Adriatico. Biografia di un “mare stretto” (Egidio Ivetic, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà – Il Mulino, 2019)

Ricordo un convegno di storici a Sorrento, saranno una decina di anni fa. La mattina, mentre nella sala delle colazioni i colleghi si scambiavano chiacchere banali davanti al caffè, Egidio Ivetic non c’era mai; se ne stava a passeggiare da solo, nella strada lungo il mare, sullo sfondo il Vesuvio. Guardava le barche, ascoltava lo sciabordio delle onde, respirava il profumo del mare, viveva in silenzio sensazioni non comunicabili e che non confessava a nessuno; se glielo chiedevi, rispondeva con un sorriso. Era il Mediterraneo il suo interlocutore, il mare di Sorrento come quello dell’Istria, la sua Istria, che l’aveva visto giovane marinaio di leva. Ebbene, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà di Egidio Ivetic (Bologna, il Mulino, 2019, pp. 434), un libro che riscuote successo, è figlio di quelle riflessioni, di una ininterrotta ricerca storica. La vasta letteratura su cui esso poggia si alterna con giudizi personali, spesso serrati nel breve respiro di una riga o due, a conclusione di un paragrafo o un capitolo cui è affidata la rievocazione di un periodo dove convivono storia e geografia, che sono in effetti la chiave di lettura di questo lavoro. L’opera è frutto di anni di studi, letture, viaggi per nave o in aereo da una sponda all’altra di un mare lungo e stretto, dove si sono stratificati i reperti archeologici della romanità, le lapidi medioevali, le cronache locali, le terminazioni (i decreti veneziani), i diari di bordo, i racconti dei pescatori.

L’Adriatico è una koinè che ha visto l’incontro-scontro fra Imperi romano, bizantino, carolingio, ottomano, asburgico, napoleonico, austriaco, è “un impressionante fascio di durate storiche”. Si avverte, certo, la lezione imprescindibile di Braudel; emerge la genuinità e la sicurezza con cui l’autore si rapporta con terre e popoli, con paesaggi dai tratti riconoscibili ovunque, anche oltre l’Adriatico, da Gibilterra alle scogliere della Grecia; si sente in ogni luogo, in ogni epoca passata in rassegna, il respiro del mare. Questo dunque l’omaggio di un figlio dell’amarissimo, “Mar di Venezia” che per mestiere fa ricerca: il tentativo di costruire una comune storia adriatica, superando le frammentarie ricostruzioni locali.

Storia vuol dire anche concretezza periodizzante; donde la ripartizione del libro in sette capitoli dai titoli suggestivi. Dopo la descrizione geografica, che è anche la storia della progressiva conoscenza dell’Adriatico sino alla sua recente scientifizzazione, storia in cui si percepisce un’eco nostalgica di quello che l’Adriatico era stato fino alla urbanizzazione seguita alla Seconda guerra mondiale e all’invasione turistica odierna, parte la storia vera e propria, da molto più lontano, ossia da circa 12.000 anni fa, quando i ghiacciai arrivavano alle Prealpi. Molto tempo dopo si verificò l’integrazione fra le nuove popolazioni indoeuropee e quelle locali; di questa civiltà rimangono tracce nei castellieri istriani e nei dolmen pugliesi. Quindi la frammentazione in varie etnie: illirici, dauni, liburni in quella che oggi è la Dalmazia; veneti, etruschi, piceni, japigi nel litorale italiano; “Rispetto al resto del Mediterraneo – commenta Ivetic – l’arcipelago dei popoli dell’Adriatico sembra un luogo affollato di differenze”. Poi i greci e i romani. Si verificò la romanizzazione delle sponde; ed ecco le villae senatoriali così presenti in Istria e poi la Spalato del “montenegrino” Diocleziano; infine la decadenza, testimoniata dai resti di Aquileia.

