Solitamente i film storici sono dei kolossal con molti personaggi, grandi scene di massa, scenografie imponenti. Talvolta, invece, per fare un bel film storico bastano soltanto due personaggi, dialoghi coinvolgenti ed un’ambientazione raffinata. Ė il caso di A cena con il diavolo (titolo originale Le Souper), pellicola francese del 1992 tratta dall’omonima pièce teatrale dello scrittore e drammaturgo Jean-Claude Brisville (1922-2014), diretta da Édouard Molinaro (1928-2013) ed interpretata da due grandi del cinema francese, Claude Rich nel ruolo di Charles-Maurice de Talleyrand e Claude Brasseur in quello di Joseph Fouché. Molto semplice la trama. La sera del 6 luglio 1815, a Parigi, poche settimane dopo la sconfitta definitiva di Napoleone sul campo di battaglia di Waterloo, si incontrano per una cena Charles-Maurice de Talleyrand e Joseph Fouché, rispettivamente ex ministro degli esteri ed ex ministro degli interni, nonché ex capo della polizia, dell’ormai decaduto Impero napoleonico. Il momento conviviale, che si tiene nella lussuosissima dimora di Talleyrand mentre fuori si agita un popolo anonimo e amorfo, è scandito sia dal susseguirsi di piatti ricercati e di calici pregiati che da un duello verbale metaforicamente serrato, elegantemente violento e diabolicamente ironico tra i due grandi camaleonti, veri principi del trasformismo, entrambi di estrema ambiguità politica e totalmente privi di qualsiasi morale; un duello nel quale la posta in gioco è il futuro della Francia ed insieme ad esso quello dei due stessi giocatori. Entrambi sanno che ognuno di loro ha bisogno dell’altro: Talleyrand ha bisogno di Fouché per tenere bada il popolo e permettere così a Luigi XVIII di Borbone di ritornare sul trono di Francia; Fouché ha bisogno di Talleyrand per ottenere dal nuovo sovrano il perdono sia del suo voto con cui in piena Rivoluzione ha mandato alla ghigliottina Luigi XVI che delle stragi compiute durante il Terrore. Tutto divide ed oppone i due schermitori, Talleyrand un fiorettista, Fouché uno sciabolatore: il carattere, l’estrazione sociale (uno principe aristocratico, l’altro plebeo, pur essendo duca), la formazione culturale, la visione della Storia; eppure sono tutti e due ben consapevoli di essere condannati a capirsi ed obbligati a camminare insieme. Alla fine della cena, infatti, dopo essersi colpiti a vicenda con il loro parlare forbito, mentre infuria un temporale stringono un demoniaco accordo e si recano insieme dal nuovo re di Francia per giurargli fedeltà ed offrirgli i rispettivi servigi. Il film termina con una voce fuori campo che legge un breve brano estratto dalle Memorie dell’oltretomba di François-René de Chateaubriand:

 

Mi recai a Saint-Denis. Introdotto in una delle anticamere del re, non trovai nessuno; sedetti in un angolo e aspettai. A un tratto, una porta si aprì. In silenzio entrò il vizio, appoggiato al braccio del crimine. Monsieur de Talleyrand che camminava sorretto da monsieur Fouché. Quella visione d’inferno passò lentamente davanti a me, penetrò nello studio del re e scomparve. Fouché veniva a prestar fede e a rendere omaggio al suo signore; il fedele regicida, inginocchiato, mise le mani che fecero cadere la testa di Luigi XVI tra le mani del fratello del re martire; il vescovo apostata fu garante del giuramento.

 

il 7 luglio 1815, verso le undici di sera.

