Riccardo Benzoni, San Napoleone. Un santo per l’Impero, Morcelliana, 2019

Osservando la vetrata della chiesa di San Luigi a Vichy, consacrata nel 1865, ci si potrebbe meravigliare di notare la raffigurazione di un santo con il volto di Napoleone Bonaparte. Per comprendere le ragioni storiche che portarono alla produzione di siffatta immagine bisogna risalire al 1802 e ripercorre un processo che viene analiticamente ricostruito, attraverso un considerevole scavo archivistico e supportato da un corposo apparato bibliografico, nel bel libro di Riccardo Benzoni, San Napoleone. Un santo per l’Impero (Morcelliana, pp. 423). Obiettivo del volume è quello di analizzare in profondità le motivazioni che portarono all’introduzione del culto di San Napoleone, la cui ricorrenza divenne ben presto festa nazionale, e le conseguenze della sua diffusione nel contesto imperiale.

Fu senza proclami e nella quasi indifferenza della popolazione francese che fece la sua comparsa, il 13 dicembre 1802, nell’Almanach national di Testu, San Napoleone, omonimo del Primo Console; un Santo che, in pochi anni, avrebbe rivestito un ruolo cruciale non solamente nell’ottica di consolidamento e diffusione del potere imperiale, ma anche in quella sacralizzante della persona di Napoleone.
Gli accostamenti fra l’imperatore e le principali figure del Vecchio testamento, la recita del Te Deum ogniqualvolta l’esercito francese otteneva un successo militare vengono analizzati parallelamente all’affermazione del nuovo culto nell’ottica di creare attorno alla figura di Napoleone un’aura di sacralità. Così, il Santo venne caricato di un compito di importanza decisiva per il regime napoleonico, vale a dire «radicare il consenso anche nelle aree più delicate e certamente più riottose del territorio francese» (p. 34). Infatti, già nel 1804, in Vandea, iniziarono a comparire le prime immagini del Santo; la motivazione, asserivano i membri del clero, era per il «carattere quasi miracolistico e provvidenziale» dell’azione intrapresa dall’imperatore, che si assurgeva a difensore della fede e garante della cattolicità.

Ma qual era il profilo del Santo? Vi erano sue tracce nei martirologi? A queste e ad altre domande vengono fornite attente risposte, che mostrano come, benché inizialmente il nuovo culto avesse cercato di affermarsi senza una precisa identificazione, venne svolto un poderoso studio erudito teso a fornire una base agiografica capace di edificare una narrazione per i fedeli facilmente veicolabile e, al contempo, in grado di dissipare i dubbi mossi dal clero. A tal proposito il presente contributo ha il merito di mettere in luce il ruolo svolto dal Collegio dei Dottori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, incaricato dal cardinale e nunzio Caprara di compilare la legenda agiografica di San Napoleone. Un’indagine complessa, ma resa fruttuosa dal lavoro del custode del catalogo Pietro Mazzucchelli, che individuò in un santo di nome Neapolis o Neopolis (che sarebbe diventato Napoleo e, successivamente, in volgare, Napoleone) e nella sua passio alessandrina gli elementi utili alla costruzione della legenda. Ciò, unito al decreto imperiale del 1806 che sanciva ufficialmente la nuova festività, celebrata il 15 agosto, giorno dell’Assunta, ma anche genetliaco di Napoleone, caricava il Santo di piena visibilità e forniva al sovrano dei Francesi gli strumenti per radicare capillarmente in tutti i territori il suo cesarismo cristiano.
L’autore mostra sapientemente come il culto di San Napoleone finì per coinvolgere necessariamente la sfera religiosa e, in particolare, il centro della cattolicità. Attenta analisi è quella che viene riservata non solo all’operato del nunzio Caprara, fautore della nuova celebrazione, ma anche alla disapprovazione del Collegio cardinalizio, ai tentativi di ostacolarne la diffusione e la decisione ultima del pontefice, di accettazione di quanto era stato deciso a Parigi. Come «resa» viene definita la decisione di Pio VII, le cui ragioni profonde vengono sviscerate tenendo ben presente il particolare contesto storico, caratterizzato dalle sempre maggiori mire napoleoniche sui possedimenti portuali pontifici. Quella che potremmo definire come “questione religiosa” rappresenta un nodo di primaria importanza sia per il periodo rivoluzionario che per quello napoleonico, non sempre approfondito esaurientemente. Tesi fin dal 1790, i rapporti tra Francia e Santa Sede si stabilizzarono momentaneamente con l’azione concordataria del 1801, per poi acutizzarsi nel biennio 1805-1806. Infatti – ed è questo un ulteriore merito del volume – viene rimarcato, sulla scia degli studi di Bernard Plongeron e di Marina Caffiero, come il deterioramento dei rapporti tra Parigi e Roma fosse precedente all’occupazione militare dei porti di Ancona e Civitavecchia e, più precisamente, da collocare nel particolare clima di tensione e dissidi che caratterizzò i vertici della gerarchia cattolica in concomitanza dell’introduzione del culto di San Napoleone. Un culto che avrebbe, negli anni successivi alla sua introduzione, dovuto «fare i conti con l’evidente diffidenza e l’ostilità di una parte del clero concordatario […] alimentando il fenomeno della resistenza spirituale e religiosa» (p. 123). A tal proposito, l’autore riserva un capitolo ai detrattori di un «Santo contestato», testimonianza di un diffuso malcontento radicato non solamente in Francia. Significativa e interessante è la descrizione dell’ostilità mostrata dai missionari francescani italiani operanti a Tripoli, i quali boicottarono incessantemente le celebrazioni per San Napoleone, colpendo contestualmente lo stesso imperatore, accusato di agire in modo lesivo nei confronti della Santa Sede.

