I selvaggi e la lettura psichiatrica del misticismo religioso in Italia nell’Ottocento: una narrazione nascosta

«Durante una breve mia dimora in quel villaggio, mi fu dato di assistere ai fenomeni dʼuna malattia che in quel tempo era epidemica fra le donne di Irupara. Roghena è il nome di una ragazza da me osservata in modo particolare. Essa era demente, non furiosa, ma stupida, vedeva spiriti dappertutto e parlava insensatamente, credeva che tutti volessero rubare gli oggetti appartenenti a suo marito e non riconosceva alcuno. A volte tornava in sé e parlava della sua malattia in modo sensato descrivendone i sintomi». Il villaggio cui faceva riferimento Lamberto Loria, naturalista ed etnografo, si trovava in Nuova Guinea. Nel breve resoconto apparso nel 1895 su «Archivio di psichiatria», Loria attribuiva una forma di isterismo – in quei luoghi, secondo lui, di natura epidemica – a due donne, poi guarite attraverso una serie di rituali, interpretati dallʼesploratore come di tipo esorcistico. Pur non avendo una formazione medica, Loria aveva evidentemente dimestichezza con alcune formule rientranti a pieno titolo nel linguaggio comune della disciplina psichiatrica dell’epoca: Roghena era “demente” ma “non furiosa”, ad ogni modo “stupida”. Essa era, in sostanza, pazza nella misura in cui «vedeva spiriti dappertutto e parlava insensatamente»: troviamo qui due elementi caratteristici del concetto di malattia mentale, cioè le allucinazioni e il delirio.

Questo breve testo getta luce su unʼimportante traiettoria che fece collidere lʼambito della religione con quello della psichiatria e della psicopatologia. In questa congiuntura storica, le intersezioni tra le nascenti antropologia ed etnologia e la medicina, la psicologia, la psichiatria, quasi sempre nella loro declinazione naturalistica e positivistica, sono un fatto accertato. Nel corso degli anni Sessanta dellʼOttocento, si era inoltre rinnovato e diffuso un paradigma destinato a influenzare la medicina e la psichiatria nei decenni successivi: la degenerazione. Alla fine degli anni Cinquanta, Bénédict Augustin Morel, psichiatra francese di fede cattolica, pubblicava il suo Traité des dégénérescences, in cui sosteneva che la malattia mentale è il risultato di un lungo processo di decadimento fisico e morale della specie umana, frutto di tare degenerative trasmesse da una generazione allʼaltra in specifiche famiglie di individui e che portavano, nei loro esiti ultimi, alla sterilità.

Altrettanto decisiva fu la categoria dellʼatavismo, elaborata da Cesare Lombroso negli ultimi lustri dellʼOttocento. Le differenze tra i due paradigmi, sebbene il primo ebbe certamente un’influenza decisiva nell’elaborazione del secondo, sono importanti.

Cesare Lombroso, in una immagine da p. 382 del “Wisconsin medical recorder” (1909)

In Morel, ad esempio, vi era lʼidea di unʼumanità originaria adamitica, perfetta perché opera del creatore che, nel corso dei millenni, si era via via corrotta; in Lombroso, laico, lʼatavismo non possedeva queste sfumature religiose, né vi era lʼidea di una perfetta umanità delle origini: piuttosto il contrario, dato che nellʼimpostazione lombrosiana si concepiva un progressivo miglioramento della specie. Vincenzo Ferrone ha d’altro canto osservato come nella cultura illuministica italiana del Settecento la formulazione rousseauiana del mito del buon selvaggio fu tendenzialmente rifiutata.

Il dato è interessante perché centrale, nelle repliche italiane a Rousseau, fu la consapevolezza che la cultura, il progresso economico, andando di pari passo con una giusta organizzazione della società, costituivano gli assi portanti di quel concetto di civiltà delineato sempre più in contrapposizione al cosiddetto buon selvaggio rousseauiano, considerato cattivo proprio perché incolto e quindi incapace di servirsi della scienza e delle arti come strumenti per raggiungere quel mito tutto illuministico della felicità in terra.