Fabio Isman, 1938, L’Italia razzista. I documenti della persecuzione contro gli ebrei, Il Mulino, 2018

Impreziosito dalla prefazione di Liliana Segre, il volume di Fabio Isman si pone il compito di narrare l’Italia razzista e la persecuzione contro gli ebrei, come recitano titolo e sottotitolo, attraverso la chiave originale fornita dai documenti dell’Egeli e sulla base di una selezionata bibliografia. Il racconto muove da un breve sguardo sugli antefatti per giungere subito al 1938 e proseguire con un’illustrazione serrata della legislazione antisemita fino al periodo del 1943-1945, che segna la deportazione e l’uccisione degli ebrei durante l’occupazione nazista e la Repubblica di Salò. Attraverso i documenti ufficiali dell’ente statale a essa predisposto e le testimonianze dei perseguitati vengono ricostruite la razzia di Stato e la persecuzione delle vite degli ebrei in Italia, fornendo numerosi esempi dei mancati o parzialissimi indennizzi e indagando gli ambiti della cultura e dell’arte. La corposa base documentaria dell’Egeli e la scelta di raccontare la persecuzione attraverso di essa costituiscono sicuramente un merito di questo libro, che anche dal punto di vista grafico si fa apprezzare per la presenza di una serie di schedine di approfondimento lungo tutti i capitoli a mo’ di ipertesti. Ciò che emerge da queste pagine è una miriade di storie in gran parte dimenticate o poco note, nel tentativo di ridare un volto alle vittime e ai sopravvissuti. In effetti, l’autore con il suo stile divulgativo riesce a rendere in maniera efficace la “materialità” della persecuzione contro gli ebrei e il tremendo impatto sulla loro vita quotidiana e sulla loro esistenza in assoluto nel periodo del loro annientamento. Va tuttavia notato che su alcuni punti, oltre alla presenza di imprecisioni e al di là delle scelte interpretative operate da Isman, si sarebbe potuto tenere maggiormente conto dei risultati raggiunti dalla ricerca storica: ciò avrebbe certamente consentito di operare valutazioni in alcuni casi più adeguate.

In particolare, sulle vicende del Manifesto la storiografia ha ormai chiarito definitivamente (ad es. con Raspanti, Israel e Nastasi) la paternità del documento e le modalità della sua redazione. Ritenere inoltre, come fa Isman, poco rilevanti gli scontri tra le diverse posizioni razziste nell’ambito dell’elaborazione di quel documento nel luglio del 1938 e successivamente, impedisce di comprendere l’importanza delle correnti all’interno del razzismo italiano e quindi dei fattori che lo resero accettabile per un largo numero di italiani. Soprattutto, non ricordare il fatto che le proteste di Visco e Pende vennero mosse a partire da un’altra visione del razzismo e non in nome di un “anti-razzismo” impedisce di comprendere come su una base altrettanto biologica fosse possibile costruire un razzismo diverso da quello di Landra e del suo gruppo, ma non per questo meno razzista né meno antisemita. In qualche modo, ciò porta a svalutare la radice autoctona del razzismo italiano fascista. Infatti, non a caso l’autore, che mostra di aderire alla tesi dell’influenza tedesca sulla decisione italiana di introdurre l’antisemitismo di Stato, non si sofferma sulla storia del razzismo italiano precedente al 1938, né sul legame tra colonialismo e razzismo. Allo stesso tempo, poi, non riconoscendo l’opposizione, sulla base di un fondamento altrettanto biologico, tra biologismo e spiritualismo, egli cade nell’errore, tipico di De Felice (ma ripreso anche da Sarfatti), di opporre un antisemitismo biologico a uno spirituale.

Passando a un’altra questione rilevante, va osservato che in una delle schede Isman giustamente accenna alla persistenza dell’antiebraismo cattolico e al sostegno a livello diocesano fornito alle leggi razziste. Ma non approfondisce nel corso del volume il tema del nesso — oramai assodato dopo i classici studi di Miccoli — tra la millenaria ostilità religiosa contro gli ebrei e l’antisemitismo e quanto questa abbia pesato sull’atteggiamento cattolico rispetto alla persecuzione degli ebrei nel periodo 1938-1943. Resiste poi in questa narrazione l’immagine di un Pio XI fiero avversario dell’antisemitismo, dimenticando la persistenza di una posizione antiebraica molto netta nell’enciclica preparata alla fine del pontificato e mai emanata, la distinzione tra due tipi di razzismi, uno dei quali compatibile con il cattolicesimo, in più occasioni proclamata e le precedenti responsabilità del papa che firmò i due concordati con Mussolini e con Hitler, garantendo così il consenso cattolico ai due regimi. Allo stesso modo, la ricostruzione della famosa frase pronunciata dal pontefice nel settembre 1938 meriterebbe più di una precisazione; mentre è un fatto che la Mit Brennender Sorge non sia una condanna della persecuzione antisemita del nazismo, ma un’enciclica sulla situazione religiosa in Germania che denuncia alcuni aspetti dell’ideologia nazionalsocialista senza mai parlare esplicitamente degli ebrei. Analogamente, infine, vengono taciuti i silenzi di Pio XII rispetto alla Shoah durante e dopo la seconda guerra mondiale, fatto storico incontrovertibile, come pure il sostegno che il papa diede agli eserciti italiano e tedesco (ma non solo) con l’invio di cappellani militari, ad es. in occasione della campagna di Russia. Un’operazione militare, questa (come del resto tutta la guerra scatenata dalla Germania) portata avanti da due Stati ufficialmente razzisti e antisemiti tra loro alleati in nome della costruzione di un nuovo ordine europeo basato sulla supremazia di razza, ordine che avrebbe dovuto condurre a un’Europa liberata dagli ebrei. Da ultimo va rilevata, fatte ovviamente salve le ottime intenzioni e ribaditi i meriti dell’autore, l’inopportunità di ricorrere, in un libro dedicato alla documentazione della persecuzione razzista e antisemita italiana, a un linguaggio intriso di analogie biologiche e indirizzato in un senso collettivo quando egli parla della precarietà che ha spesso caratterizzato l’esistenza dell’ebraismo (p. 105).