Alessia Lirosi (a cura di), Le Cronache di Santa Cecilia. Un monastero femminile a Roma in età moderna, Viella, 2009

Quando Kate J. P. Lowe pubblicò il suo studio, dal titolo Nuns’ Chronicles, lamentò il fatto che la storiografia monastica avesse generalmente privilegiato le fonti ecclesiastiche ufficiali, a discapito di quelle cosiddette “private”, ma senza considerare l’eventualità che potesse trattarsi – se non in tutti, almeno in diversi casi – di una scelta dettata da problemi di accessibilità a quelle fonti. Neanche Lowe, d’altronde, ignora quei condizionamenti che comunque inficiano l’immediatezza o la spontaneità di una testimonianza scritta, per quanto di natura personale. Né si può negare che perfino un atto ufficiale, a un’attenta analisi, possa permettere di cogliere particolari più “intimi”

Quando Kate J. P. Lowe pubblicò il suo studio, dal titolo Nuns’ Chronicles, lamentò il fatto che la storiografia monastica avesse generalmente privilegiato le fonti ecclesiastiche ufficiali, a discapito di quelle cosiddette “private”, ma senza considerare l’eventualità che potesse trattarsi – se non in tutti, almeno in diversi casi – di una scelta dettata da problemi di accessibilità a quelle fonti. Neanche Lowe, d’altronde, ignora quei condizionamenti che comunque inficiano l’immediatezza o la spontaneità di una testimonianza scritta, per quanto di natura personale. Né si può negare che perfino un atto ufficiale, a un’attenta analisi, possa permettere di cogliere particolari più “intimi”.

Così, dinanzi le cronache monastiche, ci si è sempre posti l’interrogativo se considerarle o meno delle fonti storiche attendibili: questa sorta di diari di bordo, in cui le comunità religiose hanno puntualmente annotato le proprie vicende, appaiono dotati di una certa semplicità e destinati a una fruizione tutta interna al cenobio, che escluderebbe qualunque ricorso all’artificiosità da parte delle autrici; eppure, l’utilizzo di determinati canoni, introiettati dalle scriventi, e gli evidenti intenti celebrativi, ne denunciano piuttosto il carattere di “composizione letteraria”, atta a offrire una ben precisa rappresentazione di sé, che quindi non è più destinata a una dimensione meramente privata, ma si allarga anche a quella pubblica, fino a confondere l’una con l’altra.

Alessia Lirosi, nel sollevare nuovamente la questione, ci dimostra come utilizzare criticamente simili fonti, offrendoci uno scorcio di vita quotidiana tra le mura di una comunità benedettina femminile, «nascosta al limitare del rione Trastevere».

Il convento di S. Cecilia è una prestigiosa istituzione della Roma moderna, pur vantando origini ben più lontane e leggendarie della sua ricostituzione, avvenuta – a quanto sembra – nell’anno del noto “Sacco” del 1527. Le monache iniziarono a scrivere la loro Cronica solo agli inizi del Seicento, molto probabilmente sospinte dal loro stesso cardinale protettore, Paolo Emilio Sfrondati, per documentare le riforme da poco introdotte nel monastero. Tuttavia, operando un flashback, – come è usuale in questo tipo di scritture – si risale fino alla nascita dell’istituto, confezionando un mito di fondazione in cui aleggia la benedicente presenza della stessa martire Cecilia.

In questa «doppia cronologia», oscillante tra origini storiche e origini “santoriali” del monastero – come evidenziato da Elena Brambilla, nel suo bel saggio introduttivo – si riscontra già tutta l’ambivalenza del racconto, che tradisce l’appartenenza al genere agiografico, pur nella sistematica registrazione delle vicende accadute nel corso degli anni. Lo scopo finale è sempre il medesimo e sembra accomunare tutte le cronache monastiche, nonostante la varietà di motivazioni, che le hanno generate, e di stili impiegati nello stenderle: trasmettere la memoria della comunità cenobitica, decantandone e consolidandone il prestigio e le prerogative. La cronaca ceciliana – esaminata e trascritta con doviziosa cura da Lirosi – non fa eccezione: opera “multi-autoriale” (poiché diverse furono le suore che si avvicendarono nella stesura del manoscritto), chiara espressione dell’intera collettività, anzi strumento attraverso cui costruire e rafforzare la propria identità di gruppo e promuovere il proprio istituto.

Tuttavia, una volta passate attraverso il filtro della critica e debitamente contestualizzate, le cronache si rivelano una ricchissima miniera di notizie, le più disparate: scandite dal succedersi dei badessati, dei nuovi ingressi in clausura e dei trapassi, si inseriscono narrazioni di episodi di varia rilevanza, si delineano le figure delle suore che hanno abitato il chiostro e delle attività – in particolare teatrali – da esse svolte; si riportano le norme emanate dai superiori e al tempo stesso l’accoglienza a esse riservata dalla comunità religiosa, lasciando emergere quale fosse l’effettivo grado di assimilazione dei dettami tridentini; si descrivono i lavori di restauro e di abbellimento del convento e dell’annessa chiesa, così come le devozioni seguite, le reliquie possedute e le celebrazioni liturgiche (molto solenni, com’è ovvio, quelle in onore della santa titolare); si passano in rassegna le visite di personaggi rimarchevoli o gli eventi esterni (come, ad esempio, la tragica peste del 1656), che pure ebbero ripercussioni sul cenobio, a testimoniare il profondo radicamento dell’istituto nel tessuto urbano e i suoi legami con il secolo.

La lettura – potremmo dire – “in filigrana”, operata da Lirosi su tutto questo materiale documentario, opportunamente intrecciato con notizie desunte da altre fonti, ci restituisce così un affresco a tutto tondo dei modi di vivere e della cultura delle benedettine di S. Cecilia. Mentre le esaustive note critiche e l’utile indice tematico agevolano la consultazione del testo vero e proprio della Cronica.

Giusto risalto, inoltre, viene dato alla grande valenza rivestita dall’arte scrittoria per le claustrali: mezzo di comunicazione con il mondo fuori dal convento, sicuramente, ma anche di persuasione, talvolta di difesa, a favore delle proprie posizioni, nonché di vera e propria propaganda. Se è vero, come sostiene Weaver, che la scrittura femminile germogliò rigogliosa nel contesto che maggiormente la esigeva, Lirosi fa notare come la sua importanza andasse ben oltre il suo semplice utilizzo pratico e come il suo carattere “rivelatore” affiorasse anche nel ricorso allo stile più impersonale: così, pur nei toni mantenuti costantemente deferenti verso le autorità ecclesiastiche, al di là delle forme di autocensura adottate, tra le pieghe del racconto emergono comunque i comportamenti renitenti alle normative o la capacità di attuare manovre sociali, di stabilire relazioni vantaggiose; il che denota tutta l’autodeterminazione e la consapevolezza di sé di questa comunità religiosa. D’altra parte la penna, come è noto, può rivelarsi ben più potente finanche di una spada.