Alessio Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria (Manifestolibri, 2017)

Dal punto di vista storiografico, lo studio dei movimenti studenteschi non è stato sempre omogeneo: se l’attenzione per la nascita e l’evoluzione del Sessantotto italiano è stata particolarmente assidua, come testimoniato da ricerche comparse a distanza relativamente ravvicinata dagli eventi (Passerini 1988, Ortoleva 1988, Agosti et al., 1991), ben diversa è stata la considerazione per il movimento italiano del 1977. A dispetto di una pubblicistica e di una memorialistica piuttosto corposa (Annunziata 2007, Berardi, Bridi 2002, Cappellini 2007, Franceschini 2007, Vecchio 2007), il ’77 italiano è stato per lungo tempo un tema marginale negli studi sull’Italia del secondo Novecento. Solo negli ultimi anni, infatti, la storiografia ha cominciato a indagare con maggiore convinzione i motivi portanti del ’77, grazie ad una serie di contributi che hanno consentito di superare interpretazioni sommarie e sbrigative degli eventi (Ceci et al. 2014, Galfré et al. 2018, Guzzo et al. 2019). Tra le monografie più recenti, possiamo annoverare Il movimento del 1977 in Italia di Luca Falciola (Falciola 2015) e Il 77 tra storia e memoria di Alessio Gagliardi, a cui è dedicata questa recensione. L’autore – professore associato di Storia contemporanea all’università di Bologna – articola la sua ricerca su due direttrici: da una parte, la ricostruzione del contesto storico, politico e sociale in cui nacque il movimento del ’77; dall’altra, l’analisi dei problemi e delle questioni che riguardarono da vicino l’area della mobilitazione e della protesta: la contiguità con la violenza e con le formazioni radicali ed eversive, la centralità dell’individuo e dei suoi bisogni, la ridefinizione del rapporto con il mondo del lavoro – che si tradusse nella dicotomia tra le «due società» teorizzate da Alberto Asor Rosa – la contrapposizione con il sistema dei partiti, la dimensione culturale e creativa del ‘77.

Nelle prime pagine del suo saggio, Gagliardi si sofferma sull’identità del movimento, chiedendosi se sia più opportuno parlare di un centro di aggregazione omogeneo, caratterizzato da una piattaforma ideologica e organizzativa ben definita, oppure di un insieme di movimenti sfaccettati che agivano perlopiù in autonomia, svincolati da una strategia operativa comune. Rigettata l’idea di un movimento bipolare – e dunque di una netta contrapposizione tra un’ala creativa e «desiderante» e gruppi di estrazione radicale ­– Gagliardi evidenzia l’eterogeneità delle formazioni che parteciparono agli eventi del ’77. Tuttavia, egli approva comunque la definizione di movimento, inteso come un soggetto plurale «che condivideva non solo valori e attitudini generali, ma anche l’individuazione degli avversari e la radicalità dell’avversione» (pag. 20). D’altra parte, è innegabile che le mobilitazioni del ’77, sulla falsariga di quanto accadde nel Sessantotto, abbiano cercato una sponda al di fuori dell’ambiente universitario in cui si erano originariamente sviluppate. Il coinvolgimento di nuovi attori sociali – in larga parte provenienti dal sottobosco dei «non garantiti» – e la sensibilità per temi fino a quel momento marginali nel dibattito pubblico, a cominciare dall’ambientalismo, non consentirono però al movimento di espandere la sua influenza all’infuori del contesto metropolitano e, nel contempo, di elaborare un disegno politico e ideologico che superasse la centralità attribuita ai bisogni dell’individuo. Secondo Gagliardi, infatti, le proteste del 1977 puntarono a risultati immediati più che al traguardo della rivoluzione, alla legittimazione dei desideri dell’individuo più che alla conquista delle istituzioni e del potere. Non è quindi un caso che i militanti del movimento abbiano presto rivendicato la loro estraneità alle culture operaie e di classe in cui si riconoscevano le formazioni della sinistra tradizionale, testimoniata sia dalla durissima contestazione al segretario della Cgil, Luciano Lama, all’università La Sapienza, sia dall’aperto dissenso verso la politica dei sacrifici sostenuta dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer.

