo tipo di studi.
Dunque due erano le domande da porre. Innanzi tutto, come si fa una storia generale e di
sintesi? E come la si scrive in modo che sia leggibile e apprezzata da un pubblico più vasto
rispetto a quello degli specialisti, ma senza far arricciare il naso a questi ultimi? Come si
coniugano la serietà scientifica, l’aggiornamento storiografico e il bisogno di interpretazione
con la chiarezza e perfino con la piacevolezza della lettura? La seconda domanda riguarda le
scelte e i percorsi che gli autori hanno fatto per giungere alla redazione finale del loro libro,
gli ostacoli che hanno affrontato, perfino le emozioni che provengono dalla scrittura.
Soprattutto quali sono state le opzioni cronologiche, tematiche, interpretative e storiografiche,
che appunto sono scelte individuali, che rispondono a una logica, a un punto di vista, a una
prospettiva precisa, che vanno esplicitate da parte dello scrittore. Il Giornale di storia ha
raccolto queste testimonianze e le pubblica nel presente numero monografico.
Su nostra richiesta tutti gli autori interpellati hanno inviato un testo prezioso di “auto
racconto”: un vero e proprio ego-document, come si definirebbe alla luce di un nuovo filone
storiografico di cui il Giornale di storia si è in precedenza occupato (Giornale di Storia
3/2010). In esso, oltre a narrare la genesi del libro, gli autori si interrogano su come si può
fare concretamente una storia generale dell’Inquisizione. Come si è detto, il problema della
divulgazione si pone in maniera molto forte e autoconsapevole nei volumi di sintesi. Quali le
fonti e quali i criteri storiografici? Privilegiare studi e materiali già pubblicati (e tradotti nella
lingua dell’autore) rispetto alle fonti di archivio? Quale linguaggio adoperare? E ancora, come
tenere insieme la descrizione dei fatti con l’interpretazione, pur tenendo conto che anche la
descrizione – e la selezione dei fatti – sono già interpretazione? Come scrive Andrea Del Col,
«rivolgersi al grande pubblico non significa dover sacrificare la complessità dei problemi in
modo semplicistico». Del resto, il mestiere dello storico, specie nella sua veste di docente,
implica anche la capacità di presentare in modo comprensibile, ma esatto e critico, questioni
complesse e di rendere consapevole il grande pubblico dei non specialisti dei risultati e dei
progressi delle nuove ricerche, smontando dati acquisiti, stereotipi comuni, interpretazioni
superate dagli studi, ma purtroppo ancora diffuse con successo nella platea dei lettori ( e dei
media) dalla divulgazione “bassa” e corriva. Scrive Marina Benedetti, per l’Inquisizione
medievale, che «l’ampio divario tra il campo della divulgazione (poco scientifica) e della
ricerca scientifica (poco divulgativa), fa sì che negli scaffali delle librerie continuano a
perpetuarsi stereotipi, luoghi comuni»: ad esempio, per quanto riguarda le Inquisizioni,
consolidando le “verità” dei giudici e non quelle degli inquisiti.