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David Kertzer, Il Papa che voleva essere re. 1849: Pio IX e il sogno della Repubblica romana (Garzanti, 2019)

David Kertzer non ha bisogno di presentazioni. Studia da decenni la storia del nostro paese e le sue opere sono meritevolmente tradotte e conosciute in Italia.

Ancor prima di presentare la sua ultima fatica (tradotta egregiamente da Paolo Lucca), una cosa va detta fin da subito. Di solito quando si vuole elogiare un saggio di storia si dice che si legge “come un romanzo”. Raramente ho letto libri di storia scritti con uno stile talmente accattivante da rapire il lettore pagina dopo pagina. Il Papa che voleva essere re si legge “come un romanzo… avvincente”.

L’autore riesce in questa impresa non solo grazie alla propria indiscussa scioltezza nella scrittura, ma anche grazie alle fonti e alla letteratura utilizzate. Così, ad esempio, le descrizioni della Roma dei primi decenni del XIX secolo si basa e riprende quella di molti visitatori stranieri. È la Roma che affascinava uomini e donne del Romanticismo: decadente, trascurata, con quartieri popolari malsani nei quali si accalca una moltitudine indolente e indaffarata in piccoli maneggi, lontanissima eppure partecipe delle decisioni intraprese dal ristretto gruppo di porporati che governa la città e lo Stato. La sua economia è intrecciata alla storia secolare del papato. È un punto di forza perché in vari modi la città si alimenta delle richieste della curia e della diplomazia vaticana e si vede garantita l’elargizione di una cospicua beneficenza. Ma è anche, allo stesso tempo, un elemento di profonda debolezza, in quanto impedisce la formazione di una borghesia attiva, intraprendente e politicizzata. In breve, Roma riflette uno Stato arretratissimo e corrotto – com’è noto – governato da personalità non particolarmente brillanti per intelligenza e sostanzialmente tenacemente preoccupato di mantenere saldo il proprio potere. Uno Stato che è anche, comunque, pedina importante nello scacchiere europeo scaturito dalla Restaurazione.

Ma l’Europa degli anni Quaranta non è più quella dei primi anni della Restaurazione. L’impalcatura congegnata e messa in opera a Vienna scricchiola ormai in molte sue parti: liberalismo, nazionalismo e idee democratiche hanno fatto molta strada. A Roma l’idea che i governanti dovrebbero rappresentare il popolo è considerata una sciagura che deve essere scongiurata in ogni modo, anche se a fianco dei cosiddetti “zelanti” assolutamente ostili ad accogliere qualsiasi novità c’è una minoranza di moderati consapevoli di dover accettare in qualche modo gli aspetti meno pericolosi della modernità, magari facendo spazio a qualche laico debitamente selezionato.

In questo scenario l’elezione di Mastai Ferretti al soglio pontificio è una vicenda “strana”: la sua provenienza dalla provincia e la non ottimale preparazione culturale ne fanno un uomo assolutamente estraneo all’arte del governare. Soprattutto nello Stato pontificio, infestato da corruzione e inefficienza in ogni ambito; e a Roma, nella quale, dietro le quinte, il dosaggio tra intrighi, diplomazia e astuzia è necessario per la carriera politica.

Un Papa inesperto – pensano i conservatori – sarebbe stato facilmente manipolabile; i moderati invece vedono in Pio IX l’uomo giusto per rinnovare la fedeltà del popolo al pontefice e quindi allo Stato.

È una previsione esatta almeno per le prime riforme: l’amnistia, concessa a coloro che quindici anni primi si erano sollevati contro lo Stato, fa esultare popolo e moderati mentre preoccupa gli “zelanti” e la diplomazia austriaca, che preferirebbero un indulto attentamente selezionato. Ma a partire da questo momento si apre un moto pendolare che vede in gioco molti protagonisti e che caratterizzerà gran parte della vicenda umana e politica di Pio IX fino all’unificazione italiana: a ogni nuova riforma promulgata o annunciata, una parte dell’opinione pubblica manifesta per ottenerne altre e più profonde. Di fronte alle rinnovate richieste, i conservatori si allarmano e manovrano affinché il pontefice freni e manifesti maggiore cautela. Questo gioco degli equivoci è evidente con la creazione della Consulta di Stato: Pio IX, che poco conosceva delle condizioni reali dello Stato al di fuori di Roma, le attribuiva funzioni consultive; l’opinione pubblica liberale la considerò come un primo passo per la creazione di un governo costituzionale (pp. 87-89).

“Riformatore riluttante” è la felice definizione coniata da Kertzer per descrivere le incertezze di Pio IX (p. 57). Stretto tra la consapevolezza della necessità inderogabile di riforme, il desiderio di compiacere il suo popolo e la persuasione che la sopravvivenza dello Stato Pontificio è dovuta in gran parte alla tutela dell’Austria da un lato, e i limiti che la propria figura gli impongono dall’altro, la politica di Pio IX si risolve in un susseguirsi di atteggiamenti tentennanti incapaci di fondersi in una modernizzazione conservatrice.

