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Antonella Pampalone, Il cardinale Niccolò Perrelli (1696-1772) burocrate esemplare della Camera Apostolica e committente per caso (Edizioni Oratoriane, 2020)

Numerose sono le ricerche pubblicate da Antonella Pampalone, storica dell’arte da lungo tempo impegnata sul fronte dell’indagine della produzione artistica romana dal secondo Cinquecento al primo Ottocento. Muovendosi trasversalmente tra accademia e società civile, e discutendo spesso l’influenza esercitata dalla committenza sulla professione, i vari contributi e monografie prodotte nel corso degli anni hanno delineato un ambito ben definito – quello dell’arte come strumento di autorappresentazione del potere – caratterizzato da reciproche interdipendenze e ricco di sfumature, spesso non colte dalle restrittive categorizzazioni storiografiche tradizionali.

In tal senso, il recente volume “Il cardinale Niccolò Perrelli (1696-1772) burocrate esemplare della Camera Apostolica e committente per caso”, dato alle stampe per le Edizioni Oratoriane con un’elegante veste tipografica (Roma 2020), si pone come avanzamento rilevante e sintesi di questo capillare processo d’investigazione multidisciplinare, raccogliendo acquisizioni inedite (documentarie e grafiche) individuate a partire dal 2013 e ora sistematizzate in un elaborato complessivo.

Già il titolo precisa il contenuto e le intenzioni del testo. Il futuro cardinale Niccolò Perrelli (1696-1772) era originario di Napoli e proveniva, dunque, da quella nobiltà peninsulare che lentamente si era andata affermando all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. In competizione con i principi delle grandi famiglie capitoline, queste figure si sono spesso distinte nella Curia romana per efficienza e dedizione al lavoro: basti citare l’analogo caso del cardinal Giuseppe Renato Imperiali (A. Gambardella, Architettura e committenza nello Stato Pontificio, un amministratore illuminato: GIUSEPPE RENATO IMPERIALI, Napoli 1979), vertice e animatore della fase più prospera della Congregazione del Buon Governo al punto tale da rimanere stabilmente in carica per oltre un trentennio (1700-1737), nonostante l’alternarsi dei pontefici (S. Tabacchi, Il Buon Governo. Le finanze locali nello Stato della Chiesa, Roma 2007).

La discussione dell’attività amministrativa di Imperiali e – indirettamente – di committente, ha offerto a studiosi di ambiti diversi una spia significativa di un razionale sviluppo della burocrazia papale la quale, spesso giudicata frettolosamente arretrata e incapace di rispondere alle sfide del tempo a causa dei clientelismi e della scarsa onestà del clero, si rivelava a uno sguardo più ravvicinato tesa invece con forza a una riorganizzazione ragionata delle sue strutture, incentivata da personaggi capaci – come afferma Antonella Pampalone – di “diplomazia e fermezza”: un crescendo che, fin dal regno di papa Sisto V Peretti (1585-1590), aveva a più riprese cercato di modernizzare gli apparati dello Stato Pontificio, dotandolo di un organigramma lineare delle congregazioni e di una puntuale distribuzione dei compiti, che nel Settecento aveva raggiunto maturo compimento. Gli studi di Vittorio Franchini (Gli indirizzi e le realtà del Settecento economico romano, Milano 1950), di Luigi Dal Pane (Lo Stato Pontificio e il Movimento Riformatore del Settecento, Milano 1959), di Franco Venturi (Elementi e tentativi di riforme nello Stato Pontificio del Settecento, Roma 1963) e di Paolo Prodi (Il sovrano pontefice. La monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 1982) avevano introdotto a questa riflessione, a cui fa eco l’intenso lavoro dell’autrice, la quale relaziona queste prime esplorazioni generali agli “affari ragguardevoli” dell’arte e – in specie – dell’architettura.

