L. Casali-D. Gagliani (a cura di), La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, L’Ancora del Mediterraneo, 2007

Nel corso degli ultimi decenni, a partire dalla metà degli anni ’90 in poi, la storiografia italiana ha sviluppato un interesse crescente attorno al tema dei crimini di guerra perpetrati contro civili italiani dalle truppe tedesche d’occupazione e dai reparti armati fascisti della Repubblica di Salò nel biennio 1943-1945.

Il recente volume curato da Luciano Casali e Dianella Gagliani torna ad affrontate queste tematiche raccogliendo contributi di diversi studiosi e di giovani ricercatori particolarmente sensibili al tema delle stragi e delle violenze naziste in Emilia Romagna, analizzando con rigore scientifico alcuni nodi storiografici particolarmente tragici, come il coinvolgimento delle popolazioni civili nella guerra totale, la violenza e i massacri perpetrati nelle zone dei fronti di guerra o nelle retrovie.

Il libro – pregevole peraltro per lo stile narrativo dei singoli contributi – invita a discutere e a riflettere non solo sui crimini compiuti dalle truppe tedesche d’occupazione ma anche sul comportamento affatto marginale dei militi della RSI dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile 1945, attraverso un minuzioso censimento della politica del terrore. Una politica fatta non solo di stragi ed eccidi ma anche di altre tipologie di violenza diffusa come rastrellamenti, uccisioni indiscriminate di singoli prigionieri o di partigiani, deportazioni di renitenti alla leva o di disertori, distruzione integrale dell’habitat, fucilazioni, gestione arbitraria e crudele degli ostaggi, minacce, torture sui corpi dei prigionieri politici e stupri alle donne, riportata alla luce grazie ad una rigorosa indagine documentaria condotta per ogni singola provincia dell’Emilia Romagna.

L’intento di questo lavoro è infatti quello di dar conto anzitutto del dato quantitativo della tipologia interpretativa della “guerra ai civili” nell’area emiliano-romagnola, fornendo un prima mappatura delle stragi a livello regionale, in una zona d’Italia che avrebbe subito l’occupazione tedesca fino all’aprile 1945 e che aveva visto lo sviluppo di un forte movimento partigiano a partire dalla primavera del 1944. Come ricordano i curatori del volume, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 furono almeno 505 gli episodi cruenti (307 eccidi e 198 stragi) messi in atto dai fascisti e dai nazisti, ai danni delle popolazioni civili. Fu però l’estate del 1944 a segnare l’escalation della violenza con 129 eccidi e 100 stragi (e cioè il 45, 34% dei fatti cruenti) collocatesi non a caso fra la metà di giugno e l’ottobre del ’44 con l’ingrossarsi delle fila del partigianato.

La matrice dei fatti di sangue viene in questo caso estrapolata dal mito pseudostorico del “cattivo tedesco” descritto come barbaro, sanguinario e insensibile – grazie al quale per decenni le popolazioni avevano trovato una motivazione, seppur labile, alla ferocia nazista, spiegata appunto come frutto di una bestialità primitiva irrimediabilmente legata ad ogni evento bellico – per essere ricondotta su un piano storico-razionale e cioè alle modalità logistiche di conduzione della guerra contro gli alleati da parte dei comandi dell’esercito tedesco in Italia.

In altri termini la politica del terrorismo pianificato usata nel punire la popolazione civile e privare la resistenza armata dell’humus in cui svilupparsi e rafforzarsi, non può essere riconducibile al carattere antropologicamente “bestiale” del tedesco, ma ad una tattica preordinata dall’alto dei vertici militari per vincere la guerra antipartigiana, sradicare la resistenza delle bande attraverso il terrore e la violenza, in modo da spezzare il consenso o la copertura che le popolazioni avevano offerto ai partigiani, indipendentemente dai gesti attivi di collaborazione. Questo spiega perché le gerarchie militari tedesche scelgano di mettere in pratica anche sul fronte italiano il noto Merkblatt 69/1, una direttiva applicata fin dal 1942 nell’Europa dell’est, con la quale viene stabilita la legittimità nell’uccisione di civili utilizzati dai partigiani come informatori o semplicemente ritenuti sostenitori della guerriglia, senza alcun accertamento della loro presunta colpevolezza. Ordini draconiani che avrebbero garantito l’impunità per ogni tipo di atrocità commesse dalle truppe, molto spesso incitate dagli alti comandi a compiere ogni sorta di efferatezze contro i civili (non risparmiando neppure donne e bambini), con l’obiettivo non tanto di colpire i partigiani quanto di far comprendere alla popolazione quali cause avrebbe avuto anche per i civili il comportamento dei ribelli.

