Giovanna Curcio, La città nel Settecento, Laterza, 2008

Secolo intitolato alla ragione e vivaio di ardite fantasie visionarie, epoca di osmosi cosmopolite e di cristallizzazione di identità, trampolino di un salto consapevole in un futuro di progresso infinito e anelito nostalgico verso le radici dell’umanità, età di un ordine sociale, politico e intellettuale che convive con il disordine prima di irrigidirsi nelle forme ottocentesche post-rivoluzionarie, il Settecento si riverbera, con i suoi paradossi, anche sul modo di concepire e di progettare lo spazio urbano

Secolo intitolato alla ragione e vivaio di ardite fantasie visionarie, epoca di osmosi cosmopolite e di cristallizzazione di identità, trampolino di un salto consapevole in un futuro di progresso infinito e anelito nostalgico verso le radici dell’umanità, età di un ordine sociale, politico e intellettuale che convive con il disordine prima di irrigidirsi nelle forme ottocentesche post-rivoluzionarie, il Settecento si riverbera, con i suoi paradossi, anche sul modo di concepire e di progettare lo spazio urbano. Così avviene in Europa e nelle colonie inglesi d’oltre Oceano recentemente emancipatesi. Uno spazio, quello cittadino, che attrae, ovunque, porzioni di popolazione sempre più importanti e che assomma alle prerogative tradizionali di centro di potere quelle di centro di attività produttive e commerciali in rapida evoluzione in quest’alba dell’industria, attività sospinte, insieme ai lavoratori manuali, dalle campagne verso agglomerati urbani che debordano rapidamente dai loro precedenti confini.

È seguendo ad un tempo la teoria e la pratica, il progettato e il realizzato che Giovanna Curcio traccia, anche con l’ausilio di schede sintetiche, le vicende architettoniche di alcune fra le più esemplificative città settecentesche – città antiche, città che rinascono e città nuove – ma anche l’evoluzione del concetto stesso di spazio urbano nel corso del XVIII secolo. Coadiuvato da una scrittura efficace, da un ricco apparato iconografico e bibliografico, il volume La città nel Settecento si presenta come un lavoro di sintesi fruibile anche da un pubblico di non esperti in materia di architettura e di urbanistica. Una sintesi che non è semplificazione della varietà delle proposte, delle elaborazioni teoriche, delle soluzioni e delle suggestioni che la città suscita e assimila durante il secolo preso in esame. Suggestioni provenienti da un’antichità “ampliata” dal punto di vista artistico e architettonico dai nuovi scavi archeologici e da sempre più numerosi viaggi a scopo conoscitivo: è il momento del dissotterramento di Pompei e di Ercolano e della paziente opera di riproduzione e di diffusione per mezzo della stampa delle linee austere e maestose dei templi egizi o greci. Motivi decorativi, organizzazione degli spazi, elementi architettonici vengono mutuati da un passato cercato con sempre maggiore consapevolezza intorno al bacino del Mediterraneo e poi innestati nel corpo vivo delle città settecentesche, comprese quelle del nord Europa e degli Stati Uniti, dove il modello antico non di rado plasma palazzi e monumenti che diventano simboli di identità nazionale. Permane poi intatta la forza magnetica dell’antichità già conosciuta: Roma, le sue piazze, le sue strade e i suoi palazzi vengono trasfigurati in città di nuova edificazione, come già era avvenuto a Versailles (essa stessa assunta a modello dai sovrani europei nel corso del Settecento), dove il “tridente” che si diparte dalla reggia si ispira a quello generato da Piazza del Popolo, o come nella Val di Noto, dove la ricostruzione successiva al terremoto del 1693 vede sorgere, sulla falsariga di Trinità dei Monti, scalinate sormontate da chiese più o meno imponenti.

Le contaminazioni di stili, di gusti e di progetti, assecondate dalla mobilità degli architetti, ora meno legati ad un unico committente e sollecitati da una concorrenza agguerrita a farsi imprenditori e patrocinatori di se stessi in tutta Europa, si arricchiscono pure delle fascinazioni provenienti da terre lontane. Dal Giappone, dall’India e dalla Cina, dove le secolari attività missionarie e commerciali europee, ma anche i viaggi di esplorazione, fanno da tramite con un Occidente che si lascia sedurre dall’esotico e dal diverso. E se un Oriente reale o immaginario decora palazzi principeschi, disegna giardini e impreziosisce mobili di lusso, il confronto (spesso, anche qui immaginario) con l’altro diventa motivo ricorrente nella riflessione illuminista sulla convivenza umana, i regimi politici, i costumi e le credenze religiose.

La città è anch’essa oggetto di un’analisi critica che la assume sempre più quale espressione di progresso, epicentro vitale, come il distillato di un carattere nazionale, di un assetto politico, di una storia vissuta e da proiettare nel futuro. Fra gli ammonimenti di Fénelon contro la crescente voracità dei grandi centri urbani, giganti di sperpero, monumenti alla gloria dei principi che prosciugano le risorse di interi Paesi sottraendo braccia e energie a campagne sempre più trascurate, alla cruda analisi di Mandeville, che dichiarava la sporcizia, il traffico e il malaffare come sottoprodotti necessari della nuova città, la città ricca, grande e produttiva alla quale l’autore de la Favola delle api guarda con sguardo ammirato, il minimo comune denominatore rimane la consapevolezza di una realtà urbana in vistosa trasformazione, capace di modificare antichi equilibri e modalità di coesistenza: fra la natura e l’artificio, fra i ceti sociali, fra i valori dominanti comunemente riconosciuti. Una trasformazione che si profila gradatamente in tutta Europa come quel processo di razionalizzazione e di differenziazione che nell’Ottocento porterà, fra le altre cose, ad una distinzione fra i quartieri calcata su quella sociale o su esigenze organizzative e funzionali. Una trasformazione, pure, che prefigura lo smarrimento e il ridimensionamento dell’individuo nelle città industriali Ottocentesche e nelle affollate metropoli del XX secolo.