Nel giugno del 2017, mi è stato chiesto di scrivere la docufiction sullo statista della Democrazia Cristiana rapito nel marzo del 1978 e ucciso 55 giorni dopo dalle Brigate Rosse.

Mi era stato detto che si voleva affrontare la storia dal punto di vista del Moro professore universitario, un aspetto abbastanza inedito rispetto al cosiddetto “caso Moro” e cioè la fase del rapimento Moro e di tutto ciò che ne conseguì. Era un’idea del produttore Giannandrea Pecorelli, amministratore delegato di Aurora Tv e, in questo caso, anche autore del soggetto insieme a Franco Bernini, noto sceneggiatore di cinema e fiction.

La questione era proprio quella di mettere in scena il rapporto tra Aldo Moro, professore di Procedura Penale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma e i suoi studenti, sullo sfondo della triste vicenda del suo rapimento e della sua uccisione.

Moro era un professore meticoloso, esigente, preciso, molto coinvolgente; era rispettato e aveva con i suoi studenti un rapporto molto particolare.

Nonostante fosse un politico affermato con incarichi importanti come quello di Ministro degli Esteri e presidente del Consiglio, Moro riteneva il lavoro di professore universitario estremamente importante. Cercava di non mancare mai alle lezioni e alla fine si intratteneva con i suoi studenti in aula o in corridoio per più di un’ora. Erano conversazioni private in cui gli studenti gli chiedevano di tutto. Dalle questioni personali sul loro futuro, a come si dovevano comportare in una determinata occasione. Erano consigli che chiedevano. Moro rispondeva a tutti, ma soprattutto voleva avere da loro il polso della situazione: cosa pensavano i giovani, come reagivano a determinate situazioni sociali e politiche; era molto interessato ai ragazzi, ai loro pensieri e alle loro opinioni. Credeva nelle giovani generazioni e faceva in modo di essere coinvolto nel loro processo di crescita. Ma non solo. Moro frequentava i giovani anche fuori dall’università. Sempre tramite i suoi studenti andava alle assemblee, organizzava per loro gite istruttive rispetto al corso di lezioni che teneva. E non era affatto scontato che un politico del suo rango impiegasse parte del suo tempo in questa attività. Per più ragioni. Per il fatto, ad esempio, che in quel periodo, gli anni Settanta, le contestazioni erano numerose fuori e dentro l’università. Gli studenti si ribellavano alla politica e al potere. E Moro voleva sapere, non aveva paura di affrontare le questioni anche spinose che i suoi giovani gli rinfacciavano. E poi c’era anche la questione sulla sicurezza da non sottovalutare. Perché in quegli anni le Brigate Rosse e i gruppi estremisti erano molto attivi e le minacce c’erano tutti i giorni.

Per realizzare la docufiction, Aldo Moro, il professore, tanti sono stati gli incontri preparatori con i suoi ex studenti. In primis con Giorgio Balzoni, ex studente e ex vicedirettore del Tg1. Giorgio è stato per me e per noi una guida eccezionale e preziosissima. Con “noi” intendo me, lo sceneggiatore Franco Bernini e lo sceneggiatore, nonché ottimo regista della docufiction, Francesco Miccichè. Con Balzoni abbiamo parlato tanto. Lui aveva scritto un libro intitolato proprio Il Professore che trattava della sua esperienza universitaria di allievo di Aldo Moro alla metà degli anni Settanta. Ovviamente prima di cominciare a scrivere ci siamo letti il suo libro, e lo abbiamo visto più volte. Gli abbiamo chiesto di tutto, cercando di individuare nelle azioni e nei pensieri del Moro professore qualcosa di inedito, di nascosto, di umano che avremmo potuto in seguito inserire nella nostra sceneggiatura. Oltre a Balzoni abbiamo incontrato altri ex studenti e ognuno ci ha fornito un particolare, una sfaccettatura che era nascosta e che è stato interessante ed emozionante tirare fuori. Perché la vicenda umana e politica di quei 55 giorni, i giorni del sequestro in parte la si conosce. Conosciamo i comunicati delle Br, le lettere di Moro dal carcere del popolo, “le splendide lettere di Moro”, diceva Pannella, conosciamo i tentativi più o meno blandi di cercare di capire dove era nascosto; conosciamo in parte i depistaggi, conosciamo quello che si poteva fare e non è stato fatto, ma non conosciamo bene l’umanità che c’era dietro quella figura così importante per la politica italiana. Come se in quei 55 giorni, il “caso Moro” avesse catalizzato e vampirizzato tutto quello che le generazioni future potevano sapere su di lui: il suo modo di fare politica, la sua umanità, il suo rigore morale e professionale. Diceva sempre Aldo Moro che per lui prima veniva la professione di professore e poi il politico al servizio della comunità. Per lui quel mestiere era importantissimo e per questo è stato giusto raccontarlo così a distanza di quarant’anni.

