La storia come legittimazione o de-legittimazione del potere

Nel corso dei secoli, il potere si è sempre servito della storia e degli storici per legittimare la propria identità. L’uso pubblico della storia ha contributo alla costituzione degli Stati, alla nascita delle identità collettive e alla formazione del cittadino democratico. Oggi tale incidenza si è notevolmente indebolita, contribuendo tuttavia a ridisegnare il ruolo della scienza storica come disciplina meno soggetta al potere e, di conseguenza, più libera.
Prima di introdurre la mia riflessione sul volume Vero e falso. L’uso politico della storia permettetemi di fare una breve precisazione: a pagina 27 del libro mi si rimprovera di aver cercato di sottrarmi all’impegno di fare una relazione sul X Congresso Internazionale di Scienze Storiche, Roma, settembre 1955. Un bilancio storiografico. Vorrei chiarire che c’è un equivoco: per me quel congresso rappresenta ancora oggi un mito e non mi coinvolge soltanto professionalmente ma anche nei sentimenti profondi; per questo non mi sentivo in grado di farne un bilancio. All’epoca ero ancora un ragazzo e a vent’anni ero stato messo in contatto per mezzo di esso con persone che ancora oggi venero dopo cinquant’anni. Non era mia intenzione sottrarmi, era semplicemente un senso di totale inadeguatezza a ricordare quell’evento, perché penso che quel congresso abbia rappresentato forse il punto più alto raggiunto dalla “corporazione” internazionale degli storici, come manifestazione della propria autocoscienza dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Entro subito in rapporto con quanto detto da Luciano Canfora, trovandomi perfettamente d’accordo anche con l’introduzione del volume di Marina Caffiero e, naturalmente, della stessa Maria Grazia Pastura, sulla necessità dell’uso pubblico della storia, anzi sull’inevitabilità dell’uso pubblico della storia. A mio parere, il problema non riguarda, come ha illustrato Canfora, unicamente la conoscenza dell’uso pubblico della storia nelle sue varie e diverse manifestazioni dalle origini fino ad oggi. Il nostro dovere è soprattutto di storicizzare, di essere coscienti dell’uso pubblico della storia, al di sotto dei suoi travestimenti; perché la strumentalizzazione è cambiata di epoca in epoca, assumendo forme del tutto diverse, come il diavolo che non si presenta nelle visioni con gli stessi abiti. La strumentalizzazione della storia rispetto al potere deve essere assolutamente essa stessa storicizzata.

Io credo si possa dedurre da questa storicizzazione che oggi la storia ha perso gran parte del suo potere sul potere, vale a dire, la storia non serve più al potere come nelle epoche precedenti. Questa per me è la grande novità dei nostri tempi: noi non serviamo più come storici, o almeno serviamo molto meno che in passato ai detentori del potere. Pensiamo a Johann Gustav Droysen nella Prussia della seconda metà dell’Ottocento. Sarebbe stato bello poter essere un suo allievo e partecipare così ad un decimo della sua influenza sulla formazione dello stato prussiano e dell’uomo prussiano; oggi nessuno di noi, anche tra gli storici più autorevoli, ha nemmeno un centesimo di queste possibilità. A mio parere, ci troviamo in una situazione difficile e ambigua che dobbiamo esaminare in rapporto alla situazione odierna, “storicamente”, direi quasi, ripetendomi. Noi storici non abbiamo più potere o, per meglio dire, non serviamo più al potere.