La sinistra e gli ebrei, tra concezioni ideologiche e scelte politiche

Nel 1982 William D. Rubinstein pubblicava un saggio in cui, pur prendendo in esame principalmente il mondo anglosassone (Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia), si proponeva di analizzare, più in generale, il rapporto tra La sinistra, la destra e gli ebrei da una prospettiva storica e sociologica. Effettivamente, come scriveva Arrigo Levi nella prefazione all’edizione italiana, il volume colmava «un vuoto singolare nella pubblicistica italiana, e in parte in quella mondiale, su un argomento che pure è di grande importanza per la storia della cultura e della politica contemporanee».

Ritenendo che la storia dell’ebraismo nel corso del Novecento fosse stata fortemente segnata non soltanto dall’Olocausto e dalla fondazione dello Stato di Israele, ma anche dalla «costante ascesa degli ebrei verso le classi medio-alte» e dal loro inserimento nelle «élite istituzionali della maggior parte dei paesi occidentali», l’allora professore alla School of Social Sciences della Deakin University (Australia) sosteneva che questo cambiamento dello status socio-economico «ha comportato la scomparsa quasi totale del proletariato ebreo», e che il contemporaneo mutamento dell’atteggiamento dell’establishment conservatore occidentale verso gli ebrei ha fatto sì che, «se non si considerano alcune frange neo-naziste, l’antisemitismo è oggi un fenomeno riscontrabile in misura maggiore a sinistra anziché a destra» e «le forze di destra nei paesi occidentali rappresentano il settore più attivamente filosemita e filo-israeliano».Tutto ciò, a sua volta, «ha reso il marxismo e altre dottrine radicali» meno attrattivi per gli ebrei e determinato lo spostamento di questi ultimi sulle «posizioni della destra politica e intellettuale occidentale».