C’è poi una terza antichità (500-1000), che sarebbe l’alto Medioevo delle due sponde, dalla riconquista giustinianea alla crociera veneziana in Dalmazia di Pietro Orseolo. Dunque l’emergere dei nuovi centri di Venezia e Ragusa, l’arrivo di un popolo come gli slavi, la cui componente croata riuscì peraltro a inserirsi abbastanza pacificamente accanto ai dalmati latini (“Cristianizzazione e convivenza. Così gli slavi divennero una componente del Mediterraneo”, secondo Ivetic).

L’Adriatico come mare vettore riguarda i secoli tra il Mille e il Cinquecento. Pagine in cui sono condensate la svolta demografica dall’anno Mille, il defilarsi veneziano dall’impresa delle crociate (eccezion fatta per la quarta, una “non crociata” che portò nel 1204 alla conquista di Costantinopoli), i domini normanni, svevi e angioini nell’Italia meridionale, la civiltà comunale tra Marche, Romagna e l’altra sponda, in Istria e Dalmazia, i despotati greci, le signorie serbe e croate, e le guerre tra Venezia e Genova, e poi ancora Scanderbeg e le navi, i dromoni, le galere, “strutture galleggianti di questa nostra storia”, che nel corso del XIV secolo furono dotate del timone. Nell’età moderna (1500-1797) l’Adriatico è soprattutto l’antemurale della Serenissima e delle rive italiane, pontificie e napoletane, nei confronti dell’impero ottomano. E c’era l’Austria: “l’Europa centrale che stava avanzando, che si congiungeva direttamente con il Mediterraneo, senza Venezia”.

Belle le considerazioni sul vuoto lasciato con il tramonto della Repubblica marciana (1797), la cui civiltà fu molto più sentita fra le sponde adriatiche piuttosto che tra Venezia e a sua Terraferma; un vuoto presto colmato, nel bene e nel male, dalle identità nazionali.

Ecco la supremazia austriaca nell’Adriatico con la Restaurazione, quindi il ‘48 a Venezia e poi Lissa, “cicatrice violenta nella storia nazionale d’Italia”; ecco il collegamento, tramite ferrovia, fra Vienna e Trieste, un nuovo legame con il Mediterraneo; ecco la creazione del Lloyd austriaco (non si dimentichi che il primo progetto e l’avvio della realizzazione del canale di Suez, volta a riportare il Mediterraneo al centro del commercio mondiale, si verificarono nel 1846 su impulso della Société d’Etudes du Canal de Suez, con capitale austro-francese e progetto del trentino e suddito austriaco ingegnere Luigi Negrelli, che nel 1858 ebbe la direzione dei lavori).

La questione adriatica chiude l’Ottocento e apre il Novecento, su spinta dell’irredentismo e nazionalismo italiano e delle aspirazioni territoriali e politiche delle nazioni slave meridionali. Il Novecento è un secolo di contrapposizioni e integrazioni, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, dalle imprese dei MAS, che sfidarono il remissivo comportamento della flotta austro-ungarica (al contrario di quanto aveva fatto Tegetthoff nel 1866), sino al fascismo, che “si dimostrò più tollerante […] verso la cultura araba, eritrea e l’islam piuttosto che verso gli sloveni e i croati”. E poi fino alla catastrofe della seconda guerra mondiale e all’industrializzazione italiana del secondo Novecento.

Sull’altra sponda, le atrocità partigiane, la scaltra politica di Tito e poi, nel 1991, la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita di nuovi Stati, ora più vicini all’Italia tramite la NATO e i più recenti progetti di cooperazione territoriale europea (Interreg), che hanno finalmente portato alla stabilizzazione dell’Adriatico. E tuttavia, verso la sponda occidentale, permane un fondo di diffidenza da parte slovena e croata, in quanto pesano il passato di Venezia, sentito come estraneo, e ovviamente il fascismo. Donde qualche perplessità nella conclusione di Ivetic, che si chiede se esista o potrà esistere una comune o condivisa cultura adriatica. La risposta sta nella storia: “L’Adriatico, come il Mediterraneo, è soprattutto storia”.