Francesco Vitali, I nunzi pontifici nella Firenze di Ferdinando I (1587-1609), Edizioni Nuova Cultura, 2017

Per poter comprendere al meglio l’importanza degli archivi delle rappresentanze pontificie, le parole più calzanti sono forse quelle di Luca Carboni che ha avuto modo di definire questa tipologia di fonte come «privilegiata per la storia di un paese», in virtù della funzione propria del nunzio che svolge la sua «attività di rappresentanza della Santa Sede sia presso gli stati che nei confronti della gerarchia ecclesiastica locale, ed è pertanto incaricato di una duplice legazione esterna ed interna» (L. Carboni, Gli archivi delle rappresentanze pontificie nell’Archivio Segreto Vaticano: versamenti e nuovi riordinamenti, in Religiosa archivorum custodia – IV Centenario della Fondazione dell’Archivio Segreto Vaticano (1612-2012), Atti del Convegno di Studi Città del Vaticano, 17-18 aprile 2012, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2015, p. 273).

Lo studio delle nunziature è un filone di ricerca che vanta radici antiche e che affondano nei primi anni di apertura al pubblico dell’Archivio vaticano, ad opera di Leone XIII: un interesse crescente che ha trovato in anni recenti – soprattutto a partire dal periodo dell’apertura alla consultazione degli archivi dei nunzi per il periodo del pontificato di Pio XI – una fioritura storiografica rilevante, affiancata anche da progetti di schedatura e pubblicazione di edizioni critiche di intere annate di corrispondenza, come ad esempio quella predisposta per la nunziatura di Gratz (aperta nel 1580), giunta ormai al quinto volume: un lavoro mirabile che, ad una attenta lettura, evidenzia anche la frammentarietà della documentazione, raccolta principalmente in Archivio Apostolico Vaticano, sebbene spalmata in numerosi fondi archivistici differenti, e che trova il suo necessario completamento in altri istituti di conservazione.

Quello della estrema frammentarietà delle fonti d’archivio è un tratto che accomuna numerose nunziature di età moderna e che si riflette negli studi che su di esse sono stati condotti. Non fa eccezione in questo senso neppure la nunziatura di Toscana, al centro di numerose pubblicazioni e anche di un progetto di edizione della corrispondenza che, contrariamente a quello citato di Gratz, purtroppo, non è mai riuscito ad andare oltre la sua fase embrionale e preparatoria: gli studi relativi alla nunziatura di Giorgio Corner (1561-65) sono stati seguiti da quelli sul nunzio Alberto Bolognetti, per il periodo di Gregorio XIII mentre quasi del tutto inedito risulta il periodo del lungo principato di Ferdinando I (1587-1609).

Il libro di Francesco Vitali colma finalmente questo vuoto storiografico e lo fa con la padronanza e la chiarezza di chi ha dedicato all’argomento uno studio pluriennale, attento e accurato, quasi certosino. L’autore vaglia attentamente una mole di documentazione d’archivio considerevole, muovendosi tra le pieghe della fitta corrispondenza dei rappresentanti della Nunziatura con assoluta precisione e riuscendo a districare e rendere perfettamente intellegibile una tipologia di fonte di ben difficile interpretazione, come sa bene chiunque vi si avvicini con spirito critico.

Lo storico guida il lettore attraverso l’operato dei numerosi nunzi che si sono succeduti nella prestigiosa carica, tratteggiando in maniera efficace le differenti personalità che risultano dalla fitta corrispondenza prodotta. Si inizia con Giovanni Francesco Canobio nominato pochi mesi prima dell’esordio alla guida del Granducato da parte di Ferdinando I ma che con lui entra fin da subito, e ripetutamente, in aperto contrasto sotto il profilo delle rispettive competenze giudiziarie. Si prosegue poi con Michele Priuli, strategicamente scelto da papa Sisto V in palese spregio alla designazione esplicita del granduca che aveva proposto invece il nome dell’allora vescovo viterbese, espressione di una maggiore affinità politica. Costui, Carlo Montiglio, ottiene ben presto la sua rivincita su Priuli, cui succede sebbene con una nomina alla carica di nunzio che ha una durata contenuta. Marino Zorzi diviene il nuovo nunzio dopo Montiglio, per volere del neo eletto pontefice Clemente VIII Aldobrandini. Sotto la nunziatura di Offredo Offredi, poi, nominato nel novembre 1596 e certamente gradito al granduca sul piano dei rapporti diplomatici internazionali nella triangolazione con Santa Sede e Francia, si apre una serie di accesi contrasti giudiziari che, nel 1597, rischia di minare la delicata concordia politica raggiunta e che vede la sua massima espressione nella controversia, che si rivelerà pluriennale, relativa ai fossi pisani e alle «imposte dovute dagli ecclesiastici all’autorità laica». Quest’ultima è in realtà una matassa piuttosto complicata da sbrogliare che tocca in eredità alla successiva nunziatura, quella di Domenico Ginnasi, nel corso della quale, di nuovo, l’espletamento delle prerogative della giurisdizione ecclesiastica si riverbera in quello che viene definito l’«altalenante corso della politica internazionale fiorentina e dei rapporti con il papato». Alla metà dell’anno 1600, poi, inizia una nuova nunziatura, quella di Ascanio Jacovacci che pur esordendo in un periodo particolarmente favorevole, che si può inscrivere «nel clima più disteso determinato tra Roma e Firenze dalla conclusione del matrimonio tra Enrico IV e Maria de’ Medici», tuttavia si volge ben presto in una chiave di lettura conflittuale sul piano giurisdizionale con il potere mediceo, tanto da dare adito ad un’istanza di sostituzione inoltrata a Roma e accolta all’indomani dell’elezione di papa Paolo VI, con la nomina dell’ultimo nunzio del lungo principato di Ferdinando I, Antonio Grimani. Grimani è il nunzio più gradito a Firenze e la sua missione sarà caratterizzata da una notevole distensione dei contrasti fino ad allora emersi, secondo una precisa volontà strategica tesa a favorire la «rinnovata condivisione con il granduca dell’impegno antiturco», sebbene il diplomatico veneziano mantenga sempre ben saldo il suo preciso disegno di preservazione della religione cattolica dall’ingerenza medicea.

Da questa rapida panoramica, emerge chiaramente che il punto di osservazione privilegiato nel saggio di Francesco Vitali è quello giurisdizionale: l’attenzione dell’autore è tutta puntata alla verifica del bilanciamento dei delicati rapporti di forza tra principato e nunziatura, ovvero l’estrema propaggine del potere di Roma, in una tensione costante, sempre ad alto rischio di frattura diplomatica ma che, inaspettatamente, non sempre si risolve a favore del potere laico.

Significativamente incentrato sul principato di Ferdinando I che inizia proprio «all’indomani della compiuta definizione della rete delle nunziature, realizzata da Gregorio XIII», il lavoro di Vitali contribuisce dunque a sfumare quell’immagine, ormai sedimentata con contorni forse troppo netti, di una chiesa locale toscana schiacciata e subordinata al potere mediceo, impegnato nella costruzione di quella «prassi di giurisdizione laica, che è stata premessa del giurisdizionalismo settecentesco».