Gagliardi prende poi in considerazione uno dei nodi più delicati del ‘77: il rapporto tra le avanguardie della protesta e le pratiche violente. Senza perdere di vista il quadro storico di riferimento, caratterizzato da una significativa espansione degli episodi di terrorismo e di violenza politica, l’autore osserva che ampi settori del movimento condivisero il ricorso a forme di conflittualità radicali, promosse soprattutto dall’Autonomia operaia organizzata. Queste azioni, secondo Gagliardi, non vanno però considerate come tappe intermedie collocate all’interno di un più articolato disegno strategico, bensì furono funzionali «a realizzare quell’idea di appropriazione immediata, non mediata dalla progressione dei tempi tradizionali della politica» (pag. 37). La radicalizzazione del conflitto e i quotidiani episodi di violenza documentati dai mezzi di comunicazione – che avvalorarono oltretutto l’immagine di un movimento organico alle forme di dissenso più radicali e aggressive – sortirono una reazione scomposta, spesso inadeguata delle forze di polizia: la linea repressiva adottata dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga finì per inasprire ulteriormente il conflitto con le piazze in rivolta e –sottolinea ancora l’autore – legittimò la predisposizione alla violenza da parte dei militanti. A questo proposito, Gagliardi rifiuta le letture univoche sul ruolo del movimento nell’esplosione dei conflitti e delle tensioni che attraversarono l’Italia del 1977: di conseguenza, sarebbe semplicistico considerare il ’77 come il principale detonatore della violenza e dell’estremismo o, al contrario, come soggetto completamente estraneo alle vicende di quel periodo. L’autore suggerisce dunque un’interpretazione più meditata e complessa, che mette in luce «le forme implicite di compartecipazione» (pag. 39) di una parte del movimento alla strategia eversiva delle formazioni armate. In definitiva, secondo l’autore, il movimentò offrì, seppure inconsapevolmente, una sponda alla causa del terrorismo, che approfittò dell’incremento degli episodi di violenza politica nel corso del 1977 per rafforzare le sue posizioni. Soltanto dopo la morte degli agenti di polizia Settimio Passamonti (21 aprile 1977) e Antonino Custra (14 maggio 1977), il movimento cominciò a interrogarsi sull’opportunità di assecondare le pratiche di lotta più violente e radicali, ma non riuscì, almeno inizialmente, a prendere completamente le distanze dal terrorismo.

In un’altra sezione del saggio, Gagliardi esamina la dimensione creativa del movimento, per convenzione contrapposta al radicalismo delle frange “militarizzate”. Le anime della creatività – che si ritrovarono intorno a Radio Alice (Liperi 2015) e alla rivista «A/traverso», entrambe espressione del ’77 bolognese – non si limitarono soltanto a ribadire una sostanziale estraneità ai dogmi della militanza politica tradizionale, ma si dedicarono a un’audace sperimentazione linguistica che modificò profondamente i codici della comunicazione, senz’altro influenzati dagli intensi rapporti con l’area della controcultura e con gli «indiani metropolitani», e nel contempo favorì nuove forme di interazione e di partecipazione attraverso il circuito delle nascenti radio libere, a cui aderirono anche i settori più politicizzati del movimento.

L’ultima sezione del saggio di Alessio Gagliardi presenta un’articolata analisi sull’eredità del ‘77 nella politica e nella società italiana. Innanzitutto, l’autore evidenzia la profonda differenza tra l’esperienza del Sessantotto italiano, che esercitò la sua influenza ben oltre i suoi confini temporali, e quella del ‘77, che si concluse di fatto al termine dello stesso anno. Nel ricostruire le cause del rapido declino e della disgregazione del movimento, Gagliardi prende in considerazione tre aspetti dirimenti: la degenerazione della conflittualità in azioni marcatamente eversive, su tutte l’omicidio di Roberto Crescenzio a Torino, l’incapacità dei militanti di uscire dalle paure e dalle tensioni che avevano permeato il messaggio politico del ‘77 fin dai suoi esordi e, naturalmente, l’ostilità dell’opinione pubblica e, in particolare, di quelle forze sociali che si riconoscevano nella linea politica del Pci. Tuttavia, a dispetto di quanto sostenuto da alcuni osservatori come Franco Berardi e Daniele Giglioli – che hanno individuato proprio nel ‘77 i prodromi del successivo trionfo della cultura neoliberista e della civiltà dell’effimero imperante negli anni Ottanta – Gagliardi sostiene che il patrimonio ideale del movimento non sia andato completamente perduto: nonostante una generale tendenza al disimpegno, infatti, all’inizio del nuovo decennio si imposero nuove forme di partecipazione e impegno civile, determinanti per l’affermazione dei movimenti per la pace e dell’associazionismo ambientalista e antinuclearista.

In definitiva, Il 77 tra storia e memoria può essere considerato un utile e prezioso contributo allo studio di un argomento poco battuto dalla storiografia tradizionale, che ha raramente approfondito (se non in tempi recenti) l’unicità di questa esperienza di aggregazione e mobilitazione, che non ha trovato analoghi riscontri sulla scena europea, così come il ruolo giocato dal movimento nelle vicende politiche e sociali dell’Italia degli anni Settanta.

 

 

Bibliografia di riferimento

Annunziata, 1977. L’ultima foto di famiglia, Einaudi, Torino, 2007

Berardi, V. Bridi, 1977. L’anno in cui il futuro incominciò, Fandango Libri, Roma, 2002

Cappellini, Rose e pistole, Sperling & Kupfer, Milano, 2007

G.B. Ceci (a cura di), Italia 1977, ambivalenze di una modernità, numero monografico di «Mondo contemporaneo», Franco Angeli, Milano, 2014

Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, Carocci, Roma, 2015

Franceschini, Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco 1977-2007, Feltrinelli, Milano, 2007

Galfré, S. Neri Serneri (a cura di), Il movimento del ’77, Viella, Roma 2018

Guzzo, Da non-garantiti a precari. Il movimento del ’77 e la crisi del lavoro nell’Italia post-fordista, Franco Angeli, Milano, 2019

Liperi, Il sogno di Alice, Manifestolibri, Roma, 2015

Vecchio, Ali di piombo, Bur, Milano 2007