Proseguendo a parlare della lavorazione della docufiction, c’è stata una seconda fase e poi una terza, poi una quarta e una quinta. La seconda fase è stata quella della raccolta di informazioni, di documentazione necessaria per la stesura del copione. La terza è stata quella delle interviste realizzate prima delle riprese della fiction vera e propria, la quarta ha riguardato le riprese sul set, la quinta il montaggio. Andiamo per fasi.

La seconda fase, quella della raccolta di informazioni, è stato un momento importante. Perché dalla lettura dei libri, dalle ricerche di repertorio e dalle indagini che la Terza Commissione parlamentare su Aldo Moro (lavori terminati a febbraio 2018) avevano prodotto si è veramente potuto constatare che la vicenda sul rapimento e omicidio del professore era purtroppo ancora molto oscura. E questo mi ha rammaricato parecchio. Come è possibile che ancora oggi a quarant’anni di distanza da quei fatti non si sia giunti ad una verità storica e oggettiva? Come è stato possibile che la vicenda Moro sia ancora così piena di interrogativi, dubbi, depistaggi, false verità, mezze confessioni e niente di concreto? Eppure è così. La vicenda Moro, il “caso Moro”, non sono affatto risolti. Anzi, sono ancora in gran parte oscuri. Troppe sono ancora le zone grigie che devono essere chiarite. La consapevolezza che si ha leggendo le carte, le numerosissime carte processuali e di indagine, i libri e i memoriali è che quella di Moro sia una vicenda molto complicata, un gomitolo parecchio inestricabile, ma che comunque è il più grande mistero che questa Repubblica porta dentro di sé. Un mistero dove tanti non hanno detto quello che sapevano. Un mistero che porta con sé morte e rassegnazione, interessi di politica internazionale e di lotta di potere. Un mistero che rimarrà tale ancora per un bel po’, se non addirittura per sempre. Con questo abbiamo fatto i conti nel realizzare questa docufiction, stando attenti a dire e a raccontare quello che si poteva fare senza esagerazioni non riscontrabili, senza gettare sassi nel mezzo solo per creare confusione e caos interpretativi. Tanto che sicuramente la vicenda nella sua totalità è più grande di una docufiction di novanta minuti. Per raccontarla per bene ci vorrebbe molto più tempo e molto più spazio. Spazio e tempo che prima o poi qualcuno si prenderà la briga di ottenere.

La terza fase è stata quella della realizzazione delle interviste. Interviste che sono servite alla stesura della sceneggiatura. Ho incontrato tante persone, tanti sono stati gli intervistati. Dall’ex esponente della Democrazia Cristiana di quei giorni, Guido Bodrato al sindacalista Giorgio Benvenuto, dal giovane politico di allora Marco Follini al vecchio funzionario del Partito Comunista Emanuele Mancuso, dal giornalista del «Corriere della Sera» Giovanni Bianconi agli ex studenti Giorgio Balzoni, Valter Mainetti, Fiammetta Rossi e Giuliana Duchini. E poi i membri della Commissione parlamentare su Aldo Moro, il presidente Giuseppe Fioroni, Gero Grassi e lo storico Miguel Gotor. Per finire con Giovanni Ricci, figlio di Domenico Ricci carabiniere ucciso nell’agguato di via Fani, Saverio Fortuna, ex assistente di Aldo Moro all’università, e il politico della fermezza, il socialista Claudio Signorile. Gli intervistati hanno dato un contributo fondamentale alla docufiction. Perché spesso il loro punto di vista inedito ha illuminato il racconto. Sono state interviste molto emotive, che hanno apportato una empatia notevole alla storia. Sono state dichiarazioni sentite, partecipate, interessanti che hanno svelato retroscena di grande interesse. Sto parlando dell’analisi politica del tempo fatta da Macaluso, Bodrato e Signorile, dell’aspetto umano di chi, giovane sindacalista, si è trovato in mezzo al caos e alle intemperie come Giorgio Benvenuto, del vivere improvvisamente una tragedia professionale come l’assistente universitario Saverio Fortuna, al dramma degli studenti di allora che hanno perso improvvisamente la guida senza avere nessuno che li ascoltasse nel desiderio di far liberare il loro professore, ai parlamentari della commissione di inchiesta che ci hanno svelato retroscena inquietanti. Retroscena che vanno, dal falso dossier dei brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, scritto insieme a esponenti dei servizi segreti dello Stato che è alla base dei quattro processi su Moro, ai depistaggi sui covi indicati, alle false verità sull’esecuzione dell’onorevole Moro nel garage di via Montalcini. Insomma materiale per indagini e inchieste che non abbiamo avuto il tempo di espletare ma che prima o poi qualcuno potrà fare. E spero lo si faccia prima o poi. Sia esso un magistrato, una nuova commissione parlamentare o un giornalista curioso con un alto senso di giustizia.

