Il peso del passato. Germania, Italia e i risarcimenti alle vittime del nazismo Intervista a Lutz Klinkhammer

Che cosa è oggi il “mestiere di storico”? Quali sono gli strumenti, la metodologia e l’approccio alle fonti? Quanto l’esperienza personale può pesare sulla scelta delle tematiche di ricerca affrontate? Ne discutiamo con lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, con il quale affrontiamo anche il tema centrale dei suoi studi, ovvero la questione dei risarcimenti richiesti alla Germania federale dalle vittime del nazionalsocialismo, ancora in gran parte irrisolta come dimostra la sentenza della Cassazione italiana che, nell’estate del 2008, ha condannato la Germania a risarcire i familiari di nove vittime della strage del 24 giugno 1944 a Civitella Val di Chiana.

1. Cominciamo con una domanda di carattere autobiografico. Riguardo al suo percorso di studi in Germania quali sono gli studiosi che hanno contribuito maggiormente alla sua formazione intellettuale? Il sistema universitario tedesco l’ha portata a confrontarsi con altre discipline come la sociologia, l’antropologia, le scienze politiche o la storia dell’arte?

Devo dire che quando iniziai a studiare all’Università di Trier (Treviri) sono stato influenzato molto dai docenti che lì insegnarono la storia e la storia dell’arte; un po’ meno dalla scienza politica anche se poi ho anche sentito lezioni di giurisprudenza, di economia e di sociologia per interesse personale.

Più di ogni altra persona sono stato influenzato da chi poi è diventato il mio maestro accademico, cioè da Wolfgang Schieder, e questo ha segnato molto anche il mio futuro percorso biografico, soprattutto nel legame che si è creato poi con la storia italiana. Per un certo periodo è stato molto importante anche il mio professore di storia dell’arte Wilhelm Schlink, anche lui un maestro di rilievo e grande comunicatore con gli studenti, che ha suscitato in me un notevole interesse per la disciplina. Una nota a margine: suo fratello magistrato è diventato famoso in Germania quando ha cominciato a scrivere dei gialli e poi anche dei romanzi che riguardano il tema della colpa per il nazismo. Il più noto è diventato “Der Vorleser”, tradotto in italiano con il titolo “A voce alta”, e che riguarda proprio i processi nei confronti di alcuni aguzzini dei campi di concentramento e di sterminio.

Quindi questa influenza da parte di uno storico dell’arte giovane, perché quando cominciai a studiare i miei professori ordinari avevano tra i 40 e i 50 anni e quindi erano pieni di energia – infatti Schlink andava sempre in mensa e veniva confuso con gli studenti perché indossava scarpe da jogging e aveva i capelli un po’ disordinati – e molto impegnati nel trasmettere un entusiasmo per la loro materia ai loro studenti, ha fatto sì che mi sia interessato alla storia dell’arte italiana.

Cominciai con un corso di lingua nella mia università di formazione con un lettore italiano veneto, per poi frequentare un corso a Firenze all’Università per gli stranieri con una borsa della DAAD, che è un’organizzazione tedesca nota per stimolare gli scambi accademici con i paesi stranieri (vengono anche parecchi italiani in Germania). Il soggiorno a Firenze ha segnato un po’ il mio futuro interesse non solo per la storia dell’arte ma anche per la storia italiana. Difatti, poco tempo dopo, sono tornato a Firenze con una borsa dell’Istituto tedesco di storia dell’arte per un corso sull’arte duecentesca-trecentesca in Toscana.

Tuttavia sono stato influenzato anche da un professore molto valido di storia dell’antichità grazie al quale mi sono interessato della storia romana, e in particolare all’immagine dei barbari che veniva trasmessa dagli scrittori dell’antica Roma. Ho poi frequentato anche corsi di altre materie perché il modello tedesco è basato non tanto sulla lezione cattedratica ma sulla formula seminariale in cui gli studenti espongono temi e tesine. Ad un certo punto però ha prevalso il mio interesse per la storia italiana contemporanea, in particolare grazie ad un seminario sulla politica di occupazione nazionalsocialista in Europa tenuto da Wolfgang Schieder; si cercava uno studente che si occupasse del caso italiano ed io ero l’unico a parlare italiano.

Quindi a spingermi verso lo studio di questi temi sono stati prevalentemente professori dediti all’insegnamento capaci di trasmettere il loro entusiasmo ai giovani laureandi. Non sono stato spinto da una costellazione familiare o da un particolare senso di colpa. Io ho conosciuto l’Italia inizialmente da un punto di vista turistico e alla storia italiana sono arrivato più attraverso un interesse che era già presente nei miei professori e che ho potuto approfondire: il maestro più importante nella mia formazione, Wolfgang Schieder, aveva trascorso lui stesso un soggiorno di ricerca a Roma alla fine degli anni ’60. Così anch’io ho conosciuto l’Istituto storico germanico dove sono approdato dopo la laurea con una borsa per fare il dottorato incontrando una figura intellettuale importante come Jens Petersen.