 

San Napoleone-Benzoni-Bazzani

Creato e ufficializzato il nuovo culto era necessario diffonderlo. A questo processo è dedicata la seconda parte del contributo, che contiene un’analisi delle circolari e delle pastorali vescovili, un canale privilegiato per la diffusione del consenso per il regime napoleonico, non solamente in Francia, ma anche nella Penisola italiana. Come viene ampiamente mostrato, tali testi contribuivano ad esaltare la figura di Napoleone quale sovrano devoto e a veicolare il culto del santo omonimo; quasi la totalità degli ordinari diocesani francesi si impegnarono a «fornire indicazioni più o meno esaustive sul santo patrono di Bonaparte e a stabilire altresì continui parallelismi e accostamenti fra quest’ultimo e il sovrano, allo scopo di amplificare il carattere sacrale e di sottolineare i benefici che il suo santo eponimo aveva recato alla nazione» (p. 185).

Una delle parti più pregevoli del lavoro di Benzoni è quella relativa alle rappresentazioni iconografiche, grazie anche ad un corredo di immagini che aiuta una migliore comprensione. Un tema, questo, scarsamente studiato ma utile per gettare maggior luce sul mito di Napoleone e sulla sua legenda aurea durante la Restaurazione e fino agli ultimi anni del XIX secolo. È un processo, quello descritto, che prende avvio in concomitanza dell’ufficializzazione del nuovo culto e trova compimento decenni dopo, quando San Napoleone, dapprima rappresentato con un volto anonimo, sarebbe stato identificato pienamente con l’imperatore, imprimendo una veste di sacralità destinata ad accompagnarlo ben oltre la sua caduta.

Proprio quello che potremmo definire come il lascito di San Napoleone interessa l’ultima parte del contributo qui presentato, là dove si analizza la diade légende noire e légende dorée, vale a dire il processo di demonizzazione della figura di Bonaparte e il suo processo di glorificazione. I detrattori dell’esule di Sant’Elena, immediatamente dopo il Congresso di Vienna, si scagliarono proprio su San Napoleone per testimoniare come l’azione imperiale fosse stata indirizzata a «trasformare la Chiesa in mero instrumentum regni da soggiogare» (pp. 297-298). L’intero impianto celebrativo venne smantellato e il restaurato sovrano Luigi XVIII reintrodusse quelle festività che venivano celebrate prima dello scoppio della Rivoluzione francese, come la cerimonia del voto mariano di Luigi XIII, solennizzata proprio il 15 agosto. Ma ciò che l’autore intende maggiormente sottolineare sono le forme di resistenza all’opera di damnatio memoriae di Bonaparte, che si palesarono, almeno inizialmente, attraverso forme clandestine, con l’inosservanza dei provvedimenti reali o la distruzione dei simboli monarchici. E a caratterizzare l’azione clandestina di matrice bonapartista vi furono anche le celebrazioni di ricorrenze napoleoniche, tra cui quella di San Napoleone, a testimoniare un glorioso passato recente e l’operato di un imperatore ormai decaduto, ma che si apprestava a mitizzarsi e a essere preso come riferimento del sentimento nazionale e patriottico.

Da ultimo, merita una menzione particolare il quarto capitolo, dedicato all’apporto della massoneria alla diffusione del culto di San Napoleone. Molteplici e noti sono gli studi dedicati alle logge massoniche durante l’epoca rivoluzionaria e napoleonica, che, durante gli anni dell’impero, vennero regolarizzate, poste sotto il controllo delle autorità e utilizzate quali veicoli di consenso. Visto che il Santo omonimo di Bonaparte aveva permeato ogni sfera del vivere, dalla politica, alla religione, fino alla quotidianità, iniziarono a formarsi ben presto anche le prime logge di San Napoleone, che svolsero un «ruolo di assoluto rilievo nella costruzione della sacralizzazione imperiale» (p. 166). L’autore sottolinea giustamente l’importanza della massoneria, i cui membri, inseriti nei ranghi dell’esercito, negli uffici del notabilato locale e in quelli governativi, si fecero promotori di rituali dalla forte carica simbolica, inneggianti al potere e alla figura sacrale dell’imperatore.

Il consenso politico, il simbolismo, il cesarismo, la sacralità sono elementi che si ritrovano ripetutamente lungo tutta la trattazione, a testimonianza della complessità e profondità della materia. San Napoleone. Un santo per l’Impero si conferma quale studio organico, capace di cogliere tutte le sfaccettature di una festività, le cui ripercussioni non solo coinvolsero l’impero napoleonico e i rapporti con la cattolicità, ma si sarebbero trascinate per quasi tutto il XIX secolo. L’autore, dimostrando una fine capacità di far interagire la documentazione, sovente inedita, con la storiografia, riesce a far rivivere un aspetto del variegato mondo napoleonico che era caduto nell’oblio, ponendo, al contempo, in risalto quel mito di Napoleone che perdura ancor oggi.