Vorrei provare a rispondere alla domanda: che cosa si ricorda e si celebra di Sigmund Freud oggi in occasione dell’ottantesimo anniversario della sua morte? Ritengo, sulla scia della “celebrazione” razionalmente mitica fatta da Thomas Mann nel 1936 degli ottanta anni di Freud, che valga ancora e forse ancor più che al tempo della laudatio manniana, l’identificazione del ricordare e del celebrare il grande pensatore che ha segnato nel profondo la cultura del secolo scorso. Ma mi chiedo, a fronte dell’infinità di scritti dedicati a Freud e alle tante volte in cui Freud è stato riconosciuto come il creatore di una svolta nella continuità storica della cultura europea e occidentale, e a fronte della critica e delle vere e proprie ripulse del suo pensiero che hanno tentato di svalutarlo, per chi possa valere ancora oggi l’identificazione del ricordo della grandezza di quel pensiero della verità, e della celebrazione del suo creatore, sempre nel segno di Thomas Mann. Non mi sfugge che interpreti importanti, da Peter Gay a Élisabeth Roudinesco, hanno realizzato opere di impostazione storica (o forse meglio storico-psiconalitica) basate esattamente sulla convinzione che il soggetto della celebrazione di Freud, per il quale conta come essenziale l’identificazione con il ricordo, sono gli esseri umani che hanno convissuto con la svolta psicoanalitica del pensare, e l’hanno variamente ripresa e sviluppata perché hanno vissuto la compenetrazione della storia e del tempo di Freud e del proprio. Quegli autori hanno ricostruito una storia del tempo loro che è insieme il tempo storico di Freud e del freudismo. Essi hanno scoperto e delineato il senso di una storia (culturale e insieme scientifica) che inizia con Freud, che è continuata e continua dopo di lui e l’hanno celebrata così come si celebra qualcosa che nella storia recente è assurto a un valore che non è spiegato dalla storia, ma viceversa la spiega quale sua anima, che Mann chiamava “mitica” per indicare la dimensione sovrastorica di quel valore (il freudismo, la psicoanalisi) che pur si è incarnato in una storia reale. Una storia, non dimentichiamolo, che nella fase finale coincidente con gli ultimi anni della vita di Freud è stata sfregiata dall’orrore della barbarie nazista giungendo fino a toccarla e a condizionarla.

 

Sigmund Freud
Sigmund Freud

 

Non ripeto qui la strada aperta dai grandi interpreti citati, e da altri che non nomino. Le brevi osservazioni che seguono per rispondere alla domanda iniziale (per chi, mi sono chiesto, può valere l’identificazione di ricordo e celebrazione dell’anniversario della morte di Freud?) non solo non basterebbero anche solo a iniziare a ripercorrerla, dopo averlo in parte fatto nel mio ultimo saggio Umanesimo europeo. Sigmund Freud e Thomas Mann (Morcelliana 2019), ma nascono da una sorta di modificazione dello sguardo interpretativo che cerca quella riposta. Per dirla concisamente, non il tempo storico mio, nostro e insieme di Freud, vuole esserne il referente, ma la mia soggettività, quel mio io culturale e filosofico comunque compenetrato di freudismo che costituisce il ‘per chi’ del valore assegnato alla identificazione di ricordo e celebrazione di Freud. Provo cioè a chiedermi che cosa io stesso ritengo di sentire, prima ancora che di pensare, dell’intreccio tra il freudismo e la psicoanalisi, da un lato e la mia vita spirituale, culturale e scientifico-razionale, dall’altro, una compenetrazione che sento come componente essenziale della mia personalità, che Freud avrebbe chiamato la mia vita psichica, e definisce insieme la mia vita culturale. Muovendomi dunque lungo la via dell’analisi del me stesso anche psicoanalitico (sebbene non solo) e prendendo a modello sia il modo in cui Mann ha perseguito rispetto a se stesso la delineazione dell’intreccio mirabilmente ricostruito tra la sua storia di scrittore e l’ingresso in essa della rivoluzione psicoanalitica, sia il modo in cui Freud ha più di una volta ricostruito autobiograficamente l’affermarsi della psicoanalisi nel, e come, suo pensiero, direi che avendo scelto me stesso quale il ‘per chi’ della sovrapposizione di ricordo e celebrazione di Freud, il sentimento che avverto dominante è quella di una ‘appartenenza’. Mi si obbietterà, con pieno diritto, che il senso che qui delineo della mia celebrazione di Freud presenta caratteristiche di essenziale soggettività, ossia che corro il rischio di mettere me stesso al centro della scena celebrativa, di scadere nel soggettivismo psicologico, elevandolo al tempo stesso al modo più freudiano di parlare Freud. Rispondo che se le mie osservazioni ruotano sulla circostanza di vedere la presenza e l’operare di Freud, del freudismo, della cultura e della scienza psicoanalitica al centro della mia vita, questa è esattamente la direzione in cui intendo muovermi e in cui ritengo che ogni lettura di Freud, da parte di un non psicoanalista, dovrebbe collocarsi, almeno come sua base o premessa. È importante aggiungere che tale adesione originaria e basilare al freudismo dovrebbe evitare ogni deriva retorica, ideologica o astrattamente scolastica perché non sono l’intelletto, la cultura la razionalità che spingono nella direzione vitale – sebbene non vi possano mancare –. È piuttosto dall’interno della vita psichica che per me come per chiunque segua il mio progetto celebrativo prende le mosse l’adesione di cui sto parlando. Il freudismo, dunque per me e per il mondo degli altri, è come il portatore di una appartenenza vitale che plasma personalità psichiche anche nella loro storia e biografia mondane.

