Geografia conventuale in Italia nel XVII secolo. Soppressioni e reintegrazioni innocenziane. Di Marcella Campanelli, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2016

La monografia di Marcella Campanelli si inserisce nella collana L’inchiesta di Innocenzo X sui Regolari in Italia diretta da Giuseppe Galasso, che affronta le conseguenze nella penisola italiana in seguito al riordinamento della vita religiosa proposto da Innocenzo X. Nello specifico, il volume si propone di indagare gli effetti che ebbe la bolla Instaurande regularis disciplinae sulla geografia conventuale italiana.

Il 15 ottobre 1652, il Pontefice emanò la bolla Instaurandae regularis disciplinae, che decretò la soppressione di tutti quei conventi la cui condizione economica non poteva garantire il sostentamento di almeno sei religiosi: i beni soppressi dovevano passare sotto la giurisdizione dell’ordinario del luogo, che da quel momento ne diventava unico amministratore. Questo decreto andava a colpire gli ordini regolari proprio nel periodo di maggiore espansione: nei primi decenni del XVII secolo, infatti, grazie anche ad un aumento demografico consistente, le fondazioni erano aumentate capillarmente in tutta la penisola. Il provvedimento papale ebbe l’effetto di decretare la chiusura di 1624 conventi e 846 grange, cambiando notevolmente la geografia conventuale.

A subire maggiormente il decreto furono gli ordini di più antichi – con il caso limite dei crociferi e della Congregazione degli eremiti di San Girolamo da Fiesole, che videro le loro sedi decimate –, mentre gli ordini di più recente istituzione sembrarono reggere meglio il colpo. Ma l’autrice mette ben in guardia da ogni tipo di generalizzazione, sia invitando il lettore attento ad approfondire la storia di ogni singolo ordine, sia mostrando come, se pure la bolla delineava chiaramente i criteri da seguire per le soppressioni, nella realtà dei fatti la sua applicazione fu molto meno lineare. Vennero infatti chiusi alcuni conventi che rispettavano tutti i criteri previsti dall’ instaurandae regularis disciplinae, mentre ne furono lasciati aperti altri che, oltre ad essere poveri, erano anche mal governati e questo senza una motivazione apparente.

Seppure la maggior parte degli ordini nel giro di sei mesi ottemperò agli obblighi previsti dalla bolla, consegnando le case conventuali e i beni ad esse annessi, non mancarono però episodi di dura contestazione, che in alcuni casi sfociarono in violenza e atti di vandalismo, come quelli di cui furono protagonisti i minori conventuali di Sassoferrato e di Gualdo Tadino, che prima di lasciare il convento arrecarono pesanti danni alla struttura. Oltretutto, il provvedimento minò non solo i delicatissimi equilibri interni tra il vescovo del luogo e gli ordini residenti nella sua diocesi, ma anche, in alcuni casi, i precari rapporti tra Chiesa e i vari Stati italiani: nel caso del Regno di Napoli e della Repubblica di Venezia, il contenzioso, di ordine giurisdizionale, durò perfino alcuni anni.

Altro problema fu quello dell’applicazione dei beni: a chi dovevano essere destinate le risorse sottratte agli ordini? Per prima cosa si trovò necessario investire i proventi dei monasteri per risolvere l’urgentissima questione dell’istruzione del clero e dei laici, entrambe ancora estremamente precarie a metà del Seicento. Per questo motivo la maggior parte delle risorse fu destinata sia a risanare la difficile situazione in cui riversavano molti seminari sia a erigerne di nuovi. Ma i seminari non furono i soli a beneficiare del ricavato delle soppressioni: anche le cattedrali, le parrocchie e i monasteri femminili poterono godere di alcuni benefici.

L’applicazione della bolla non decretò l’ultima parola sulla geografia conventuale: moltissimi infatti furono i ricorsi che giunsero a Roma in seguito alle soppressioni. Il pontefice non si mostrò sordo alle richieste e nel 1654 emanò il decreto Ut in parvis, che sanciva la riapertura di alcuni conventi precedentemente soppressi, per cui si era verificata la reale possibilità di sostentamento. Se da una parte il reintegro fu possibile grazie ad un effettivo impegno della congregazione di riferimento nel reperire i fondi necessari alla riapertura o grazie all’appoggio di qualche laico influente, si contarono anche numerosi casi in cui erano stati i monaci stessi a denunciare di godere di un’entrata inferiore rispetto a quella reale, probabilmente temendo che qualora il convento fosse stato ritenuto in una situazione privilegiata il suo introito sarebbe stato decurtato e destinato altrove: una volta ricevuto il decreto di soppressione, i religiosi, accortisi dell’errore commesso, avevano inviato immediatamente lettere che attestavano la reale disponibilità economica del convento. Anche in questo caso, però, gli esiti furono tutt’altro che scontati, poiché si permise la riapertura anche di sedi che non ottemperavano agli obblighi richiesti mentre si decretò la chiusura definitiva di conventi con entrate sostanziose. Il decreto Ut in parvis non costituì l’atto finale del provvedimento innocenziano, poiché ricorsi e reintegrazioni continuarono fino al 1698, anno dello scioglimento della Congregazione sullo Stato dei Regolari, la commissione istituita appositamente da Innocenzo X nel 1649 affinché lo affiancasse nella sua opera di riforma del clero regolare.

Ad arricchire ulteriormente lo studio è un amplissimo apparato cartografico di circa 90 pagine e un’appendice documentaria che riporta la trascrizione delle fonti principali usate dalla storica nella sua ricerca, in primo luogo il Libro di lettere scritte alli procuratori generali degli Ordini regolari circa li conventi data da procuratori generali per la conservatione di essi conventi.

Marcella Campanelli è riuscita in un’impresa tutt’altro che semplice: rendere un libro che, necessariamente, è ricco di dati, percentuali, schemi ed elenchi né arido né tantomeno banale. Il rigore con cui viene affrontata la ricerca unito ad una chiarezza e vivacità espositiva, accompagna il lettore durante tutto lo svolgimento del volume. L’autrice sa accostare sapientemente dati tecnici a brevi, ma efficaci, approfondimenti. Oltre a rispondere precisamente e con dovizia di particolari alle domande che lei stessa pone nell’introduzione, il volume ha anche il merito di suscitare nel lettore altrettante domande e spunti di ricerca che sicuramente daranno avvio a ricerche future.