La “guerra terroristica” antipartigiana viene insomma condotta contro un avversario considerato non “onorevole”, contro un nemico illegittimo, criminale e banditesco, verso il quale è lecito usare qualsiasi mezzo repressivo. Bene lo dimostrano le norme emanate dal generale Kesselring nella primavera- estate del ’44 che avrebbero incitato le truppe dell’esercito ad una brutalizzazione del conflitto, garantendo l’impunità per i responsabili dei crimini commessi.

Nel suo saggio dedicato alle stragi di Modena, Lucani Casali ricorda infatti come

l’uccisione di civili “in risposta” ad azioni partigiane non costituiva una reale replica militare nei confronti di una reale minaccia armata, ma assumeva piuttosto un significato intimidatorio di “semplice azione punitiva” connessa con la rapidità della ritirata tedesca e con una malintesa volontà di trovare il metodo più sbrigativo e meno dispendioso per conseguire, in tempi brevi, il miglior controllo del territorio possibile (p. 90).

In questo senso, il massacro di 770 civili inermi a Monte Sole –Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944), condotto dai reparti della XVI divisione corazzata granatieri Reichsführer- SS al comando del maggiore Walter Reder, può essere letto – come ricorda Carlo Gentile – non tanto come un rastrellamento ordinario e quindi come “espressione di un’estrema radicalizzazione della politica repressiva decisa dagli apparati di potere nazisti in Italia”quanto piuttosto come tragico ed estremo esempio di “operazioni di annientamento nelle zone di stanziamento partigiano” per cui “accanto alle stragi e alla devastazione di villaggi oppure – come nel caso di Marzabotto- di ampie aree, si registrano efferate esecuzioni di prigionieri e di ostaggi in risposta ad attentati o attacchi partigiani […]” con “la selezione di civili prigionieri secondo i criteri razzisti dell’ideologia nazista e la soppressione di non abili al lavoro mediante fucilazioni di massa” fino ad arrivare “ad estesi e massicci rastrellamenti di migliaia di civili deportati al lavoro forzato in Germania o impiegati nella costruzione di fortificazioni in Italia” (p. 208).

La seconda parte del libro è non a caso interamente dedicata alla strage di Monte Sole, con apporti innovativi, tesi ad indagare non solo le modalità di costruzione della memoria pubblica del massacro (sia a livello nazionale che locale), ma anche la forma mentis e il retroterra culturale degli esecutori dello sterminio dei civili, nonché i risvolti processuali della vicenda sul piano penale.

Della violenza nazista riscontrata nelle “operazioni di annientamento” attuate sull’appennino bolognese, si occupa Carlo Gentile descrivendo l’humus culturale-educativo dei maggiori responsabili della strage di Monte Sole, utile per capire le motivazioni del loro agire criminoso.

Volontario nella prima guerra mondiale in un reggimento di corazzieri che aveva combattuto nei Balcani, il comandante della XVI divisione granatieri Reichführer-SS generale Max Simon, era entrato nel reparto dei Freikorps nel 1919 e dopo aver lasciato l’esercito per un breve periodo, si era arruolato nelle SS nel 1933 “come altri scontenti del periodo di Weimar tra i quali il nazismo reclutò molti dei suoi esponenti più radicali” (p. 211). La sua carriera di ufficiale era poi proseguita in maniera fulminea come comandante delle guardie nel campo di Dachau dal 1937 al 1939 e in seguito come comandante di un reggimento della divisione Totenkopf in Francia e in Russia, dove era rimasto fino al 1943.