 

Sono diversi i momenti del film in cui Talleyrand e Fouché, che conservano innegabilmente fascino perverso e seduzione malefica, si scambiano battute particolarmente fulminanti, sottilmente minacciose e crudelmente ironiche. Ne riportiamo alcune (tratte da Jean-Claude Brisville, La cena, trad. it., Milano, 1993 e contenute anche nella versione in lingua italiana del film), che ci appariranno non solo argute, ma paradossalmente anche piacevoli, con dentro una sorta di piccolo campionario di aforismi sui generis da sfoderare, magari un po’ “andreottianamente”, in ogni circostanza della vita, soprattutto in quelle più disagevoli. Historia semper docet.

 

Fouché – Due coperti? Allora eravate sicuro del fatto vostro, monsignore, quando mi avete invitato a cena poco fa? Siamo soli?

Talleyrand – La mia compagnia non vi basta, monsieur Fouché? Ma sedetevi, vi prego. Per parte mia, ho un certo appetito.

 

Fouché – Eh sì, le circostanze. Ci avvicinano, in certi momenti.

Talleyrand – Allora bisogna esserne grati. Ho sempre avuto il presentimento che un giorno avremmo avuto questo incontro, faccia a faccia… E che avremmo dovuto decidere il corso degli avvenimenti.

Fouché – In altre parole avere una conversazione a cuore aperto…

Talleyrand – Siamo fatti per intenderci.

Fouché – A mezze frasi.

Talleyrand – Ci basteranno.

Fouché – Non siamo né soldati né uomini di corte… Ai quali bisogna spiegare tutto per filo e per segno.

Talleyrand – Eh sì, Fouché. Siamo noi a tirare le fila. È un gioco in cui sono maestro.

Fouché – Non sempre.

 

Talleyrand – Dovunque andremo, cammineremo insieme, credo.

Fouché – Vi serve forse il mio braccio?

Talleyrand – Sì, come a voi serve la mia testa. Per modo di dire.

Fouché – Insomma, era tempo di riallacciare le nostre relazioni.

Talleyrand – Visto che non possiamo tagliarle con il coltello… Ancora una fetta di foie gras?

Fouché – Ah, principe! Essere intrattenuto da voi significa quasi appartenervi.

Talleyrand – E guardate cosa segue! Asparagi a forma di piselli, fondi di carciofi à la ravigote… Salmone à la royale e filetti di pernice.

Fouché – Alla vostra tavola è impensabile contemplare un cambiamento di regime.

Talleyrand – I regimi passano, la cucina resta.

 

Fouché – Sono duca, senatore e consigliere di Stato. Sono il presidente del Governo, i giacobini mi ubbidiscono per filo e per segno e la repubblica è alle nostre porte. Non mi farete paura. Nessuno mi ha mai fatto paura. Inoltre, dispongo della Polizia.

Talleyrand – Infatti vi rimane qualche agitatore. Bastano per ritardare la restaurazione, ma non per ristabilire la repubblica. Dovete rassegnarvi, Fouché: oggi il futuro appartiene al passato. I Borboni sono i soli che possano offrire certe garanzie.

Fouché – Per voi.

Talleyrand – Per me… Per voi se m’intrometto… E persino per la Francia.

 

Talleyrand – Io vi capisco. Ma è al re che dovrete spiegare che non c’è niente in comune tra il deputato della Convenzione Joseph Fouché e il recentissimo duca d’Otranto.

Fouché – In altre parole, avrei bisogno di un ottimo avvocato.

Talleyrand – Un ottimo avvocato che vi conosca nei precordi e goda della simpatia del re.

Fouché – Ne vedo uno solo.

Talleyrand – Già.

Fouché – Siete impagabile.

Talleyrand – Su! Sapete bene che non è vero.

Fouché – Sì, avete ragione, il vostro valore sul mercato è altissimo. Tutta l’Europa lo sa. Non c’è principe, ministro o re che non abbia pagato i vostri servizi. Vi facevate compensare persino le udienze. Nel vostro dossier ho segnato i particolari delle bustarelle da voi percepite, in maniera illegittima e fraudolenta. Sette pagine in-octavo in caratteri minuti.

Talleyrand – Permettete che mi metta a mio agio?