Partendo infatti da una ricostruzione della carriera del prelato, la studiosa sfrutta le mansioni legate al suo cursus honorum, trovando nell’operato di Perrelli il fil rouge opportuno per approfondire taluni lavori edilizi in esecuzione durante il XVIII secolo e per specificare le procedure amministrative connesse. Più nel merito, avvalendosi del ricchissimo epistolario privato rintracciato per lo più presso l’Archivio di Stato di Roma, è stato ad esempio possibile circostanziare – al di là dei registri ufficiali – il funzionamento della Reverenda Camera Apostolica, mettendo a fuoco le dinamiche interne e i risvolti pratici. E questo perché l’ecclesiastico ricoprì fra il 1754 e il 1759 la posizione di Tesoriere generale proprio di questo ufficio, funzione onorevole ma – al contempo – particolarmente onerosa, data la delicatezza della responsabilità. Sicché, presumibilmente, furono proprio le sue abilità di consumato intendente e le sue testate capacità di mediazione a valergli l’incarico e la fiducia che in lui ripose con tale designazione il sovrano.

Attento “pastore” e scrupoloso governante, papa Benedetto XIV Lambertini (1740-1758) aveva improntato d’altra parte il suo regno alla tolleranza, rinunciando a dettare una precisa linea politica e artistica (a differenza del predecessore) in favore, piuttosto, di un affinamento degli organi del papato e di un completamento delle opere a servizio degli abitanti dello Stato Pontificio, sia religiose sia ad usum publicum. Noti sono i suoi molteplici interventi a sostegno del rinnovamento di collegiate locali – dal caso di Acquapendente (F. Bilancia, R. Chiovelli, Un’opera inedita di Nicola Salvi: la facciata della cattedrale di Acquapendente, Roma 2011) a quello della remota chiesa di S. Michele Arcangelo a Santarcangelo di Romagna (P. Tiraferri, Culto, Memoria storica-Restauri nella Collegiata di S. Michele a Santarcangelo di Romagna, Santarcangelo di Romagna 2007) – e l’attenzione con cui il regnante si interessò del miglioramento delle realtà costituenti i domini ecclesiastici: un sussidio diffuso – e non limitato alle sole sovvenzioni pecuniarie, come precisa a più riprese l’autrice – attuato per mezzo appunto dell’autorità esercitata dalla Camera Apostolica, cuore operativo del governo papale in quanto gerente dell’intero reddito prodotto dai possedimenti temporali della Chiesa.

Tuttavia, la disponibilità di investimenti era piuttosto modesta, date le difficoltà economiche via via sempre più evidenti e la perdita di prestigio del papato sul piano internazionale. Conseguentemente, i finanziamenti approvati dovevano essere gestiti con ordine e cautela, onde ridurre gli sprechi. Pertanto, occorreva avere alla guida del dicastero non soltanto un uomo di fiducia ma, altresì, un valido funzionario, scaltro e in grado di coordinare giudiziosamente le molte fabbriche approvate “usando tutta l’economia possibile nella spesa”.

Così, lo scavo documentario portato avanti da Antonella Pampalone informa tanto circa le qualità personali di questo dirigente pontificio (avverso alla mondanità come intuibile dalla sua contenuta collezione di tele e dall’arredo parco della sua abitazione capitolina), quanto a riguardo di alcuni cantieri strategici per il rilancio dello Stato Ecclesiastico. Fra questi vale la pena ricordare le saline di Cervia – una delle principali voci del bilancio della Reverenda Camera Apostolica (I. Benincampi, Architects and Institutions in the construction of the new city of Cervia, Londra 2018) –, lo spurgo del porto di Anzio (di cui Perrelli ebbe la soprintendenza dal 1750 al 1759 e per la cui gestione interpellò professionisti del calibro di Ruggero Giuseppe Boscovich, Carlo Murena, Nicola Michetti e Carlo Marchionni), il prosciugamento delle paludi pontine (in fieri dal 1759) e – soprattutto – l’edificazione del nuovo braccio del porto anconetano (dal 1754): fabbriche di notevole complessità, i cui “rilievi” agli scandagli redatti dai periti rinvenuti dalla studiosa comprovano – fra l’altro – il costante impegno di aggiornamento sostenuto nel corso della sua vita da Perrelli, sempre al corrente delle pubblicazioni più recenti d’ingegneria idraulica e conscio del problema dell’interramento delle arene nei fondali marini.