Allo stesso modo il maggiore Helmut Looss, responsabile dell’ufficio informazioni del comando di divisione, era un vecchio esponente della destra tedesca; già studente di giurisprudenza all’Università di Berlino e in seguito aderente ai gruppi studenteschi dell’estrema destra nazionalista, era entrato nelle SS nel giugno 1933 come molti sui coetanei “sull’entusiasmo per la presa del potere da parte di Hitler” (p. 212), per poi assumere il ruolo di comandante del Sonderkommando 7a, che dal gennaio 1943 al luglio 1944, aveva operato nella Bielorussia massacrando migliaia di ebrei e slavi, fino ad essere impiegato in azioni di controguerriglia antipartigiana con l’operazione “Hermann” che aveva causato la morte di 4.280 civili. Poco diversa la storia del maggiore Walter Reder, nato nel 1915 nei Sudeti da una famiglia della borghesia nazionalista cattolica e subito iscrittosi alla gioventù hitleriana per poi aderire alle SS ed essere trasferito anch’egli a Dachau nelle unità della Totenkopf.

Si tratta quindi di biografie che dimostrerebbero la condivisione della “guerra ideologica di annientamento” non solo da parte dei nazisti della prima ora, fedelissimi alla persona del Führer, ma anche delle alte gerarchie militari per cui, come già nella campagna di Russia – dove per la prima volta i reparti della Wehrmacht avevano collaborato con i corpi speciali delle SS per la repressione della guerriglia e il controllo del territorio e per l’annientamento degli ebrei nell’Europa dell’est, sui fronti orientali e balcanici – anche l’Italia conobbe, seppur in maniera minore, le ragioni di una guerra spietata e razzistica condotta per mezzo di pratiche brutali come lo sterminio, la schiavizzazione, la deportazione per il lavoro coatto ed altri atti inumani commessi contro popolazioni civili.

Sono infatti questi reparti scelti, queste formazione “di élites” – assieme alle unità operative dell’esercito regolare – a rendersi responsabili delle stragi e degli eccidi commessi in Italia durante il periodo dell’occupazione tedesca. Ciò contrariamente al disegno dell’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn – maggiormente ispirato ad una cultura burocratico-militare di tipo tradizionale ed in questo senso esemplificativo della policrazia del sistema di potere nazista – finalizzato al mantenimento dell’ordine e quindi teso ad evitare che il maltrattamento delle popolazioni civili potesse scatenare fenomeni di resistenza armata.

L’autore non si sofferma tuttavia solo sui veterani della “guerra di pulizia ideologica”, trovando spazio anche per l’analisi dei giovanissimi soldati di truppa, (appartenenti alle classi di leva del 1925-26 che avevano poco più di 17-18 anni all’epoca dei fatti), cresciuti nel clima di fervore patriottico del nazionalsocialismo e provenienti dalle zone rurali della Germania e dell’Austria.

Il lungo saggio di Gentile affronta infine i processi per crimini di guerra e il progressivo allargamento dei margini della “politiche di punizione” che a partire dal 1947, con il mutato clima nei rapporti internazionali bipolari della guerra fredda, avrebbero indotto a giudicare diplomaticamente inopportuno processare i cittadini della futura Germania democratica, importante tassello della strategia di difesa anticomunista in Europa. Fu questo il caso di Max Simon, condannato a morte nel giugno1947 dalla corte militare alleata di Padova, la cui pena fu commutata in ergastolo nel 1951, fino a quando nel 1954 non avrebbe lasciato il carcere grazie al diretto interessamento dell’arcivescovo di Colonia. Helmut Looss non fu invece neppure chiamato a rispondere dei crimini commessi poiché “il tribunale che condannò Reder lo ritenne morto alla fine della guerra in Austria” mentre in realtà Looss “viveva a Brema dove esercitava la professione di insegnante e dove morì il 25 novembre 1988” (p. 221).

Sulla questione dei procedimenti giudiziari celebrati o solo intentati per i fatti di Marzabotto, ritorna il contributo di Toni Rovatti, dedicato al processo contro il maggiore Walter Reder responsabile del massacro di 770 civili nella strage di Monte Sole e di 560 civili a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944.

Al di là delle risultanze giudiziarie (il processo ebbe un’accuratissima istruttoria durata quattro anni dal 1947 al 1951, per concludersi il 31 ottobre 1951 con la condanna all’ergastolo e alla degradazione da parte del Tribunale militare di Bologna) il caso viene studiato dall’autrice come “momento catartico”, essenziale per l’elaborazione del lutto da parte delle comunità colpite:

sia nei racconti sulla strage di Sant’Anna, sia in quelli sui vari episodi della zona di Marzabotto sono immancabilmente presenti – quasi a denunciare il superamento del limite immaginario dell’atrocità dei carnefici e a rimarcare l’estremo della violenza e dell’orrore – gli episodi di bambini lanciati e fucilati in aria o infilzati con le baionette e dello sventramento di donne incinte con la deturpazione dei feti (p. 266).