I moti del 1848 rendono insostenibile l’equilibrismo di Pio IX. Il punto di rottura si verifica quando il pontefice sconfessa l’idea di mettersi a capo di una coalizione antiaustriaca nella lotta per l’unificazione italiana con una dichiarazione che, a ragione, l’autore considera “un punto di svolta nel pontificato di Pio IX, rendendo evidente l’incompatibilità tra i ruoli del papa come guida spirituale universale e come monarca dello stato pontificio” (p. 119).

Se fino all’assassinio di Pellegrino Rossi – un uomo benvoluto dal papa ma sgradito alle gerarchie ecclesiastiche – il pontefice accumula consensi e speranze non soltanto nei confini dello Stato pontificio, dopo la fuga a Gaeta emerge un’altra faccia di Pio IX. Kertzer descrive un papa esiliato, in balia di sentimenti contrastanti, che si ritiene “tradito” da un popolo ingrato. Ammirato e amato fin dai mesi della sua elezione, Pio IX mostra un volto ben diverso in occasione dell’affermarsi della Repubblica Romana e in seguito.

I capitoli dedicati alla tragica vicenda della Repubblica Romana sono una splendida dimostrazione della capacità dell’autore di fondere documentazione archivistica, fonti e letteratura dell’epoca e storiografia in un racconto che tiene avvinto il lettore alle pagine. Entrano in scena le diplomazie degli Stati con i loro rappresentanti diplomatici, ma anche Mazzini, Garibaldi, Manara, Ugo Bassi, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e il popolo romano. Sono pagine splendide, vivificate tramite l’utilizzo di articoli di giornalisti esteri presenti in città e memorie personali.

Occorre soffermarsi brevemente su questi capitoli centrali del libro. In quello che è stato uno degli ultimi baluardi dell’“Antico Regime”, radicali e democratici tentano di dar vita ad un esperimento politico di democrazia tra i più avanzati con la promulgazione del suffragio universale da parte della la Repubblica Romana. Per ragioni diverse, tutte le principali potenze europee sono interessate alle sorti di Pio IX e dei suoi territori. Per Francia e Austria l’interesse per lo stato pontificio è dovuto a limitare l’influenza della potenza rivale sulla penisola italiana; ma anche Inghilterra e Spagna seguono da vicino l’evolversi della situazione (pp. 217, 226, 233-34).

Kertzer intreccia la dinamica degli avvenimenti fondendoli tra loro. È possibile comunque individuare due livelli: da un lato l’atteggiamento delle potenze europee, ricostruito tramite i carteggi diplomatici, le corrispondenze giornalistiche, la memorialistica dei protagonisti che delineano gli elementi cruciali della vicenda; dall’altro “il voltafaccia” di Pio IX, che ritorna su posizioni decisamente reazionarie, la fragilità dei movimenti radicali e democratici, il vero volto della politica francese e austriaca mosse da ragioni di potere e, infine, lo scenario più ampio di un’Europa scossa dai moti del Quarantotto e ormai profondamente diversa da quella emersa dalla Restaurazione.

A dimostrarlo è proprio l’eclissi dello Stato pontificio: il ritorno al potere di Pio IX è effimero. Di lì a pochi anni l’unificazione italiana aprirà una nuova fase.

Tuttavia, a ragione Kertzer nell’epilogo al libro avverte che “fu solo negli anni Sessanta del Novecento, con il Concilio Vaticano II, che la chiesa cattolica romana rigettò completamente [una] visione medievale del mondo” (p. 435).

È un’osservazione che induce il lettore a qualche riflessione ulteriore. Non senza ragione il ‘48 è stato considerato da alcuni storici come un’occasione mancata da parte della borghesia per divenire compiutamente classe dirigente. Lo stesso autore mostra abbondantemente che mentre il popolo combatte una battaglia persa in partenza, almeno una parte dei moderati si ritrae dall’assumersi le responsabilità che la loro posizione comporterebbe. Ma è altrettanto vero che il ‘48 pone sul tappeto questioni urgenti e che, nonostante la sconfitta della Repubblica Romana, l’“idea che gli individui […] accettassero i loro governanti legittimati da un mandato soprannaturale non poté più sopravvivere a lungo” (p. 434).

Kertzer individua dunque una questione che attraversa l’intera storia post-unitaria del Paese, che ancora oggi non è completamente risolta e sulla quale è bene che gli storici continuino a riflettere: il rapporto tra governanti e governati continua ad essere problematico e lo Stato ad essere considerato e vissuto come distante dai bisogni dei cittadini e talvolta perfino ostile.

Se gli storici possono fare qualcosa per comprendere meglio i tempi e il mondo in cui viviamo, con Il papa che voleva essere re, corredato da un’ottima bibliografia e da un imponente apparato di note che testimoniano la meticolosità del lavoro, Kertzer ha centrato il bersaglio regalandoci un libro splendido e prezioso.