Matti del Sud

All’indomani dell’Unità lo Stato italiano si è trovato di fronte al problema, fra gli altri, di sistemare e uniformare i sistemi sanitari presenti negli Stati preunitari e, in particolare, gli asili e gli istituti manicomiali destinati all’internamento e alla cura dei malati di mente. Nel 1861 l’Italia conta 897 ospedali per infermi, 35 manicomi e 23 ospizi di maternità, ma la professione medica non ha ancora un ruolo sociale qualificato e riconosciuto, che arriva solo nel 1888, e la psichiatria comincia la sua battaglia per rafforzare le basi della nuova scienza e per rivendicare un’identità professionale autonoma.

Il nuovo Stato nazionale ereditava quattro diversi tipi di istituti assistenziali per i malati di mente: «manicomi provinciali, manicomi costituiti sotto forma di opere pie più o meno soggette all’ingerenza dei corpi pubblici, sezioni di ospedali amministrate da congregazioni indipendenti e, infine, manicomi privati». A questa eterogeneità di strutture, che comportava anche diversi e a volte contrapposti approcci terapeutici, si aggiungeva una dislocazione territoriale non più tollerabile, considerato che nelle regioni meridionali non esistevano strutture idonee ad accogliere gli alienati ed erano solo due gli istituti manicomiali degni di questa definizione. Uno era la Real casa dei Matti di Aversa, considerata il fiore all’occhiello del processo di modernizzazione dell’amministrazione sanitaria borbonica e per «lungo tempo autorevole riferimento e meta d’obbligo dei viaggi d’istruzione medica», malgrado qualche decennio prima, dopo una visita accurata, Domenico Gualandi, famoso alienista che fu il primo direttore sanitario dell’antico ospedale romano di Santa Maria della Pietà, ne avesse fornito una descrizione allarmante in riferimento al trattamento dei reclusi e alla situazione delle strutture e del personale. L’altro era la Real Casa de’ Matti di Palermo, un ospizio inizialmente non destinato solo ai pazzi, del quale alcune encomiastiche cronache dell’epoca ricordavano l’iniziativa del promotore, barone Pietro Pisani, ispirata al fine di umanizzare il trattamento dei degenti.

R. Manicomio di Aversa
Il R. Manicomio di Aversa, nel centenario dalla fondazione 5 maggio 1813-5 maggio 1913 (1913)

La necessità di una normativa che uniformasse, anche dal punto di vista della gestione burocratica, le diverse realtà manicomiali sul territorio nazionale (opere pie, istituti pubblici, organizzazioni private mercenarie) e l’urgenza della costruzione di nuovi complessi nelle regioni meridionali spinse lo Stato unitario, con la legge del 20 marzo 1865 n. 2248, a individuare nelle province gli organi istituzionali ai quali attribuire il compito di istituire e di provvedere al sostentamento delle strutture di ricovero dei mentecatti poveri, lasciando alla competenza del Ministero di Grazia e Giustizia la gestione dei manicomi giudiziari. Il progetto iniziale di dotare ciascuna provincia del regno di un manicomio non si sarebbe mai realizzato e, tuttavia, si può dire che quell’obiettivo in parte fu raggiunto, se si considera che un’indagine dell’inizio degli anni Ottanta aveva già accertato che «su 69 province solo 36 mancavano di asili pubblici per gli alienati (7 nell’Italia settentrionale, 8 in quella centrale, 20 in quella meridionale e insulare)» e che altri istituti saranno via via realizzati fino agli inizi del Novecento.