G. Bertrand – C. Brice – G. Montègre (sous la dir. de), Fraternité. Pour une histoire du concept, Les Cahiers du CRHIPA, 2012

È possibile ripercorrere la storia di un concetto? È possibile farlo ricorrendo insieme agli strumenti della storia culturale e a quelli della storia politica? È questa la sfida che si propone il volume Fraternité: pour une histoire du concept, ponendo al centro dell’indagine la “fratellanza” come categoria di impegno politico, elemento capace di mobilitare il corpo sociale e contribuire alla costruzione di un’identità nazionale.

È possibile ripercorrere la storia di un concetto? È possibile farlo ricorrendo insieme agli strumenti della storia culturale e a quelli della storia politica? È questa la sfida che si propone il volume Fraternité: pour une histoire du concept, ponendo al centro dell’indagine la “fratellanza” come categoria di impegno politico, elemento capace di mobilitare il corpo sociale e contribuire alla costruzione di un’identità nazionale.

Il testo prevede l’articolazione in tre parti: un’analisi teorica del concetto, la differenziazione che esso ha subito nel tempo e nello spazio, infine un approfondimento sull’uso del termine e del suo significato simbolico nell’Italia risorgimentale.

Circa quest’ultimo punto, e nell’ambito dell’interpretazione che in numerosi testi Alberto Mario Banti ha fornito della nazione come famiglia, e quest’ultima come una tra le spinte ideali per la formazione di un’identità nazionale italiana (cfr. tra gli altri La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, 2000), appare particolarmente interessante il modo in cui Catherine Brice racconta l’evoluzione della simbolica immagine del sovrano-padre. Nel passaggio alla monarchia costituzionale questa immagine rimane, ma s’introduce nei codici la nozione di fallibilità del monarca: il risultato della fusione di questi due elementi è che, se il re può fallire, è necessario che la sovranità non ne sia intaccata. È così nuovamente riaffermata, attraverso «l’irresponsabilité» del sovrano, la sua autorità.

Soffermiamoci però sull’evoluzione spaziale e temporale del concetto: dal suo significato nel cristianesimo antico – illustrato da Claire Sotinel – alla teorizzazione, con Rousseau, di un nuovo tipo di fratellanza, liberata dalle sue accezioni familiari e religiose per diventare «fraternité civique», uno degli elementi sottesi alla costruzione del contratto sociale. Teorizzazione che diventa esperimento pratico con la Rivoluzione francese. Da qui l’interrogativo su come questo ideale sia stato declinato – proprio a partire dalla svolta del 1789 –, negli altri paesi, sulla base dei rispettivi riferimenti politici e culturali. Così il testo, attraverso i contributi di Gilles Montègre, Marco Meriggi e Pedro Rújula, si sofferma sull’esperienza italiana, tedesca e spagnola.

In riferimento all’Italia, Montègre presenta un caso interessante: la ricezione e trasformazione che subisce la fraternité rivoluzionaria a Roma, lucido esempio dell’ossimoro di un virtuoso ideale imposto con le armi. Benché si sia a lungo ritenuto che la città nel periodo prerivoluzionario sia stata vittima del partito zelante che risultava egemone in Curia, il cosmopolitismo, la vivacità delle accademie, in particolare dell’Arcadia, e il ruolo della massoneria permisero di aggirare la censura e di favorire la diffusione degli ideali illuministici, rendendo possibile nel decennio 1770-1780 una coesistenza tra la radicata fratellanza cristiana e la nuova, secolare, “illuminata”. La frattura e la rivincita della prima avvenne però durante la Rivoluzione francese, quando il cattolicesimo intransigente reagì con forza nei confronti di una fratellanza che non traeva origine dal diritto divino ma da quello dell’uomo. Tutte le energie del partito zelante furono proiettate nell’assistenza e nel controllo sociale delle classi popolari e in particolare delle donne (cfr. M. Caffiero, La politica della santità: nascita di un culto nell’età dei lumi, Laterza, 1996). Con l’esperienza della Repubblica romana (1798-99), nei discorsi ufficiali, nelle innumerevoli rappresentazioni artistiche – rivolte principalmente alle classi sociali intermedie – la fratellanza rivoluzionaria se da un lato fa proseliti, dall’altro inizia a mostrare le sue debolezze: è la fraternité tradita degli invasori, dei saccheggiatori. Infine, l’esilio in Francia. I patrioti, con alle spalle l’esperimento repubblicano fallito, si ritrovano invischiati in lotte fratricide, acuite dalla svolta del 18 brumaio. I più moderati si adattano al nuovo potere, altri, come Giuseppe Ceracchi, combattono contro questo ideale tradito.

