Alexandra Kess, Johann Sleidan and the Protestant Vision of History, Ashgate, 2008

Composti da Johann Sleidan su incarico dei capi della Lega di Smalcalda nel 1545, i Commentarii de statu religionis et reipublicae costituiscono un caso emblematico dell’importanza della storia nella costruzione di un paradigma identitario. Come mostra l’accurato studio di Alexandra Kess sulla vita e l’opera storica di Sleidan, i Commentarii rappresentano una pietra miliare nella formazione della storiografia della Riforma, divenendo un punto di riferimento ineludibile anche in chiave polemica della storiografia europea per ben tre secoli. La ragione essenziale di questa ampia circolazione è rintracciabile nella peculiare fisionomia “strasburghese” dei Commentarii ricondotta in gran parte alla parabola biografico-culturale dell’autore.

A tal riguardo, da un lato, Alexandra Kess ritiene essenziale la formazione umanistico-giuridica a Colonia, proseguita al Collegium trilingue a Lovanio e terminata a Parigi nella prima metà degli anni Trenta. Dall’altro lato, considera non meno significativa l’attività diplomatica svolta al servizio del cardinal Jean Du Bellay, per conto del quale Sleidan persegue in modo costante a livello diplomatico la costituzione di un’alleanza tra Francia e Lega di Smalcalda (1538-1544), diventando l’intermediario tra i protestanti tedeschi ed i circoli filo-riformati della corte francese capeggiati da Margherita di Navarra. È proprio in questa fase che Sleidan stringe decisamente i rapporti con il cosiddetto “triunvirato” di Strasburgo – formato oltre che dall’amico di infanzia Johann Sturm, da Jacob Sturm e da Martin Bucer – il cui impegno risulterà decisivo per convincere la Lega di Smalcalda ad affidargli l’incarico di scrivere la storia della Riforma nel 1545.

Iniziata da Sleidan in seguito al definitivo trasferimento a Strasburgo alla fine del 1544, l’opera risente profondamente nella sua impostazione di questi presupposti. A livello di fonti, i Commentarii si basano in modo prevalente su documenti diplomatici ed atti ufficiali provenienti in larga parte dagli archivi di Strasburgo. Al di là della riproposizione di diversi scritti di Lutero nella prima parte dell’opera relativa all’evoluzione della Riforma fino alla guerra dei contadini, i Commentarii sono infatti prevalentemente una storia politico-militare della Riforma e della conciliazione generale raggiunta con la pacificazione di Augusta. Essi dunque si fondano sull’evidenza fornita dal dato documentario, non indulgendo a rigide opzioni confessionali e teologiche. In questa direzione appare emblematica la netta discontinuità a livello di fonti e di prospettiva marcata da Sleidan nei confronti delle precedenti prove storiografiche fornite nell’ambito delle diverse articolazioni del mondo protestante: dal più istituzionale e moderato Filippo Melantone al radicale Sebastian Franck. Da una parte Franck ricorre soprattutto alla Bibbia, ai Padri della Chiesa e ad autori classici, dall’altra parte focalizza il suo resoconto storico sul tema della chiesa dei perseguitati. Melantone, che rivede e pubblica il Chronicon di Johann Carion, rimane invece fortemente legato ad una concezione provvidenzialistica della storia di matrice medievale, imperniata sullo schema biblico dei 4 imperi di Daniele. Proprio sotto questo ultimo profilo è lampante lo scarto compiuto nei Commentarii: pur sottendendo lo stesso schema, Sleidan nella sua opera afferma decisamente una concezione della storia quale prodotto e risultante delle azioni e delle dinamiche umane.

È proprio questo approccio umanistico alla riforma che rende i Commentarii un modello ed un termine storiografico di durevole confronto per la successiva storiografia europea dell’età moderna e ne spiega la diffusione e l’influenza esercitata fin dalla prima edizione (1555) in due contesti essenziali della realtà europea quali il Sacro Romano Impero e la Francia, secondo quanto la Kess documenta nell’ultima parte della sua analisi. In particolare, la fortuna germanica dei Commentarii si lega alla percezione dell’opera quale specchio del clima scaturito dalla pacificazione religiosa di Augusta ed alimentato dalla linea irenica mantenuta da Massimiliano d’Asburgo. Sotto il profilo storiografico poi l’opera di Sleidan esercita una non trascurabile influenza sulla genesi delle Centurie di Magdeburgo, anche in virtù del ruolo svolto in proposito da Caspar Von Nidbruck consigliere di Massimiliano, già intervenuto attivamente anche nella composizione dei Commentarii.

In Francia, invece, l’opera di Sleidan assume la valenza sia di modello alternativo rispetto alla radicalizzazione politico-religiosa che sfocia nelle guerre di religione, sia di soluzione auspicabile per rimarginare le ferite sempre più profonde della società francese. Inoltre i Commentarii hanno un ruolo significativo nella genesi di una storiografia riformata di matrice francese, secondo quanto certifica l’Histoire de France dell’ugonotto Henry de La Popelinière ampiamente ispirata sia sotto il profilo metodologico, sia nell’approccio documentario all’opera di Sleidan.

In conclusione la ricerca di Alexandra Kess ha il pregio di mettere a fuoco le specificità e la rilevanza della figura di Johann Sleidan e dei suoi Commentarii nel panorama della storiografia europea dell’età moderna, stimolando attraverso il suo importante contributo significative suggestioni per compiere ulteriori approfondimenti e studi circa il non trascurabile binomio tra Umanesimo e Riforma.