Emilio Sarli, La decima musa del Parnaso Maria de Cardona, 2012

Discendente da una nobile casata di origini catalane tra le più importanti del Regno di Napoli, dalla quale aveva ereditato il marchesato di Padula e la contea di Avellino, Maria de Cardona era nota già ai suoi tempi per essere estremamente colta e avvenente. A lei Emilio Sarli – avvocato, da sempre impegnato in tematiche ambientaliste cui ha riservato diverse pubblicazioni – ha voluto dedicare la sua ultima fatica letteraria, lasciandosi conquistare dal fascino indiscusso di questa sua illustre conterranea, vissuta nella prima metà del Cinquecento.
Discendente da una nobile casata di origini catalane tra le più importanti del Regno di Napoli, dalla quale aveva ereditato il marchesato di Padula e la contea di Avellino, Maria de Cardona era nota già ai suoi tempi per essere estremamente colta e avvenente. A lei Emilio Sarli – avvocato, da sempre impegnato in tematiche ambientaliste cui ha riservato diverse pubblicazioni – ha voluto dedicare la sua ultima fatica letteraria, lasciandosi conquistare dal fascino indiscusso di questa sua illustre conterranea, vissuta nella prima metà del Cinquecento.

Le “incursioni” nel campo della storia da parte di non addetti ai lavori non sono del tutto inconsuete e comportano senz’altro, per chi le compie, un elevato tasso di rischio, direttamente proporzionale alla mancanza di una solida metodologia. Ma senza la pretesa di riuscire a restituire un profilo compiuto della nobildonna, anche per via della frammentarietà delle fonti a disposizione, Sarli ne ripercorre la parabola della vita, cercando innanzitutto di ricostruire il generale contesto storico, sociale e culturale nel quale ella si trovò a muovere i propri passi.

Maria de Cardona si dedicò a opere di mecenatismo e fu ella stessa autrice di componimenti poetici e musicali, di cui tuttavia non è rimasta traccia alcuna, se non nella testimonianza indiretta di alcuni artisti a lei contemporanei. Nel volume di Sarli, viene dato spazio agli scrittori italiani e spagnoli che la cantarono nei loro versi o le dedicarono le loro opere in prosa, celebrandone le qualità secondo i tòpoi tipici della letteratura del tempo. Al pari di molte altre dame del Rinascimento, di Maria vennero declamate le doti estetiche, umane e intellettuali. Tuttavia «il discorso letterario», come ricorda Jean Paul Desaive, è pur sempre «ambiguo», in quanto espressione del pensiero maschile e della morale imperante, che disegnano i tratti di una donna più ideale che reale. Perfino l’ironia di Iacomo Beldando sulla scarsa umiltà della marchesa di Padula – benché si collochi all’opposto di Garcilaso de la Vega, il quale la indicava piuttosto come «décima moradora de Parnaso» – rientra ancora nel quadro culturale dell’epoca, in cui le satire dei difetti femminili si affiancavano agli encomi di donne virtuose, secondo dei modelli stereotipati. La realtà vedeva invece il gentil sesso escluso da un’istruzione di tipo superiore o addirittura, nella maggior parte dei casi, scarsamente alfabetizzato. In tale ottica, le scrittrici come Vittoria Colonna, Veronica Gámbara o la nostra Maria de Cardona, le quali poetarono nell’alveo della tradizione petrarchesca e si fecero promotrici o animatrici di corti e salotti, erano apprezzate nella misura in cui rappresentavano delle eccezioni alla regola: donne “straordinarie”, che brillavano per una semplice anomalia del sistema, poiché pervenute a un livello di erudizione più elevato unicamente in virtù del loro ceto aristocratico, ma che restavano in ogni caso confinate ai margini di un sapere saldamente detenuto dagli uomini.

Al di là del mito, come già sottolineato da Renato Pastore nella voce da lui curata per il Dizionario Biografico degli Italiani, le notizie effettive che si possiedono sulla marchesa di Padula «rimpiccioliscono di molto il quadro»: la sua vita trascorse senza eventi degni di particolare nota, scandita da un accorto governo dei propri feudi (che a quanto pare, grazie a ciò, poterono godere di particolare prosperità) e dalle strategie matrimoniali che la videro andare in sposa al cugino Artale de Cardona e in seguito, una volta rimasta vedova, unirsi in seconde nozze con Francesco d’Este, terzogenito del duca di Ferrara.

Eppure, dal racconto di Emilio Sarli si colgono aspetti più umani e autentici, come i fastidi di cui Maria soffrì in gravidanza e la perdita della figlioletta appena nata, mentre il marito Francesco volle legittimare le due bambine avute da una relazione con un’ignota amante. Se si considera che la procreazione veniva ritenuta la funzione fondamentale della donna nel matrimonio o, per dirla con Evelyne Berriot Salvadore, la sua «missione naturale», si può comprendere la gravità e la drammaticità di simili eventi nell’esistenza di Maria, che morì nel 1563, all’età di 54 anni, senza lasciare eredi, per cui la dinastia dei Cardona si estinse e i suoi possedimenti furono reintegrati nel demanio regio.

Nonostante i toni forse a volte troppo enfatici, a Sarli va senz’altro ascritto il merito di aver riportato l’attenzione su un personaggio femminile interessante e per lo più dimenticato, indicando nuove possibili direzioni di ricerca. Un’analisi più approfondita da parte degli storici meriterebbero, per esempio, le lettere scritte dalla nobildonna, che si trovano conservate presso l’Archivio di Stato di Modena e presso l’Archivio storico del Comune di Massa Lombarda: in gran parte ancora inedite, sebbene riferite a un arco temporale non molto lungo, queste missive aiuterebbero probabilmente a ricostruire un profilo più preciso e concreto della marchesa di Padula, scevro dai condizionamenti operati dal suo conclamato fascino.