Ma il processo è anche l’arma di una comunità – stavolta nazionale – che si serve del volto feroce del “cattivo tedesco”, dell’immagine ripugnante di un imputato freddo e impassibile di fronte agli orrori narrati, per autoassolversi e discolparsi dalle proprie responsabilità, in primis quella di aver attuato una eguale politica di sterminio nei paesi occupati dal regime fascista per mezzo delle truppe del regio esercito, evitando così di fare i conti col fascismo.

Il dramma subito dalle popolazioni civili è tuttavia considerato anche in relazione alle modalità e ai processi di costruzione delle memorie pubbliche delle stragi, sia a livello istituzionale che sul piano interno alle comunità locali sconvolte da una guerra di conquista e di sterminio, combattuta in violazione delle regole dello i>ius belli, che avevano disciplinato l’esercizio della violenza tra gli Stati sovrani.

Secondo quando scritto da Beatrice Magni, la memoria pubblica-istituzionale della Resistenza individua in Marzabotto il luogo simbolo del massacro (nonostante questa località non sia direttamente investita dagli eccidi) facendo della città l’emblema del martirio e del riscatto eroico dell’Italia contro la violenza nazista. Accanto a questa memoria di tipo celebrativo-retorico, definitivamente sancita dall’assegnazione della medaglia d’oro al valor militare e dall’edificazione del sacrario ai caduti, ne compare una diversa, lontana dal patriottismo ufficiale; una memoria a tratti dissacrante del racconto epico nazionale e lontana dal mito della Resistenza decantata come Secondo Risorgimento nazionale. Anche attorno alla strage di Marzabotto, prende così corpo una memoria antiresistenziale che attribuisce ai partigiani della formazione Stella Rossa la responsabilità di aver scatenato la furia tedesca.

La narrazione antipartigiana non è tuttavia plasmata solo dagli apporti della retorica neofascista perché, come ricorda Davide Bergamini, è soprattutto la Chiesa ad incanalare il rancore delle popolazioni colpite dal lutto verso l’idea che i partigiani non le abbiano sapientemente difese e che vi sia una responsabilità diretta da parte delle formazioni della Resistenza nell’aver scatenato la vendetta tedesca a causa di azioni violente e irresponsabili.

Alla memoria delle stragi e alle sue forme simbolico-rituali e rappresentative, è invece dedicato il saggio di Enrica Cavina e di Irene Di Iorio relativo al ruolo commemorativo svolto dai monumenti, dai cippi, dalle lapidi e dalle epigrafi posti a ricordo degli eccidi compiuti dai nazisti e dai fascisti in Emilia Romagna. Si arriva così ad una definizione concettuale, alla messa a punto di un paradigma interpretativo del termine “memoria” inteso come processo dinamico in cui interagiscono meccanismi legati al ricordo, alla celebrazione e all’elaborazione del lutto delle stragi, la cui natura viene ridefinita in ragione della località e del contesto storico-sociale analizzato.

La “tipologia dei massacri” e il dato quantitativo sul numero degli uccisi non riescono tuttavia a dar conto della eterogeneità e molteplicità delle forme violenza connesse alla “politica delle stragi” e cioè di quel 90% di uccisioni, minacce di morte, rastrellamenti, sequestri di persona, percosse, devastazioni di abitazioni o borghi collocati tra la metà del giugno 1944 e l’aprile 1945. Le cifre possono infatti segnalare solo a livello quantitativo gli effetti cruenti e brutali delle tecniche di “guerra ai civili”.

Non sono invece in grado di portare alla luce, come bene indica in questo volume il saggio di Irene Di Iorio sul caso di Piacenza, il contesto più generale di quella violenza “diffusa e multiforme” scatenatasi in quei mesi e quindi l’insieme delle azioni terroristiche contro civili inermi (incendi di villaggi, arresti, torture nelle camere di sicurezza e nelle carceri soprattutto ai danni di partigiani, uccisioni di donne e persino di neonati) nonché delle “numerose uccisioni singole, a carattere dimostrativo-intimidatorio o terroristico-preventivo” attuate, secondo una macabra ritualità, con i corpi degli uccisi lasciati per molto tempo nelle pubbliche piazze con il divieto assoluto di dare loro una sepoltura, a dimostrazione che “il potere ostenta la propria capacità di punire non solo nella pena che infligge, ma anche nell’umiliazione e nell’orrore che imprime agli occhi degli astanti” (p. 147).

