Gianna Di Nepi, Toccare il fondo. Una famiglia di ebrei italiani attraverso due guerre mondiali, a cura di G. Piperno, Livorno, 2013

Gianna Di Nepi, Toccare il fondo. Una famiglia di ebrei italiani attraverso due guerre mondiali, a cura di G. Piperno, Livorno, 2013

ABSTRACT

Nell'ambito del corso di Storia degli ebrei in età moderna – Prof. Micol Ferrara – del Diploma triennale di laurea in studi ebraici (UCEI) il 5 maggio presso il Centro Bibliografico "Tullia Zevi" dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, è stato presentato il libro Toccare il fondo. Una famiglia di ebrei italiani attraverso due guerre mondiali di Gianna Di Nepi (a cura di Giulia Piperno).

 

Sono intervenuti insieme all’autrice e alla curatrice del volume Alessandro Visani (Università La Sapienza) e Silvia Haia Antonucci (Archivio Storico della Comunità ebraica di Roma).

Alessandro Visani, nell’aprire la serie di interventi, ha sottolineato l’importanza di libri di questo genere – a torto e in alcuni casi – sottovalutati. Si tratta al contrario di “storie” che, presa una per una e messe insieme come in un puzzle, aiutano a comprendere meglio la Storia e certamente a fare luce su aspetti a ben guardare non secondari della vicenda italiana del Novecento.

Sono infatti gli anni tra le due guerre, e oltre, al centro della narrazione che poi è di fatto una raccolta dell’epistolario privato dove i due protagonisti principali sono Alberto Di Nepi (padre dell’autrice) e Marina Ascarelli, fidanzata e poi moglie di Alberto.

Tra le righe dell’epistolario appaiono valutazioni, impressioni, commenti ad alcuni snodi centrali della storia italiana che appaiono utili allo storico per mettere a fuoco o almeno restituire le giuste nuance di fatti importanti.

Un esempio lo si trova sin dalle prime pagine nel testo di una lettera nella quale si legge:

Dal 1922 il Fascismo è al potere. Eppure dalle testimonianze scritte e da quelle fotografiche non sembra che ci sia allarme tra gli ebrei di Roma. Gli ebrei borghesi hanno fiducia nello Stato. Quello Stato che ha abbattuto i cancelli del ghetto e aperto per loro le porte della società civile non può tradirli. Il patriottismo è molto diffuso tra gli ebrei, grande è stata la partecipazione, anche volontaria, alla Grande Guerra e la lealtà alla Patria da parte degli ultimi arrivati, se portata alle ultime conseguenze, può manifestarsi anche nell’adesione al nazionalismo e poi al Fascismo.

In poche righe ci sono argomenti divisivi che hanno alimentato negli anni – e ancora alimentano – polemiche, confronti, analisi ma è interessante leggerlo qui, in questo contesto, così come è interessante trovare altre valutazioni su avvenimenti che hanno colpito membri della famiglia – e lo stesso Alberto Di Nepi – fatti e situazioni comuni a tanti ebrei italiani e non solo.

Quando nel 1934 Alberto Di Nepi è agli esordi della sua carriera di giovane medico prestando servizio come assistente chirurgo interno all’Ospedale S. Spirito di Roma, prima di assumerlo l’Ufficio del Personale dell’ospedale si rivolge in questi termini all’Ufficio Informazioni dell’ospedale stesso:

Prego la S.V. di favorirmi, con cortese sollecitudine, informazioni sulla condotta morale e politica, sui mezzi di sussistenza e sulla considerazione che gode nel pubblico il Sanitario in oggetto e la di lui famiglia.

La risposta dell’Ufficio informazioni non si fece attendere:

In relazione al foglio contraddistinto, comunico alla S.V. Illustrissima che il Dott. Di Nepi Alberto, di Amedeo, nato a Roma e domiciliato al Corso Vittorio 326, risulta di buona condotta morale e politica. Ha superato gli esami di stato e, a suo dire, è iscritto al P.N.F. e non ai sindacati. Tanto il predetto sanitario che i componenti la di lui famiglia godono in pubblico stima e reputazione e vivono agiatamente con il reddito di alcuni beni immobili di loro proprietà.

Questo genere di “prassi” nell’Italia fascista del pieno regime era, si badi bene, la prassi e sarebbe un errore pensare l’occhiuto trattamento fosse riservato ai soli ebrei o a persone sospette di antifascismo.

Sarà nel 1938 con la pubblicazione del “manifesto della razza” (luglio) e naturalmente con l’introduzione delle leggi razziali che apparve a tutti ben chiara la situazione e di questo inevitabilmente vi sono diverse tracce nel carteggio tra Alberto e Marina che proprio a poche settimane da questi eventi finalmente si sposeranno per poi lasciare l’Italia, nell’aprile del 1939, alla volta del Sudamerica, destinazione Guatemala.

Lì Alberto e Marina riusciranno a costruirsi una vita dignitosa, lontano dagli orrori dell’Italia in guerra (guerra mondiale e guerra civile) per poi fare ritorno con le loro figlie in un’Italia devastata che paradossalmente, sia pure caduto il fascismo, riserverà ad Alberto amare sorprese come si legge in una illuminate lettera:

Dopo una buona affermazione in Guatemala e circa un anno di professione privata nell’Honduras britannico il ritorno in Italia è traumatico: per due anni lavora in ospedale ma non guadagna e la famiglia vive dei risparmi degli anni americani, ai concorsi riesce sempre benissimo nelle prove ma non ottiene gli incarichi perché il suo professore non lo sostiene. Con una raccomandazione nel 1951 ottiene la libera docenza, ma solo a condizione che lasci definitivamente l’università.

Il volume termina con il carteggio relativo ai primissimi anni del dopoguerra, con il riferimento comprensibilmente entusiasta per il ritorno ad un regime democratico, l’eccitazione per tornare finalmente al voto (voto per la prima volta nella storia d’Italia concesso anche alle donne) in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente e il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica.

Come si vede sullo sfondo di vicende personalissime si agita la Storia, gli anni del fascismo, l’Italia vista da un paese lontano del sud-America e di nuovo l’Italia vista da vicino dopo gli orrori della guerra.