Benedetto Fassanelli, Vite al bando. Storie di cingari nella terraferma veneta alla fine del Cinquecento, Edizioni di Storia e Letteratura, 2011

«Et sono cavato fuori di compagnia de cingani per viver christianamente et da homo da bene». Con tale dichiarazione il cingano Rinaldo di Paolin, arrestato a Montagnana nel 1583 con l’accusa di essere un cingano (e dunque di non poter risiedere in nessun luogo appartenente ai domini della Serenissima), si difese dalle accuse di fronte alla Avogaria, che aveva accettato il suo ricorso contro la sentenza di primo grado pronunciata a suo sfavore. Egli sostenne di non aver commesso alcun reato, senza tuttavia rinnegare la sua identità di cingano, benché ne avesse abbandonato i costumi e gli stili di vita

«Et sono cavato fuori di compagnia de cingani per viver christianamente et da homo da bene». Con tale dichiarazione il cingano Rinaldo di Paolin, arrestato a Montagnana nel 1583 con l’accusa di essere un cingano (e dunque di non poter risiedere in nessun luogo appartenente ai domini della Serenissima), si difese dalle accuse di fronte alla Avogaria, che aveva accettato il suo ricorso contro la sentenza di primo grado pronunciata a suo sfavore. Egli sostenne di non aver commesso alcun reato, senza tuttavia rinnegare la sua identità di cingano, benché ne avesse abbandonato i costumi e gli stili di vita.

Il tema dell’identità, o meglio delle identità a confronto, attraversa tutto il pregevole lavoro di Benedetto Fassanelli, che usando con notevole capacità esegetica un caso criminale, propone temi e questioni cari a tutti gli studiosi dell’universo Rom, siano essi storici o antropologi, e più in generale affronta i molti temi legati all’incontro e al conflitto tra società maggioritarie e minoranze. Pur conservando l’approccio metodologico dello storico, l’autore usa ampiamente la vasta bibliografia antropologica sul tema, evidenziando quanto ancora una volta lo scambio tra le due discipline possa essere profondo e proficuo.

Fassanelli individua, utilizzando appunto alcune carte processuali ricche di informazioni, i principali nodi storiografici comuni a tutta la produzione scientifica sull’universo Rom. Anzitutto la loro presenza nei territori da cui, a più riprese e con un deciso e progressivo inasprimento delle relazioni, furono banditi. “Vivere al bando” rappresentò dunque una condizione permanente che determinò relazioni sociali, mestieri, itinerari, e da cui non sfuggì nessuna comunità Rom europea; nella penisola Iberica ad esempio, maturò un concetto giuridico appropriato per censire la presenza dei gitanos, definiti naturales (ovvero nati in un certo luogo) ma mai vecinos (ovvero abitanti di quel luogo), e dunque privi dei diritti intrinsecamente legati ad un concetto di cittadinanza d’antico regime assai chiaro nel distinguere le due tipologie umane.

Perenne assillo per i gruppi di cingani itineranti fu dunque il trovare un luogo sicuro. Spesso le terre di confine rappresentarono uno spazio di fuga dove cercare temporaneo asilo, ma talvolta le comunità Rom che attraversarono i domini della Serenissima intesserono relazioni proficue e durevoli con piccoli abitati e notabili locali, entrando a far parte di reti di patronage che garantirono la loro permanenza (benché il Consiglio dei Dieci avesse proibito la concessione di qualsiasi salvacondotto da parte di chiunque). Fassanelli offre dunque al lettore un concetto che, pur non esplicitato nel termine che propongo, appare evidente in molti passaggi: mi riferisco al concetto di liminalità, di vita al confine. Esso si manifesta in ambito geografico, come già ricordato, ma anche nell’alternanza di relazioni pacifiche e conflitti aspri con la società maggioritaria, o nella doppia veste di apprezzati sensali nel commercio equino e di imbroglioni nel gioco (peraltro ammesso) della correzuola. E a proposito della furfanteria, l’autore nota acutamente come una pratica assai diffusa tra le donne Rom, la chiromanzia, sia stata assai di rado censurata dalle autorità ecclesiastiche, che piuttosto sostennero, adducendo ragioni teologiche di un certo rilievo, che tale espediente nuocesse più che altro in ragione della creduloneria popolare, e non in quanto in odore d’eresia.

I diversi temi connessi alla presenza di comunità Rom in terra veneta appaiono esemplificativi di una condizione sociale e giuridica comune, benché con varianti talvolta anche notevoli, più o meno in tutta Europa, almeno dalla fine del XV secolo. L’autore è ben cosciente di tale evidenza, che emerge a tratti nel testo benché non sia la chiave interpretativa peculiare del volume, e tuttavia i numerosi rinvii alla storiografia internazionale testimoniano tale ampiezza.

Ma la godibilità del volume non si manifesta soltanto nelle questioni storiografiche che solleva, ma anche nell’uso prudente e sensato che l’autore fa di altre discipline umanistiche. La letteratura e il teatro anzitutto, attraverso i quali Fassanelli ci consegna un’immagine stereotipata del Rom, così come a lungo apparve nelle pièces teatrali come nei testi letterari di notevole fortuna e diffusione. Ma altrettanto interessante l’approccio linguistico, che mostra da un lato uno strumento attento a disposizione dell’indagine storica per ricostruire origini e migrazioni secolari, dall’altro la bizzarra e diffusa confusione di autori coevi ai casi trattati dall’autore, che individuavano l’origine dei Rom in luoghi incerti, talvolta quasi mitici. Interessanti anche talune affermazioni e pronunciamenti di autorità giudiziarie che, forse incerte sulle procedure da adottare o confuse dalla presenza Rom, sostennero che in realtà di nient’altro si trattava se non di briganti del luogo che mascheravano con artifici linguistici e camuffamenti la loro vera identità.

Ancora una menzione particolare merita l’uso, attento e diffuso in diverse parti del testo, di uno strumento di decodificazione delle carte processuali, ovvero la Prattica Criminale del veneziano Lorenzo Priori, che insieme agli atti del Consiglio dei Dieci “In materia de’ Cingani erranti” completa il quadro giuridico entro il quale interpretare le misure repressive nei confronti dei cingani.

Benedetto Fassanelli introduce il suo volume esprimendo un’apprezzabile consapevolezza del mestiere dello storico, soprattutto quando è chiamato ad affrontare temi che mostrano un legame così evidente con la contemporaneità. Egli non rinuncia dunque ad assumere un ruolo sociale, senza tuttavia cedere mai a tentazioni di anacronismi o interpretazioni forzate, ma semplicemente ricordando le parole che Henry Pirenne rivolse a Marc Bloch: lo storico ama la vita.