Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro quarant’anni dopo

In Italia l’anno 1978 è stato il più tormentato della decade dei Settanta, il decennio più lungo del secolo breve. Il sequestro e l’uccisione del leader della Democrazia cristiana Aldo Moro ne costituì senza dubbio l’evento culminante.

Dal momento del rapimento, avvenuto il 16 marzo, iniziarono i 55 giorni più travagliati nella storia della Repubblica. L’angoscia per la sorte dell’ostaggio, il timore di uno sfaldamento delle istituzioni, le polemiche scaturite dalle decisioni del governo di non trattare pubblicamente con i brigatisti e di non cedere al loro ricatto, l’alternarsi delle lettere del prigioniero e dei comunicati dei terroristi, il susseguirsi di una catena di gambizzazioni e omicidi che sembrava non avere fine, lasciarono il posto a un muto sgomento quando, il 9 maggio, il cadavere di Moro fu abbandonato nel cuore di Roma, «acciambellato in una sconcia stiva», come scrisse il poeta Mario Luzi.

Lo stesso giorno morì anche Peppino Impastato, un giovane siciliano militante in Democrazia proletaria che aveva osato denunciare da una radio privata i condizionamenti e i delitti della mafia.

Questo tragico scenario si proiettava sullo sfondo di un Paese smarrito, giunto a quell’epilogo sfibrato da dieci anni intensi pieni di speranze e di tempeste, caratterizzati da una profonda modernizzazione dei costumi e da un’elevata partecipazione civile, ma scosso da una grave crisi economica e ferito dall’avanzare della violenza politica diffusa nelle piazze e tra i giovani, e dal terrorismo.