Approvata nel 1732 sotto i migliori auspici da papa Clemente XII Corsini (1730-1740), il quale aveva contestualmente trasformato la città di Ancona in “porto franco” al fine di renderla lo scalo pontificio marittimo di riferimento sul mar Adriatico in un’ottica di potenziamento dei traffici interni, l’ottimizzazione dell’attracco marchigiano aveva visto coinvolti celebri esperti: da Luigi Vanvitelli (1700-1773) a Carlo Marchionni (1702-1786) e suo figlio Filippo (1732-1805), coadiuvati da consulenti come il “comandante” Pietro Dè Blacas Carros e l’idroforo Giuseppe Castagnola (S. Ciranna, Il corpo degli ingegneri pontifici dalla formazione al controllo dei lavori pubblici nei territori dello Stato Pontificio. «Opus», 12, 2013). Avviata fondamentalmente per garantire un efficiente rete di scambi commerciali a vantaggio della flebile crescita del prodotto interno lordo, “l’Egregia opera” era stata però sin dal principio motivo di dissidio e oggetto di ripetute verifiche incrociate a cui Perrelli non si sottrasse, cercando di governare con pertinacia l’immensa costruzione: a volte rimproverando la mancanza di regolari ragguagli; altre volte recandosi in faciem loci di persona (ben 14 volte!). Plausibilmente, doveva essere memore della catastrofica (e fin troppo dispendiosa) esperienza del vicino approdo fanese (I. Benincampi, Trasformazioni del porto di Fano nel XVIII secolo, Roma 2018) e delle disavventure delle stazioni marittime di Rimini e Ravenna (I. Benincampi, La legazione di Romagna nel Settecento, Roma 2017).

Antonella Pampalone analizza in questo senso più aspetti e, interpretando in maniera ragionata le varie informazioni emergenti dalle carte ritrovate (trascritte in appendice al libro e integranti studi precedenti; in particolare, circa gli scambi epistolari con i Marchionni: E. Debenedetti, S. Ceccarelli, Rossiano 619: caricature Carlo Marchionni e Filippo, Città del Vaticano 2016), delinea nel quarto capitolo un ritratto accurato della governance del settore pubblico denso di inedite precisazioni che perfezionano il quadro d’insieme. Più nel merito, ripartendo il discorso per singoli anni quasi fossero episodi di una serie a puntate, l’autrice esamina tutte le ragioni del dissesto del porto e i correttivi addotti, nonostante le polemiche innescate a livello locale dai pareri discordanti in circolazione e i danni arrecati dalla “bestia” del mare, spesso in burrasca. Nello specifico, il molo continuava a deteriorarsi per la fanghiglia trascinata dalle correnti e l’immondizia proveniente dalle strade, impedendo l’ormeggio delle imbarcazioni: una situazione incresciosa a cui Perrelli provò a rimediare con l’ausilio dei due Marchionni, con cui instaurò un rapporto di reciproca fiducia (lo scambio epistolare conta 98 lettere), tanto da far nominare Carlo “direttore e primo ingegnere” di Roma e dell’intero Stato Pontificio (1757).