La quarta fase. Quella delle riprese.

Sicuramente da parte di tutti gli attori più o meno noti c’è stata una partecipazione veramente intensa e commovente. Si respirava sul set un senso di appartenenza a qualcosa che doveva essere raccontata con onestà, verità e partecipazione. A distanza di tanti anni non è facile. Non è facile trovare giovani che si rapportino con la Storia in questo modo. Tutto questo grazie al lavoro del regista Francesco Miccichè che ha saputo mantenere sul set questa idea di partecipazione emotiva al progetto.

E poi l’ultima fase, il montaggio. In tutte le docufiction il lavoro di montaggio è lungo e certosino. Perché bisogna amalgamare con grande equilibrio la parte delle ricostruzioni di fiction con le interviste e con il materiale di repertorio. È un momento complicato che richiede tempo e perizia. Questo è un lavoro che si fa già in fase di scrittura della sceneggiatura, ma nel montaggio si raffina e si determina al meglio. È un lavoro lungo ma straordinario dove si vede il racconto crescere in mano, anzi al computer. Si monta, si smonta, si fanno prove e si trova il giusto amalgama, la giusta misura.

Infine la docufiction che cosa rappresenta nel racconto. Essa non è la sommatoria di un pezzo di fiction intesa come ricostruzione con attori e dialogo e un pezzo di documentario con interviste e immagini di repertorio. La docufiction, in questo caso, è un mix delle due cose che genera un prodotto di altro tipo. Un prodotto molto potente, dato che il telespettatore lo percepisce come una storia realmente accaduta (perché lo è). A volte più potente della fiction stessa. È un racconto della realtà in cui si esaltano i passaggi narrativi forti e i colpi di scena.

La docufiction è una reinterpretazione della realtà, dei fatti accaduti attraverso la narrazione di documenti di archivio, documenti originali e veri, interviste e ricostruzioni con attori. La mia esperienza con Raifiction e Raiuno attraverso docufiction di prima serata come Aldo Moro, il professore, come quella su Paolo Borsellino e come quella su Libero Grassi, mi ha insegnato che può esistere un’offerta di un genere innovativo che permette di raccontare storie vere coinvolgendo il telespettatore per certi aspetti in maniera più profonda rispetto alla fiction stessa.

Esiste cioè un prodotto che racconta la Storia nel profondo, che rende attuale storie del passato, che mostra un punto di vista diverso, che dimostra come l’equilibrio tra finzione e realtà può essere percorso senza far perdere credibilità al racconto. Questo continuo immergersi nella finzione e contemporaneamente nella realtà dà al prodotto un valore aggiunto che spesso una fiction non può dare, e che neanche un documentario può offrire.

Questo è l’elemento fondante della docufiction. Raccontare una storia ed avere la possibilità di approfondire, ma nello stesso tempo di emozionare e di empatizzare con lo spettatore.

In questo contesto c’è la convinzione che la sfida della televisione sia quella di modernizzare i contenuti per riuscire a raccontare le storie, l’attualità, il quotidiano, l’esistente e nello stesso tempo “fare spettacolo”. Ciò significa in realtà cercare nuove forme di racconto, nuovi stili di regia, nuovi ingredienti per rendere più efficace il prodotto.