È questo il caso degli stupri compiuti in Val Tidone, Val Trebbia e Val Nure dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan – aggregata alle truppe tedesche – che seguono le stragi del novembre 1944. Lo stupro viene infatti utilizzato come arma di annientamento del nemico, mostrando non solo il connotato di crimine di guerra ma anche di delitto ideologico congiunto ad una particolare forma mentis maschile, militare e guerriera tipica della cultura nazista o fascista.

La violenza sessuale è infatti un’azioni terroristica e di sopruso nei confronti delle popolazioni civili (gli alti comandi dell’esercito tedesco avrebbero addirittura autorizzato aborti per far scomparire le prove della violenza) che difficilmente troverà spazio nel ricordo ufficiale della guerra, rimanendo confinata nella “memoria del trauma” fatta di “censure e rimozioni che la violazione del sé da parte dell’altro inevitabilmente comporta” (p. 152). Ad essere identificati come responsabili degli stupri sono tuttavia anche i fascisti locali, ancora nel gennaio 1945, come dimostra quanto accaduto in una piccola località dell’Oltrepò Pavese ad danni della giovane moglie di un partigiano rimasta sola in casa.

Le continue razzie, le incursioni notturne nelle case private, le minacce di fucilazione, i prelevamenti di persone, l’uso delle percosse e della tortura e appunto dello stupro, sono quindi fatti altrettanto cruenti, di cui non si può non tener conto se si vuol dare una corretta valutazione del clima di quel periodo. È per questo che in tutti i saggi raccolti in questo libro si riportarono alla luce i tanti episodi in cui i fascisti ebbero una posizione affatto minoritaria né marginale per sadismo e disumana crudeltà, come indica Dianella Gagliani riferendosi ai fatti accaduti nel paese di Fenza-Solarolo il 2 settembre 1944.

[…] Lungo la strada che porta a Solarolo, appesi ai pali del telefono, nove corpi, orrendamente seviziati, erano esposti al sole. Alcuni, per la rottura dei legacci, giacevano a terra. Vidi occhi tolti dalle orbite, crani e mandibole spaccati, natiche affettate. Intanto quattro fascisti in divisa, che si tenevano a braccetto, passeggiavano cantando canzoni oscene. Più in là, all’ombra di un albero, una tavola imbandita con avanzi di cibo e bottiglie di vino (p. 11).

Sui crimini compiuti dai fascisti per vendetta contro ben noti esponenti politici contrari al regime, torna il saggio di Roberta Mira relativo alle stragi della provincia di Bologna. Un territorio in cui la radicata presenza partigiana (in special modo delle formazioni Stella Rossa nella zona di Monte Sole e della IV brigata Garibaldi) è capace di creare un forte legame con la popolazione civile e di attivarla, ad esempio, nel sabotaggio e nel danneggiamento delle macchine per la mietitura e la trebbiatura contro la consegna del grano agli ammassi richiesta da comandi tedeschi.

I primi casi di uccisioni di civili e di partigiani avvengono proprio per debellare l’opposizione resistenziale e reclutare manodopera coatta da inviare in Germania (257 casi di azioni omicide nel ’43-’45); il dato quantitativo sulle rappresaglie segna un picco nel luglio-ottobre 1944 (42 casi con 996-1057 vittime a settembre e 53 casi con 222-227 vittime ad ottobre), quando la presenza resistenziale cresce sempre di più (p. 67).

Particolarmente cruenta una delle azioni condotta dai tedeschi contro i partigiani della LXIII brigata Garibaldi Bolero quando durante uno dei rastrellamenti condotti casa per casa nei comuni di Monte San Pietro, Sasso Marconi, Casalecchio e Zola Pedrosa, tredici partigiani vengono “legati col filo spinato attorno al collo ad alberi e pali della luce nei giardini del cavalcavia di Casalecchio, vengono colpiti con raffiche di mitragliatrice alle gambe affinché, cadendo, restino impiccati. I loro corpi resteranno esposti per una settimana” (p. 71).

