A proposito di certezze e inquietudini della storiografia contemporanea

L’autrice sottolinea quanto i nuovi contesti culturali, dettati dall’utilizzo delle moderne tecnologie di informazione e dall’influenza crescente dei mass media, possano condizionare il “mestiere di storico”, arrivando ad ispirare nuove regole e nuove metodologie. Per gli storici, seguire tale tendenza e utilizzare i nuovi linguaggi di comunicazione può servire a soddisfare l’interesse di un pubblico sempre più vasto, ma soprattutto permette di confutare quanti, servendosi di interpretazioni superficiali e imprecise, si appropriano dei temi storici, arrivando a deformare il senso della Storia e della verità

Vero e falso. L’uso politico della storia è, nonostante le “piccole” dimensioni, un libro denso di suggestioni che, fin dal titolo e dal sottotitolo che compaiono in copertina, incuriosisce chi lo prende in mano. Basta scorrere l’indice dei contributi in esso contenuti per avere un’idea dell’interesse che le tematiche trattate dai vari autori possono suscitare. Se lo sguardo si fa più ravvicinato si vede come molte di esse rinviino a problematiche di grande rilievo, quali ad esempio: il ruolo della storiografia nell’ambito delle altre scienze umane, i diversi modi di fare ricerca storica, le tante utilizzazioni, a seconda dei casi corrette o distorte, a cui le fonti possono essere sottoposte e l’ «uso politico» che lambisce o soverchia la storia in senso lato.

Come è noto, il dibattito sul tema è, e non solo da oggi, molto acceso, e variegato e diversificato il registro delle voci che lo hanno animato di cui anche in questo volume si trovano abbondanti tracce. Una problematica mi pare affiori in molti dei testi in esso presenti: gli storici debbono continuare a stare esclusivamente dentro il proprio territorio, attenti a difenderlo, a proteggerlo da eventuali minacciosi assalti esterni, in fin dei conti scegliendo − ed è un’espressione usata da Andrea Del Col nel suo scritto, di «ritirarsi sull’Aventino» − oppure devono sfidare sul loro terreno quelli che, pur non essendo professionisti della materia, si occupano a vario titolo e in vario modo di storia? Ad esempio, scrivere per il grande pubblico su periodici e settimanali, organizzare mostre, non disdegnare la partecipazione a conferenze, festival di storia, discussioni in televisione o trasmissioni radiofoniche potrebbe servire a stigmatizzare l’uso spesso distorto con cui in quelle sedi vengono rappresentati o raccontati gli eventi storici. Potrebbe altresì servire a limitare semplificazioni, superficialità, revisionismi più o meno scorretti, dal momento che − come nota Micaela Procaccia − ci sono argomenti più sensibili di altri per i quali, quando se ne occupano i media, esiste «un altissimo rischio di travisamento». Forse sarebbe meglio trovare una via di mezzo, cercando di richiamare a un più consapevole senso di responsabilità non solo gli storici, ma anche gli editori e gli operatori che in qualche modo trattano di storia? A questi interrogativi vengono avanzate nel volume, ma non in forma saccente e perentoria, alcune risposte, che a loro volta implicano o rinviano ad altre domande.