Piero Brunello, Storie di anarchici e di spie. Polizia e politica nell’Italia liberale, Donzelli, 2009

Come indica il sottotitolo, il libro di Piero Brunello è incentrato sui meccanismi di sorveglianza messi in atto dalla polizia politica nell’Italia liberale, con un fuoco stretto sugli anni Ottanta dell’Ottocento. Come spiega l’autore nell’introduzione: «in quegli anni si andò costruendo in Italia un sistema di polizia basato sul sospetto e sulla criminalizzazione di chi dissente, secondo una prassi ereditata dallo Stato assoluto, che a sua volta riprendeva procedure inaugurate dalla Santa Inquisizione» (p. XIII); già da questa asserzione introduttiva si evidenzia lo spessore interpretativo attribuito da Brunello ad una vicenda di cui egli indica il compimento nel sistema totalitario di controllo fascista, affermatosi anche grazie al precedente consolidamento di un rapporto asimmetrico tra Stato e cittadini. Asimmetria le cui origini sono situate nel periodo post-unitario, limitando al solo piano della suggestione la ricerca di più antiche radici e segnalando in tal modo una pista di indagine carica di valenze e ancora poco dissodata (il citato I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa, Milano 2000, ma anche E. Brambilla, La giustizia intollerante. Inquisizione e tribunali confessionali in Europa (secoli IV-XVIII), Roma 2006).

Tuttavia il titolo stesso dell’opera suggerisce una sfera di interesse più vasta. Le storie degli internazionalisti anarchici di fine secolo e dei poliziotti preposti a controllare le loro attività rappresentano il vero oggetto di questo lavoro di grande originalità. Il termine “storie” sta dunque a indicare i frammenti di biografie dei ricercati e gli episodi di repressione, ricostruiti attraverso le carte di polizia, ma allude anche alla scelta di un particolare registro narrativo da parte dell’autore, che non esclude una certa dose di rielaborazione delle fonti in una chiave dialogica se non addirittura “romanzata” (p. 50).

Si evidenzia, sin da queste prime note, l’architettura concettuale notevolmente complessa, eppure di grande equilibrio, su cui si sostiene il libro e che mi sembra poggiare su tre cardini principali: un approccio di ricerca basato sulla “biografia sociale”, l’uso delle fonti di polizia e, sottostante, una riflessione più generale sulle forme di scrittura della Storia. È attraverso questi tre nodi problematici che vorrei proporre una lettura del testo, partendo dalla constatazione dell’impossibilità di riassumere sinteticamente la molteplicità di fili che intrecciano la fitta trama dei fatti e dei personaggi presentati.

Basta scorrere l’indice del volume per rendersi conto dell’aggrovigliato intreccio di vicende che l’autore ricostruisce e sceglie di ordinare seguendo un criterio topografico, secondo il quale a ogni capitolo viene a corrispondere una città: Ferrara, Torino, Venezia, Monselice, Ginevra, Lugano e Chiasso e infine Abano rappresentano la mappa dei luoghi d’incontro, di spostamento e di fuga degli internazionalisti, che si trasforma pure nella mappatura concettuale del libro. È attraverso questi luoghi che scopriamo, uno ad uno, i personaggi e le loro traiettorie di mobilità moltiplicate dalla rete del controllo poliziesco in cui sono impigliati. La documentazione di polizia, tratta dagli archivi comunali e statali delle città sopra-citate, intrecciati con l’Archivio storico e diplomatico del ministero degli Esteri e con i fondi dell’Archivio centrale dello Stato, oltre che con una ricca selezione di pubblicistica dell’epoca, costituita in gran parte dai periodici animati dagli stessi internazionalisti anarchici, ci mette sulle tracce degli attivisti politici tra Italia settentrionale e Svizzera. Giuseppe Alburno, Giuseppe Basso, Rodolfo Boenco, Carlo Cafiero, Emilio Castellani, Giacinto Chiaves, Vincenzo Flebus, Pietro Magri, Carlo Monticelli, Alfonso Raimondi, Carlo Terzaghi, Oreste Vaccari, ma anche Andrea Costa e Anna Kuliscioff, sono soltanto alcuni dei personaggi ai quali è dedicata una specifica nota biografica alla fine del libro. Accanto a loro molti altri militanti, aiutanti, compagni di viaggio, come pure confidenti, spie, delatori e soprattutto funzionari di polizia incaricati di sorvegliarli, a capo dei quali spicca la figura emblematica di Giovanni Bolis, direttore della Pubblica Sicurezza, in seno alla quale nasce tra il 1880 e il 1881 un Ufficio politico, e autore di una nota opera dal titolo eloquente La polizia e le classi pericolose della società. È a questi ultimi tutori dell’ordine a cui l’autore dichiara di essere principalmente interessato, affermando sin dall’introduzione «di utilizzare le fonti di polizia non per raccontare il movimento anarchico e la Prima Internazionale, bensì per capire come funzionano i meccanismi di controllo messi in campo dagli apparati statali» (p. XV). Sulla riuscita di questo proposito viene però da avanzare qualche dubbio in assenza di una quadro di riferimento istituzionale che aiuti il lettore ad orientarsi nel tentacolare sviluppo degli apparati e delle procedure di polizia dentro ai quali l’autore ci conduce con una minuzia, questa si davvero mimetica delle pratiche amministrative dei poliziotti dell’epoca. Il fascino evocativo con cui sono descritti gli ambienti politici e intellettuali, in cui si forma questa generazione di anarchici bohémiens, finisce infatti per sovrastare l’interesse suscitato dall’autore per il freddo meccanismo di funzionamento burocratico degli uffici di polizia, che resta così relegato sullo sfondo.

