I campi di concentramento fascisti: tra storiografia e definizioni

«Credo che, in futuro, ogni volta che verranno pronunciate le parole “campo di concentramento”, si penserà alla Germania di Hitler, e solo a quella». Con queste parole appuntate sul suo diario nell’autunno del 1933, appena qualche mese dopo l’arrivo dei primi prigionieri a Dachau, l’ebreo Victor Klemperer, professore di filologia di Dresda e acuto osservatore della dittatura nazista, aveva già intuito quello che sarebbe diventato uno dei più grandi problemi lessicali e concettuali della storiografia sugli “universi concentrazionari” totalitari. Infatti, i “campi di concentramento” sono diventati sinonimo dei campi nazisti, addirittura inglobando anche quelli adibiti allo sterminio di massa degli ebrei d’Europa, meglio definiti come “centri di morte immediata” o “campi di sterminio”. È pur vero che i “campi di concentramento” incarnavano lo spirito del nazismo, formando un sistema separato di dominio organizzato con regole proprie e con un linguaggio codificato originale. Nei documenti ufficiali nazionalsocialisti venivano denominati KL, acronimo del tedesco Konzentrazionslager e il regime nazionalsocialista riconobbe fin da subito l’importanza di uno strumento del genere per disporre di un potere considerevole.