La matrice dei fatti di sangue va tuttavia connessa alla nefasta presenza di reparti delle Brigate nere che ad Imola, prima di abbandonare la città la notte del 12 aprile 1945 si danno agli ultimi atti di ferocia, prelevando dalla Rocca sedici partigiani ed uccidendoli con raffiche di mitra e bombe a mano per poi gettare i corpi in un pozzo. Non è un caso se la ricerca condotta dall’autrice permette di attribuire il maggior numero di uccisioni a queste formazioni, che attuano le loro azioni vendicative – sia per il controllo del territorio che per reazione al rafforzamento dell’attività partigiana – per mezzo di delitti efferati con cadaveri abbandonati nelle piazze e nelle vie cittadine quale monito alle popolazioni locali. Sarà la stampa dell’epoca a raccontare gli orrendi segni di strazianti torture rinvenuti sui corpi degli uccisi:

in ognuno […] era stato schiacciato almeno un occhio e tutti avevano le gambe e le braccia spezzate; i torturatori li avevano evirati versando del petrolio, che poi avevano acceso, sui testicoli […] i corpi sono completamente mutilati e ustionati […] le gole tagliate […] In ognuno dei corpi tutte le unghie delle mani e dei piedi sono state strappate (p. 77).

Sulla violenza fascista e sul ruolo svolto dalle “strutture poliziesche preposte alla repressione (GNR, Questura, Brigata nera) (p. 111) insiste anche il saggio di Massimo Storchi, dedicato ai fatti di sangue avvenuti nella provincia di Reggio Emilia, in una zona ad immediato ridosso della Linea Gotica, non direttamente interessata dalla linea del fronte, ma attraversata da vie di comunicazione di grande rilevanza. Nei 20 mesi dell’occupazione nazista del reggiano si verificano oltre 50 stragi ed eccidi, per un totale di 360 vittime, ma è sulle cosiddette “stragi fasciste interne e preventive” che l’autore sviluppa le pagine più interessanti.

Diversamente dagli eccidi compiuti dalle truppe tedesche per esigenze strategiche di controllo del territorio, gli assassinii perpetrati dai fascisti si inquadrano in diverse tipologie, connesse alle logiche di potere o di conquista di spazi politici e di autorità all’interno delle comunità locali e sembrano essere strettamente legate al contesto di lotta partigiana, ad alta intensità sia nel territorio montano che nella pianura.

Sia l’uccisione dei fratelli Cervi e di Quarto Camurri (28 dicembre 1943) sia quella di don Pasquino Borghi (30gennaio 1944) sono attuate “dai dirigenti del fascio di Reggio, con la piena collaborazione del capo della provincia, Enzo Savorgnan” non tanto in reazione ad un’azione gappista che aveva causato la morte di sei militari della RSI, quanto come “opportunità di ostentare la propria forza e la capacità di leadership del movimento fascista ancora in fase di consolidamento”. L’autore rammenta infatti come “per entrambe le stragi si applicarono procedure sommarie: non si fece ricorso a tribunali regolari nel primo caso e nel secondo il simulacro di processo si svolse senza la presenza degli imputati” (p. 97).

Le stragi sono pertanto legate non solo alla volontà di salvaguardare la ritirata delle truppe tedesche programmando una linea difensiva del territorio italiano; in certe zone uno dei motivi scatenanti è esclusivamente la ritorsione e il sentimento di vendetta nei confronti di uomini e donne considerati nemici perché ritenuti responsabili della disfatta nazista, dell’armistizio o semplicemente perché considerati inferiori dal punto di vista razziale. Lo dimostra il bel saggio di Marco Minardi dedicato alle stragi compiute dall’esercito tedesco nel Parmense, in particolare all’ “Operazione Wallenstein” che tra il 30 giugno e il 7 agosto 1944 causò il “più grande rastrellamento dell’Appennino tosco-emiliano dall’inizio dell’occupazione militare nel settembre 1943”, – con l’ausilio di reparti fascisti e allievi della scuola militare GNR di Fontanellato in provincia di Parma – per eliminare la presenza partigiana in una zona considerata strategica al recupero delle vie di comunicazione. Tuttavia, l’autore ricorda come nonostante “il disprezzo verso i fascisti locali, sospettati di aver favorito l’azione militare tedesca, [appaia] totale”, il maggior effetto dell’operazione sia quello di compromettere i rapporti tra contadini e partigianato locale, ritenuto incapace di difendere la popolazione civile.