La problematicità del punto di vista assunto sembra essere tuttavia funzionale alla volontà, da parte di Brunello, di interrogare lo statuto stesso delle fonti di polizia, a partire dalle modalità della loro formazione, sino alle potenzialità di utilizzo da parte degli storici. In effetti, a fronte di un larghissimo uso di questa tipologia di documentazione da parte degli studiosi, appare viceversa meno articolata la riflessione sul valore euristico dei cosiddetti “archivi della repressione”. Si deve constatare quanto spesso risulti per lo meno ambigua la distinzione tra un interesse di ricerca rivolto ai soggetti produttori di queste carte (i “controllori”) e l’indiscutibilmente prevalente attenzione per le informazioni personali (i “controllati”) veicolate dalla documentazione in questione.

È sulla scelta di questo posizionamento che si gioca una partita, in cui si sono trovati spesso giustapposti gli approcci di studio della Storia delle istituzioni e della Storia sociale, rispetto alla quale Brunello si posiziona in modo del tutto inconsueto. Pur tenendo fermo il suo interesse di storico sociale sugli attori, l’autore cerca infatti di spostare lo sguardo dai sorvegliati ai sorveglianti, lanciando una sfida metodologica di valore pregnante: come studiare le dinamiche del controllo sociale partendo dai soggetti produttori delle fonti della repressione?

In questo interrogativo sembra riaffiorare il vivace dibattito che a metà degli anni Ottanta ha visto contrapporsi i paradigmi interpretativi di storici sociali e di storici del diritto in merito all’uso delle fonti giudiziarie (in particolare la Premessa di E. Grendi in Fonti criminali e storia sociale, «Quaderni storici», n. 66, 1987, e la risposta di M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e della giustizia criminale, in «Studi Storici», n. 2, 1988, pp. 491-500). Discussione di cui può valer la pena riprendere alcuni spunti in un contesto culturale e storiografico così mutato e in rapporto ad un settore più specifico come quello degli archivi di polizia (compresi i più recenti, come quelli prodotti dalle dittature novecentesche, attorno ai quali si è sviluppato un vivo interesse non solo da parte degli studiosi).

In realtà Piero Brunello indica una via d’uscita personalissima alla questione sollevata, quasi prescindendo dalla storiografia che pure negli ultimi anni ha tentato di fornire nuove piste attraverso cui restituire alle istituzioni di polizia la dimensione sociale in cui sono immerse (una sintesi nel numero monografico curato da V. Denis, Histoire des savoirs policiers in Europe (XVIIIe–XXe siècle) , «Revue d’Histoire des Sciences Humaines», n. 19, 2008)

A fare da contrappunto a questa dettagliata analisi delle fonti, troviamo nel libro cinque “intermezzi”, che rappresentano una sorta di meta-dialoghi tra l’Autore e una sua Lettrice immaginaria, in cui sembrano riecheggiare le figure calviniane del Lettore e di Ludmilla. Eccoci dunque all’ultimo punto che mi ero proposta di affrontare, relativo alla riflessione sui modi di fare e di scrivere la Storia (e le storie), che mi sembra soggiacere ai più concreti risultati della scrupolosa disamina archivistica condotta da Brunello. In questi dialoghetti di fantasia l’autore (quello vero e il personaggio inventato, come in un gioco di specchi) fornisce alternativamente elementi per meglio comprendere alcune delle problematiche emerse durante la ricerca (p. 49), per avanzare ipotesi ricostruttive (p. 95) e per focalizzare in modo più chiaro il contesto storico in cui si sono svolte le vicende richiamate nei capitoli (p. 21). Al di là del ricorso all’espediente letterario, che aggiunge curiosità alla lettura di un libro scritto già in un modo estremamente piacevole, la necessità di uno spazio in cui motivare scelte metodologiche e taluni elementi contestualizzanti appare come il segno di una difficoltà a tenere insieme tutti questi aspetti in una narrazione storica al tempo stesso esaustiva nei contenuti e accattivante sotto il profilo stilistico. La crisi della Storia, anche dal punto di vista della divulgazione e dei registri narrativi adottati, è da tempo al centro di un dibattito che si intreccia anche con i limiti di un mercato editoriale sempre più asfittico. E’ questa un’altra sfida che Piero Brunello coglie, pur risolvendola nuovamente in modo talmente originale e personale da non riuscire a contribuire direttamente a sciogliere i dubbi che percorrono la comunità scientifica degli storici e delle storiche. La motivazione è però forse da ricercarsi nelle stesse parole utilizzate dall’Autore nell’epilogo – di nuovo suggestivamente intitolato “sipario” – per dissolvere alcune delle perplessità avanzate dalla Lettrice immaginaria: «il compito della storiografia è fare buone domande e soprattutto pensarne di nuove, non trova? Mica risposte definitive» (p. 165).