La globalizzazione della violenza estrema. Tra sfera simbolica del sacro e dominio del concreto del politico

La globalizzazione della violenza estrema.

Tra sfera simbolica del sacro e dominio del concreto del politico

di Matteo Canevari

 

Introduzione

La riflessione che propongo prende spunto dall’importante studio sulla violenza nel mondo globale che Arjun Appadurai ha pubblicato nel 1998, apparso in Italia nel 2005 col titolo Sicuri di morire: la violenza etnica nell’epoca della globalizzazione.

La mia attenzione sarà dedicata a un particolare aspetto dell’analisi di Appadurai sui fenomeni di violenza estrema che hanno interessato l’ecumene globale negli ultimi decenni: la sconvolgente spettacolarità della brutalità della violenza esercitata sui corpi.

In via preliminare desidero chiarire con quali finalità mi approccio a un argomento tanto orribile quale la violenza estrema, sempre più diffusa nei recenti scenari di scontro comunitario. Nella raccolta Antropologia della violenza, da lui curata, Fabio Dei riporta la riflessione di Michael Taussig circa la specifica difficoltà di trattare in termini scientifici un tema come quello della violenza estrema. Per sua natura esso sembra sfuggire alle possibilità di classificazione, di comprensione e di oggettivazione per ricadere in una sorta di «buio epistemico» (epistemic murk) che lascia tutti interdetti: il ricercatore, le vittime e in un certo senso persino i carnefici.

È proprio per cercare di uscire da tale oscurità che ritengo necessario affrontare con impegno critico e riflessivo alcune categorie con cui cerchiamo di pensare questo fenomeno così spaventoso. Non solo per trarlo dall’indeterminato, in cui rischia sempre di ricadere, ma anche per tentare di collocarlo in forme di comprensione adeguata. A tale scopo ritengo importante cercare di sottrarlo all’incertezza cognitiva, che rischia di apparentare le sue forme ad altre modalità dell’esperienza umana, che in qualche misura gli somigliano superficialmente, ma che per altri versi se ne differenziano nella sostanza. Il mio quindi vuol essere, in prima istanza, un lavoro di riflessione sui limiti entro i quali possiamo utilizzare alcuni concetti come rito e sacrificio per comprendere certi fenomeni di violenza estrema. In seconda istanza, a tali analisi vorrei affiancare un diverso approccio critico, tratto dalla teoria della performance, che, a mio avviso, permette di aggiungere elementi utili ad allargare le possibilità di comprensione di tali fenomeni, mettendo in primo piano la questione dell’esibizione del corpo come filo conduttore per comparare tali atti brutali, per altri versi differenti.

In particolare, intendo soffermarmi su quei casi di eccesso di violenza, di cui parla Appadurai a proposito dei massacri in Ruanda, ma che riconosciamo anche in altri drammatici scenari di conflitto come la Bosnia, più recentemente nella guerra in Siria (spinti all’estremo anche dall’esibizione in rete), o anche nelle storie di «donne violentate così brutalmente da aver sviluppato in alcuni casi fistole genito-urinarie, di uomini inermi a cui le gambe erano state amputate senza motivo, di corpi sventrati e lasciati al sole e alle mosche», raccolte da Roberto Beneduce durante gli incontri terapeutici con persone traumatizzate al centro Frantz Fanon di Torino. Il racconto di queste vicende mette in crisi le consuete categorie di interpretazione, compresa quella di trauma psichico, e chiama in causa una comprensione più ampia, che includa la dimensione politica di quelle drammatiche esperienze di violenza e sopruso.

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