Chi, filosofo professionale, decida di riconoscersi in una filosofia, di farla propria come oggetto della propria passione di pensiero (che si tratti dell’hegelismo o della fenomenologia o di altri sistemi di pensiero) non si può dire che appartenga al proprio oggetto filosofico, ossia non condivide l’esperienza di chi sente di appartenere al freudismo come chi scrive tenta qui di delinearla. La differenza tra le due situazioni culturali che prende mosse dal rapporto di ogni singolo con il proprio oggetto di pensiero, con la propria ‘appartenenza’, serve egregiamente, appunto per differenza a definire l’appartenenza psicoanalitica, pur senza fare di quest’ultima ciò in cui la propria personalità interamente si risolve. Descrivo così la mia propria appartenenza. Essa non comporta, come nel caso dell’adesione ad una filosofia, alcuna distanza riflessiva tra il filosofo che sceglie Hegel o Husserl, o altro, come suo oggetto. Essa cioè “sospende” (per usare una espressione fenomenologica) ogni distanza oggettivante e riflettente, ogni analisi partecipata bensì ma non vitalmente coinvolgente con il proprio oggetto, ciò che fa di lui comunque uno ‘studioso’, per quanto hegeliano o husserliano, del proprio oggetto.

Non accade questo nell’appartenenza al freudismo, non questo ho sperimentato della mia via a Freud e con Freud, nel contesto dell’orizzonte culturale che si è venuto plasmando come mio. Ho parlato di appartenenza vitale e ho voluto dire che essa si è venuta formando entro le strutture e la storia della mia vita psichica di cui la psicoanalisi freudiana ha tracciato le coordinate cliniche e teoriche. Le ha tracciate non come semplici concetti teorici, ma originariamente come modi del vivere. L’appartenenza al freudismo si configura così come una vicenda e come un risultato stabile che diviene visibile nella sua peculiarità non teoretica e non oggettivante, entro l’orizzonte del freudismo stesso che via via si vive, e che rende razionalmente consapevoli della propria identità, esibendo se stesso nel modo di esperire e di pensare la propria vita psichica. Qui non si danno distanziamenti o sospensioni come nel caso del filosofo di fronte alla ‘sua’ filosofia. Resta di scoprire un secondo punto importante della mia celebrazione, della mia appartenenza al freudismo, modalità essenziale e non eliminabile della mia celebrazione-ricordo di Freud. C’è da comprendere il significato della sua peculiarità che mette in mora la filosofia. C’è da rispondere non più al ‘come’ del suo prodursi, ma al ‘che cosa’ l’appartenenza abbraccia e fa suo: c’è da ripetere quel che pure si sa se si è stati un analizzando e si è letto Freud. Anche in questo caso, l’esperienza della mia vita psichica e culturale filtrata della psicoanalisi, cui, nel senso che stiamo precisando, sento di appartenere, è il punto di partenza, e anche di arrivo capace di dar conto anche del modo non filosofico, non teoretico dell’appartenenza, come si è appena detto.

È evidente che è cruciale vedere che tale appartenenza alla psicoanalisi freudiana presuppone un re-impossessamento, al tempo stesso retrospettivo, presente e futuro di un io sofferente, che è perso nell’altro inconscio che lo costituisce come componente strutturale della sua psiche, il quale relega la coscienza a ciò che si rende visibile nella “lacune” della vita psichica cosciente. Abbiamo così a che fare con l’apparente paradosso di una appartenenza rivolta ad un io psichico, ad un suo re-impossessamento attraverso la scoperta di un senso coincidente con la virtualità di un mutamento vitale nel senso di una ritrovata preminenza dell’intelletto razionale e analizzante, un io psichico che è in se segnato e come diviso da una non-appartenenza a se stesso, che si tratti del   formarsi del sogno o della nevrosi. L’appartenenza alla psicoanalisi che sto descrivendo e che ho sperimentato come mia è dunque appartenenza ad una vita psichica che non si appartiene, che non è trasparente a se stessa, e lo diviene solo se riconosce e valorizza come ricchezza psichica da decodificare senza mai cancellarla, la vita “ribollente” dell’inconscio, ciò che il Freud lettore di Groddeck chiamava “Es”. E’ altrettanto evidente che ciò che l’appartenenza sentita prima che teorizzata ci offre (offre quello che a me ha offerto) è la pratica della lotta contro la sofferenza psichica che avviene non come su un esterno palcoscenico osservato, descritto e affrontato da spettatori non coinvolti, ma piuttosto, e all’inverso, all’interno dell’esperienza di quella sofferenza, del “disagio” che provoca, delle psicopatologie che induce, e insieme della interpretazione di sé che essa , in maniera altrettanto necessariamente vitale, spinge a cercare nel setting.

Se è vero, come a me pare di poter, anzi di dover dire, che la ricerca psichica  della verità vitale su se stessi costituisce il cuore  della psicoanalisi, manca solo di aggiungere qualcosa che nella celebrazione-ricordo che prende le mosse dalla data della morte di Freud si potrebbe definire come il senso di una riconquistata, laica, etica libertà che non conosce e respinge l’arbitrio dell’obbedienza alle fedi, ma insorge all’interno della riconosciuta, e interminabilmente combattuta, alterità che attraverso la perduta trasparenza della coscienza individuale, assegna ad ogni io psichico la ricchezza e la creatività che lo rende consapevole della libertà del suo scegliere, e insieme del limite anche mortale dei quest’ultima.