L’efferatezza e la crudeltà degli esecutori delle stragi viene nondimeno colta con particolare drammaticità nel corso degli ultimi giorni di guerra (durante la ritirata verso i passi appenninici della Cisa e del Cerreto che collegano l’Emilia nord-occidentale con la Liguria e la Toscana), definite non a caso “stragi dell’ultimo giorno” (p. 279) con 14 eccidi a danno di civili che portano a contare almeno 61 vittime in soli due giorni.

Sul ruolo svolto dalle milizie fasciste e sulla loro autonomia decisionale nell’uso del terrore, si sofferma anche il contributo di Davide Guarnieri dedicato a Ferrara, città di Italo Balbo e luogo d’origine dello squadrismo agrario, dove il fascismo è vissuto dalle popolazioni contadine soprattutto come reazione padronale dell’alta borghesia. È proprio la città estense a divenire teatro di quello che l’autore definisce “il primo eccidio fascista ai danni di civili inermi” (p. 154): il 15 novembre 1943 vengono assassinate undici persone per vendicare l’uccisione del federale di Ferrara, Igino Ghisellini, avvenuta la sera precedente.

Le pratiche di violenza sono quindi tese non tanto a stroncare il legame resistenti/ribelli e popolazioni civili, secondo la strategia militare attuata dall’esercito tedesco, ma a contestare l’esistenza stessa di opinioni politiche in contrasto con la propaganda della RSI, intimamente ispirata ai temi della rinascita dalla sconfitta del 25 luglio ’43. Ciò è pienamente dimostrato da uno degli ultimi fatti di sangue verificatosi il 21 aprile 1945 quando due elementi della X MAS catturano sette giovani disertori e li uccidono in maniera del tutto arbitraria dopo averli torturati e seviziati.

L’ “uso politico e militare del terrore” attuato dai fascisti nelle province emiliano-romagnole, viene indagato anche da Enrica Cavina per quel che riguarda la zona di Ravenna, con particolare riferimento alle dirette responsabilità e alla discrezionalità decisionale dei gerarchi fascisti, (ufficiali della GNR o esponenti autorevoli dei fasci locali), nel determinare le “regole di condotta dei loro uomini” nella gestione di eccidi ed omicidi preventivi-dimostrativi. Nella lotta antipartigiana viene infatti utilizzata la formula del ricatto e della pressione morale per costringere la formazioni clandestine di resistenza a fermare le loro azioni di guerriglia. In altri termini, come ricorda l’autrice “trovandosi nell’impossibilità di arrestare la lotta clandestina, essendo i partigiani bersagli mobili da centrare, i fascisti operarono la scelta strategica di colpire la popolazione nella speranza di creare strappi definitivi nella rete cospirativa” (p. 173).

Le ragioni della violenza diffusa scatenata contro le popolazioni civili vanno tuttavia rintracciate anche nel mancato consenso, nell’isolamento e nella debolezza politica della RSI rispetto alle formazioni partigiane, come mostra il lavoro di Vladimiro Flamigni dedicato a Forlì. È proprio in questa provincia che la sindrome dell’accerchiamento anziché moderare gli atteggiamenti di rivalsa per la mancata adesione al fascismo repubblicano, agisce come elemento scatenante della vendetta e della ferocia. Ad essere maggiormente colpite, almeno inizialmente, sono quindi le formazioni della Resistenza come dimostra il rastrellamento dell’aprile 1944 in cui vengono uccisi 123 partigiani appartenenti alle brigate Garibaldi o l’uccisione del dirigente del Pci Mario Gordini fucilato e torturato assieme a Settimio Garavini il 14 gennaio 1944 al poligono di tiro di Forlì.

Sono dunque le ansie vendicative e i progetti di dominio della componente radicale e militare-squadristica del fascismo di Salò a scatenare la violenza contro i civili, nel momento in cui alla necessità di controllare il territorio si lega la volontà di ottenere consenso al progetto mussoliniano-fascista di società e di Stato, cercando di imporre la propria autorità ad una popolazione in maggioranza non consenziente.