Tuttavia, la lettura non risulta appesantita da tutte le notizie che incessantemente si sommano e rincorrono. Al contrario, adottando uno stile narrativo fluido ma “pesato” nei termini e nelle citazioni scelte, il testo si dimostra scorrevole e di rapida consultazione. Infatti, a una prima parte descrittiva e dedicata interamente al cardinale, segue un ampio regesto di resoconti commentati: un insieme di segnalazioni utili non solo a storici dell’arte, architetti e studiosi di storia della società ma, anche, a specialisti dei settori economici, giuridici e amministrativi, ai quali l’autrice fa appello perché sfruttino questi materiali per le loro rispettive investigazioni. Insomma, si tratta di un “assist” che invita a nuove marcature e, a tal riguardo, non si può quindi non dar merito ad Antonella Pampalone per lo sforzo sostenuto nella compilazione e raccolta dei dati.

Peraltro, l’idea di riportare per ogni notizia le fonti disponibili e una spiegazione a margine abbozza un vero e proprio repertorio di schede, ognuna sviluppata quasi fosse un saggio autonomo. Ad esempio, la ricostruzione della nuova chiesa di Vallerano nel 1754 – piccolo centro dell’alto Lazio nel cuore della Tuscia e feudo della Chiesa dal XV secolo – viene presentata non solo chiarendo il ruolo ricoperto dal Tesoriere nella vicenda, ma si spinge equilibratamente nella descrizione dell’architettura, ragionando sul portato della stessa nell’area e sulla qualità del progetto derivante dall’intesa che fra loro trovarono l’architetto camerale Giovan Domenico Navone (1698-1770) e il capomastro muratore Giuseppe Prada.

E da questo, come dagli altri casi elencati, ha avuto origine la scelta di aggiungere al sottotitolo del libro l’espressione “committente per caso”: una constatazione oggettiva dell’apporto personale che – inevitabilmente – Perrelli addusse, dovendo approvare lui stesso le proposte presentatigli nonché interfacciarsi con i progettisti e i promotori locali. Di conseguenza, confrontando internamente i macro-argomenti riferiti dalla studiosa (a partire precisamente dai provvedimenti di carattere edilizio), è possibile scorgere a tratti parimenti il pensiero estetico dell’ecclesiastico, il quale – in perfetta concordanza con lo spirito pragmatico introdotto a Roma da Benedetto XIV – fondò i suoi giudizi esclusivamente sulla base di quell’idea di decoro del potere collegiale che solo l’architettura era in grado di trasmettere con efficacia.

In conclusione, sembra profilarsi dalle pagine di questo volume un’immagine meno sfocata dello Stato della Chiesa: un agglomerato di centri fra loro certamente ancora molto differenti nelle tradizioni e nella cultura locale ma, ciò nondimeno, accomunati da una burocrazia sovraregionale ora maggiormente solerte perché meglio strutturata e consapevole del valore del capitale umano a disposizione. Scrive non a caso l’autrice che alla base della maggioranza delle azioni intraprese dal prelato protagonista del libro vi era “la convinzione che la cultura dovesse essere a servizio della pubblica utenza e che il nuovo impulso dato alle arti potesse rafforzare l’immagine di Roma antica e moderna quanto quella della Chiesa nel segno del decoro e della magnificenza”.

In definitiva, la figura di Niccolò Perrelli offre un punto di osservazione privilegiato su questo tentativo di riforma portato avanti nel papato durante il XVIII secolo che, seppur inevitabilmente intralciato dai tornaconti personali e dagli evidenti problemi determinati dalla clerocrazìa, giungerà a importanti traguardi proprio con l’elezione di papa Pio VI Braschi (1775-1799), appena tre anni dopo la morte del porporato. Sicché, il termine di questo ampio studio di Antonella Pampalone lascia aperto appunto il tema degli ultimi anni dell’Ancien Régime, segnato dalla lotta al ristagno economico per tramite – in architettura – di una clarté razionalista tesa all’erogazione di prestazioni migliori, a loro volta indispensabili per restituire ricchezza senza gravare sul pubblico erario: una lenta inversione di marcia che la discesa dei «diavoli giacobini» vanificherà senza possibilità di recupero e che resta ancora per ampie sezioni da scandagliare.