La flessibilità del significato del termine nel caso tedesco merita particolare attenzione. Dapprima per tradurre il vocabolo è necessaria la creazione di un neologismo: “Brüderlichkeit”, usato con passione dal precettore di Wilhelm von Humboldt, Joachim Heinrich Campe. Il termine era già presente nel vocabolario tedesco fin dal 1789, ma Campe gli dà un valore nuovo, lo usa per sottolineare quella che interpreta come la principale novità rispetto al contesto tedesco: mentre qui, infatti, il concetto di fratellanza è usato, in maniera limitante, per lo più all’interno delle unioni corporative che sono plurali, escludenti tra loro e statiche, la fraternité rivoluzionaria è egalitaria, includente e capace di stimolare il singolo – ora titolare di una cittadinanza onnicomprensiva – a partecipare alla costruzione di una società-bene comune. Campe si spingerà oltre, rimproverando ai francesi di aver limitato il significato del termine all’universo maschile, rivendicando invece con un altro neologismo – Schwesterlichkeit “Sorellanza” – la necessità di coinvolgere nel processo emancipatorio anche le donne, relegate ai margini della società d’ancien régime. Ma la posizione di Campe è minoritaria nel contesto tedesco. Lo stesso Kant finisce per limitare il significato innovativo del termine, difendendo il ruolo di una borghesia titolare di diritti di proprietà e culturalmente elitaria. Il completo rovesciamento del valore della parola si avrà nei documenti prodotti dalla Santa Alleanza: si troverà qui una Brüderlichkeit controrivoluzionaria, volta a dividere la società, come significativamente Meriggi suggerisce, tra “fratelli maggiori” e “fratelli minori”; questi ultimi, ovviamente, bisognosi della tutela dei primi. Il termine acquisterà un ulteriore significato nel 1848 quando il socialismo vorrà intendere il proletariato, una parte della società, come gruppo onnicomprensivo, portatore di una fratellanza capace di superare anche i confini nazionali. È la fusione dei due significati: la parte diventa il tutto in una interpretazione ancora più radicale di quella del 1789 francese.

Il percorso intrapreso dai vari autori e autrici del volume ci restituisce una visione problematica del significato e dell’uso della parola “fratellanza”: concetto ambiguo, polisemico, inteso in termini politici nel corso del XIX secolo, nonché usato come parola d’ordine da gruppi diversi, spesso in contrasto tra loro. La massoneria fin dal Settecento fa ripetutamente riferimento a questo lemma, al legame di amicizia/fratellanza che unisce i suoi adepti con l’obiettivo di un miglioramento universale della società; eppure, come sottolinea Fulvio Conti, di fronte ad esempio a persone indigenti il dovere di un massone è di sostenere prima “i fratelli”, poi “gli altri”. Lo stesso rigoroso rito d’iniziazione indica una frattura tra il gruppo e chi ne è estraneo. Una dinamica molto simile al cristianesimo antico – al centro dell’analisi di Sotinel – che racconta di una fratellanza universale e insieme distingue il gruppo dei credenti dagli altri. Durante la stessa Rivoluzione francese il termine è poco usato nei testi prodotti dalle autorità politiche, ma molto presente nella pratica; sentito, a differenza degli altri due elementi della triade rivoluzionaria – libertà e uguaglianza – come un dovere morale, piuttosto che come un diritto. In realtà già gli storici contemporanei agli eventi successivi al 1789 si divisero nel tentativo di ricercare la fase di vera attuazione del concetto di “fratellanza”. Jules Michelet la individuò nella festa della federazione, momento di abbattimento delle barriere sociali e geografiche. Per Louis Blanc e Philippe Buchez, invece, fu l’esperienza montagnarda a darle vera realizzazione, lottando contro l’individualismo girondino (cfr. Dizionario critico della rivoluzione francese, a cura di F. Furet e M. Ozouf, Milano, Bompiani, 1994, 2 voll., II, ad vocem). Fatto sta che, a poco a poco, con l’aumentare della minaccia esterna alle conquiste rivoluzionarie, si fece sempre più forte la tendenza a dividere nettamente anche la popolazione in “rivoluzionari” e “controrivoluzionari”, “fratelli” e “avversari”.

Nell’introduzione al testo seguiamo Catherine Brice interrogarsi sulla versatilità del vocabolo fratellanza. È possibile che la sua fortuna nel tempo si giustifichi attraverso il legame con la metafora antica della famiglia, ben radicata nei vari contesti e quindi capace di proiettare il suo significato nella vita politica e sociale? L’ipotesi più convincente per l’autrice è che questa versatilità del concetto derivi dalla contaminazione tra significati antichi e nuovi stimoli sorti nel corso dei secoli, fino al punto da rendere questo termine un bene comune, capace di entrare nel bagaglio culturale e politico collettivo, difficilmente intaccato dalla stessa radicale interpretazione che ne è ha dato la Rivoluzione francese.