La politica della coscrizione militare forzata, le ritorsioni contro i famigliari dei renitenti alla leva, fino alle stragi contro i civili, sono forme di violenza attuate per rivendicare una presenza di forza nel paese e per far pagare i costi della marginalizzazione subita nel periodo compreso tra la caduta del regime, nel luglio del ’43, e l’avvio dell’occupazione nazista. Un quadro dal quale emerge un ruolo determinante dello stesso Mussolini, assai attivo nel procedere fin dall’ottobre 1943 con l'”opera di radicale pulizia” contro “traditori” e “rinnegati”, contrariamente all’immagine diffusa dalla propaganda di regime e nel senso comune di un duce assente e “bonario”, ormai stanco, vinto e completamente sottomesso al potere hitleriano.

È chiaro allora come la violazione delle norme di diritto bellico – contrariamente a quanto da sempre sostenuto dalla propaganda neofascista e dai sostenitori dei nazisti sottoposti a processo – non possa essere addossata alle bande partigiane, ma vada riferita alle regole e agli schemi di una “guerra terroristica”- (tra il giugno e l’ottobre del 1944 in Emilia Romagna si contano 2.589 uccisi, che costituiscono oltre la metà del totale generale di 5.096 morti per mano fascista e nazista) – ispirata al principio della “terra bruciata”, quale elemento strutturale di conquista dei territori a prescindere dalla presenza di partigiani.

La politica delle stragi non può dunque essere messa in connessione con le azioni armate di resistenza e dunque valutata come mera reazione alle pratiche di controguerriglia perché, come già aveva mostrato la guerra condotta dai nazisti nell’Est europeo, l’attività partigiana fu spesso solo un pretesto per innescare la politica della punizione contro i civili.

Dianella Gagliani torna difatti più volte ad insistere sulla questione della legittimità e moralità delle azioni partigiane di guerriglia, contestata invece dalle truppe occupanti tedesche per le quali il diritto di resistenza e di ribellione delle popolazioni civili assoggettate alla politica del massacro viene bollato come banditismo o terrorismo. Non furono infatti i membri delle formazioni partigiane a violare gli schemi convenzionali e tradizionali della guerra e cioè quel codice bellico “maschile” di tipo “cavalleresco” per cui i civili avrebbero dovuto essere risparmiati.

Rovesciando la teoria del partigiano proposta da Carl Schmitt, tendente a presentare la lotta partigiana come guerra irregolare, non legittimata sul piano della legalità storica e morale perché fuori della regole di condotta bellica sui cui si era basato lo scontro tra gli eserciti degli Stati nazionali, (combattuta sulla base della sorpresa e dell’imprevedibilità dell’attacco), Dianella Gagliani dimostra come fu il potere nazista ad infrangere i principi stabiliti dalle convenzioni internazionali sottoscritte dagli Stati europei, per mezzo di un’escalation della violenza.

Le necessità militari furono infatti sostenute da una concezione superomistico-vitalistica della vita umana per cui il conflitto fra gli uomini era un segno di vitalità e di rigenerazione. Una formazione mentale e culturale da cui non sembrano immuni neppure i reparti fascisti della RSI, il cui esercizio della violenza pare influenzato da una Weltanschauung ispirata al “suprematismo differenzialista” e alla “inferiorizzazione dell’oppositore o del non consenziente” (p. 6).

Nel comprendere le origini cultuali della violenza contro i civili l’autrice invita così a considerare – in un’ottica di lungo periodo – anche le ricadute del Primo conflitto mondiale e della nascita dei movimenti e dei regimi fascisti in termini di brutalizzazione dei rapporti politici e di assuefazione alla dimensione di massa della morte. Si ricorda non a caso come “non fu il fascismo a creare l’idea di nemico assoluto, ma fu esso a svilupparla fino a farne il perno della sua costruzione politica” (p. 19).

In tal senso il fascismo – italiano e tedesco – può essere considerato la manifestazione degli elementi più aggressivi dei sostenitori della guerra, del militarismo, nonché delle virtù guerriere. “Il mito della violenza rigeneratrice e l’idea della moralità della guerra, ripresa da altri movimenti (per l’Italia dal futurismo e dal nazionalismo) ” finì infatti per conciliarsi irrimediabilmente con una mentalità “che separava gli uomini in combattenti e non-combattenti” (p. 20) e che avrebbe avuto i suoi tragici sbocchi nella catastrofe della seconda guerra mondiale.