Fouché – Austria, Italia, Inghilterra, Spagna e Portogallo… Uomini di chiesa e banchieri, ambasciatori e re… Persino gli ebrei di Algeri… Tutti vi hanno pagato. Centodiciassette milioni e seicento novanta franchi finiti nelle vostre tasche.

Talleyrand – Vi prego, smettiamola di bisticciare: volete, sì o no, che io parli di voi al re?

 

Talleyrand – Sapete perché il mio dossier non può affatto nuocermi? Perché è di pubblico dominio. Non può insegnar niente a nessuno. E al re meno che a chicchessia. Io sono – tutti lo sanno – un debosciato, reo di concussione, prevaricazione e lussuria; sono un vescovo apostata, rinnegato scismatico.

Fouché – E sposato con una puttana divorziata, la quale per di più è indiana.

Talleyrand – Sì… E la mia amante ha diciassette anni, vive a casa mia ed è mia nipote. Tutta la Francia ne spettegola e ne è felicissima. No, è il mio talento che conta agli occhi della gente. Basta a proteggermi da tutto. Ne parlavo di recente con il re. Come se vi fosse in me qualcosa d’inspiegabile, che porta male ai governi che mi trascurano.

 

Talleyrand – Invidio il re che vi avrà come ministro. In un mese saprà più sulla sua famiglia di quanto la storia gli abbia insegnato in dieci secoli. Su, beviamo. Non avete reso omaggio sufficiente al mio cognac… […]. Il bicchiere va preso nel palmo della mano, riscaldato, poi gli si dà un impulso rotante perché il liquore emani il suo profumo. Poi va portato alle narici, lo si aspira…

Fouché – Poi?

Talleyrand – Poi lo si mette giù e se ne parla.

Fouché – Il vostro galateo… Puzza di morte, monsignore. Io e voi non apparteniamo alla stessa epoca. La vostra sta crepando per un’indigestione di buone maniere ed è la mia che avrà il sopravvento. Il vero potere sarà quello dei subalterni, delle spie, degli informatori e nessuno saprà mai se ha le carte in regola perché la regola sarà equivoca e terribile. Così vedo la Polizia: indefinibile, proteiforme. Invisibile e onnipotente. Penetrerà in tutte le coscienze. E allora, monsieur, ci sarà l’ordine.

 

Fouché – Si comincia facendo politica per ottenere il potere e poi, una volta ottenuto il potere, si gioca a fare politica.

Talleyrand – Il potere logora coloro che non l’hanno… Allora giochiamo, signor presidente. Dovremo dividere lo stesso tetto. Proviamo ad abituarci a questa prospettiva. Ma non dimentichiamolo: io e voi… Oppure nessuno dei due.

Fouché – Allora io e voi.

 

A cena con il diavolo è un film storico particolare. Alla concezione tradizionale della Storia intesa come successione di grandi eventi dominati da personaggi titanici ed eroici il regista Édouard Molinaro oppone una concezione della Storia intesa come risultato di accordi segreti, intrighi ed operazioni occulte svolti da personaggi ambigui dotati di abili capacità di manovra. Interessante a tale proposito è la traduzione italiana del titolo originale della pellicola che allude alla natura mefistofelica dei due protagonisti nei quali, fra l’altro, lo spettatore difficilmente riesce a identificarsi. Da notare poi, lo accennavamo anche prima, due cose: il fatto che l’accordo finale tra Talleyrand e Fouché sia siglato nel momento in cui infuria un temporale, testimone e presago di un male, filosoficamente inteso, che si è appena compiuto e che imperverserà in futuro; il ruolo del tutto marginale del popolo, che non turba mai i due protagonisti convinti, quest’ultimi, che soltanto i grandi e non le masse possono fare la Storia e decidere le sorti del mondo e dell’umanità. Ma proprio all’umanità, cioè a tutti noi, tocca l’ingrato compito finale, allora come oggi e, forse, anche domani, di pagare il conto, ovviamente salato, della cena con il diavolo.