Bruno Pomara Saverino, Bandolerismo, violencia y justica en la Sicilia barroca, Fundación española de historia moderna, 2011

Michel Foucault, nella sua Vita degli uomini infami, sosteneva che siamo in grado di ottenere notizie sulla vita della gente comune dei secoli scorsi soltanto quando l’attenzione del potere si era rivolta, per una qualche ragione, su di loro.

Una costatazione efficace, che ben si presta ad identificare il paziente scavo archivistico di Bruno Pomara, che attraverso l’uso di documenti finora inesplorati ha consentito all’autore di far emergere esistenze, conflitti e contraddizioni di coloro che ebbero a che fare con la giustizia, o con il banditismo, o con una delle tante forme di violenza e giustizia privata che regolavano la Sicilia di antico regime.

Michel Foucault, nella sua Vita degli uomini infami, sosteneva che siamo in grado di ottenere notizie sulla vita della gente comune dei secoli scorsi soltanto quando l’attenzione del potere si era rivolta, per una qualche ragione, su di loro.

Una costatazione efficace, che ben si presta ad identificare il paziente scavo archivistico di Bruno Pomara, che attraverso l’uso di documenti finora inesplorati ha consentito all’autore di far emergere esistenze, conflitti e contraddizioni di coloro che ebbero a che fare con la giustizia, o con il banditismo, o con una delle tante forme di violenza e giustizia privata che regolavano la Sicilia di antico regime. Attraverso gli strumenti della microstoria, e dunque dell’analisi di fatti talvolta apparentemente marginali, Pomara offre un affresco significativo della Sicilia del primo Seicento (precisamente l’arco cronologico del volume va dal 1610 al 1622); anni di crisi e di grande conflittualità sociale, anni definiti appunto «tempora bandulorum». L’autore compie una ricerca minuziosa nei fatti e nelle esistenze di personaggi, ricorrendo assai frequentemente all’uso di racconti ed aneddoti suggestivi, che consentono al lettore di accostarsi con maggior chiarezza alla vita dell’isola.

Pomara colloca la sua indagine all’interno di un vasto dibattito storiografico, di cui dà conto ampiamente nella prima parte del volume. Una disamina attenta della produzione scientifica relativa al fenomeno del banditismo in Sicilia e sul piano internazionale, di cui l’autore si dimostra non solo profondo conoscitore, ma talvolta anche severo critico. Nel solco delle principali ipotesi scientifiche di riferimento, su tutte quelle di Hobsbawm e Braudel, Pomara colloca dunque la sua ricerca, che si giova non solo dei tradizionali metodi d’indagine fondati sulla disamina dei processi noti, ma anche dell’uso di informazioni climatiche, geografiche, morfologiche ed economiche che consentono di comprendere il contesto sociale e territoriale in cui si manifestarono gli episodi di banditismo e di giustizia privata. Attraverso tali elementi, l’autore ad esempio confuta in parte le teorie che legano il banditismo al pauperismo, notando la sostanziale immunità siciliana alla crisi agraria del Seicento, poiché la locale produzione cerealicola le avrebbe sempre consentito di «mangiare il suo pane».

Nel complesso mosaico giurisdizionale siciliano, emergono con maggior vigore alcuni aspetti di particolare interesse storiografico. Il ruolo dell’Inquisizione ad esempio, le sue prerogative e l’immunità dei suoi funzionari; i famigli del tribunale, numerosi ovunque ma in particolare in Sicilia, furono sovente coinvolti negli episodi più cruenti di banditismo; Pomara coglie un problema non secondario dell’organizzazione dei tribunali di distretto, la presenza spesso debordante di famigli capillarmente presenti nella società, tanto da indurre il noto storico francese Jean-Pierre Dedieu a parlare di «milizia suppletiva». E di pari interesse la presenza di bande al soldo dei baroni, di cui l’autore dà ampiamente conto nel volume, dedicando in particolare alcune pagine ad un case study, quello della baronessa Anna Requesens e la banda della Ferla.

Come si opponevano le autorità di antico regime a tale diffusa conflittualità? L’autore segnala diversi interventi legislativi di maggiore o minore efficacia, come la proibizione di portare armi, o il «bando delle teste», ricordando tuttavia il carattere fondamentalmente militare della lotta contro il banditismo. E a questo proposito dedica alcune pagine al ruolo dei capitani d’armi e delle truppe ad essi assegnate; una presenza tuttavia assai problematica, che sovente vessava la popolazione quanto e più degli stessi banditi.

Ma non sarebbe possibile afferrare la complessità del sistema di giustizia siciliano di antico regime senza segnalare un altro fondamentale elemento regolatore, definito dall’autore «infrajusticia». Un sistema di faide e vendette, e successive pacificazioni, che quanto e più del potere regio regolavano i conflitti sociali. A tale sistema si lega anche la nascita ed il ruolo della «Compagnia della Pace», una compagnia di cui anche alcuni viceré fecero parte (e tale presenza ne ribadisce evidentemente l’importanza), il cui ruolo fu quello di «acquetar tutte le inimicitie che per qualunque rissa o con contentione nella città sucedono» .

Meritevole di menzione infine il ricco apparato documentale pubblicato in appendice, che mostra lo sforzo archivistico dell’autore di cui senza dubbio altri studiosi potranno beneficiare.

Come ogni buon volume di storia, il testo pone più domande e problemi che non risposte definitive. Certamente è da considerarsi un contributo importante per un dibattito storiografico tanto complesso, a cui tale lavoro consente di accostarsi con il non comune pregio di essere anche una piacevole lettura.