Le donne nel cantiere di San Pietro in Vaticano. Artiste, artigiane e imprenditrici dal XVI al XIX secolo a cura di Assunta Di Sante e Simona Turriziani Il Formichiere, Foligno, 2017

Nel solco di ricerca tracciato dal volume Quando la Fabbrica costruì San Pietro. Un cantiere di lavoro, di pietà e di umanità, XVI-XIX secolo, edito nel 2016 dallo stesso Il Formichiere, questo studio mette in luce una inedita storia di lavoro femminile, tanto più sorprendente in quanto ambientata nel cantiere della Basilica di San Pietro in Vaticano, rivelandone al contempo la natura tutt’altro che episodica. Lo spoglio dei documenti egregiamente custoditi presso l’Archivio Storico Generale della Fabbrica di San Pietro ha consentito ad autori e curatrici di affrescare una nuova pagina della storia artistica – oltre che economico-produttiva – della Roma moderna. Ne emerge una inaspettata realtà operativa, nella quale il lavoro femminile, diffuso nella Roma sei e settecentesca finanche nei cantieri edili, era definito non in base all’essere, quanto piuttosto in relazione al saper fare e a specifiche capacità individuali. Ne costituisce modello autorevole, ancorché sorprendente, il cantiere petriano, caleidoscopio vivace della pulsante energia profusa da generazioni di uomini e donne nell’edificazione della Basilica Vaticana. Nonostante il rigido organigramma curiale, la Fabbrica di San Pietro – dal 1506 istituzione preposta all’amministrazione del plurisecolare cantiere – si svela sorprendentemente aperta all’impiego di manodopera femminile, spesso collegato al sistema assistenziale offerto ai suoi dipendenti, ma non necessariamente limitato a questo.

I saggi raccolti nel volume definiscono ruoli e operato di artiste, artigiane e imprenditrici, attive nel cantiere petrino tra XVI e fine XVIII secolo, in linea con la consuetudine operativa europea documentata fin dall’età medievale, ma paradossalmente sfumata con l’avvento dell’Illuminismo e definitivamente obliterata nel primo Ottocento.

Seppur in numero inferiore agli uomini, le donne operanti nel cantiere di San Pietro, ma anche in quelli di altre fabbriche dello Stato Pontificio, pubbliche e private, godettero di un trattamento di effettiva dignità, sostanziato dalla parità economica. Questo derivò dalla rilevante affermazione del potere femminile, sostenuto ed esibito da un “matronato” diffuso, che nel Seicento romano divenne nerbo e strumento di strategie politiche e consolidamento di potere, e dal riconosciuto contributo di pittrici, scultrici e “architettrici” (si pensi ad esempio a Plautilla Bricci, 1616-1690 ca) all’arte di XVI e XVII secolo. Meno conosciuta era invece l’inclusione delle donne nei ruoli dell’edilizia e dell’artigianato, ora messa in luce nel volume curato da Simona Turriziani e Assunta di Sante, rispettivamente responsabile e viceresponsabile dell’Archivio Storico Generale della Fabbrica di San Pietro in Vaticano, con contributi di studiosi esperti di discipline complementari. Questi offrono uno sguardo inedito sull’ampio e variegato repertorio di impieghi femminili, tratteggiando al contempo un affascinante affresco della vita quotidiana all’interno del grande cantiere di ricostruzione della Basilica papale.

In passato, il lavoro femminile è stato indagato per lo più in relazione all’educazione, alla ristorazione o all’industria tessile; la presenza di donne in cantiere è stata a lungo considerata mera forma assistenziale, allorquando, alla morte del capofamiglia e in assenza di prole maschile, donne di tutte le età si trovarono a rilevare ruoli e mansioni dei congiunti. Questo volume rivela invece una diversa e più articolata realtà. Se, infatti, per lungo tempo l’identità di genere ha prevalso sull’identità lavorativa, tanto che era consuetudine parlare di “donne che lavorano” piuttosto che di “lavoratrici”, i repertori documentali petriani fanno luce su una complementare e autonoma realtà professionale, propria di valenti artigiane selezionate per le loro capacità artistiche e non in quanto eredi o mogli di impiegati defunti. Ne emerge un vivace e operoso brulicare di attività in ambiti lavorativi considerati da sempre appannaggio esclusivo degli uomini, se non altro per l’impegno fisico richiesto, ma sorprendentemente esteso anche alle più qualificate branche dell’artigianato e della produzione artistica.

Nella Fabbrica petriana operarono donne umili e donne colte; tra queste ultime, come dimostra Simona Turriziani, si distingue la stampatrice Paola Blado, moglie di Antonio, tipografo di origine mantovana attivo a Roma. Furono ingaggiate artigiane abilissime come Vittoria Pericoli e Francesca Bresciani – presentata da Assunta Di Sante e Sante Guido–, tagliatrice di lapislazzuli in grado di competere con i più grandi artisti operanti nel cantiere di San Pietro, primo fra tutti Gian Lorenzo Bernini. E ancora, sottratto all’oblio della storia, ecco riaffiorare il determinante contributo offerto da intagliatrici di legno (come Lucia Barbarossa, studiata da Assunta Di Sante), “provvisionere” patentate (Simona Turriziani), la “vetrara” Giovanna Jafrate (Nicoletta Marconi), le sorelle Palombi – titolari di “patente di ferraro” rilasciata dalla Fabbrica nel primo decennio dell’Ottocento – moderne imprenditrici la cui opera è ripercorsa da Giovanna Marchei e perfino “capatrici” di smalti necessari all’esecuzione delle decorazioni musive della Basilica, – presentate da Paola Torniai – sopportavano la fatica di molte ore di lavoro, chine sulle taglienti macerie delle antiche decorazioni costantiniane dove rovistavano con le loro dita affusolate alla ricerca delle preziose tessere di mosaico destinate al reimpiego.

I documenti petriani restituiscono anche un’altra e per certi versi più sorprendente realtà; quella del lavoro svolto da carrettiere e operaie addette alle forniture dei materiali da costruzione. Non compaiono invece le “mastre muratrici”, ampiamente documentate nei cantieri della provincia romana, quali quello seicentesco della chiesa barberiniana di Santa Rosalia a Palestrina, studiato da Nicoletta Marconi. Nel cantiere petrino, la stessa autrice svela una dimenticata realtà di fatica e sacrifici, profusi da vedove e figlie di “sanpietrini” e fornitori, di cui con coraggio rilevarono le attività, operando al pari degli uomini anche nelle mansioni più gravose, come prova l’affascinante cronaca delle quotidiane fatiche di “madonna” Pacifica de Cosciaris, Antonina de Pozzo e Marta Ponzino, tutte assegnate al trasporto su barche o con carri del prezioso travertino dalle cave di Tivoli. Seppur coadiuvate da figli e garzoni nelle manovre più pesanti, quali il carico e lo scarico dei blocchi lapidei, esse operarono attivamente e non si limitarono a ruoli di semplice amministrazione dell’attività di famiglia. Con loro, altre donne attesero alle forniture di mattoni, ferro, gesso e calce: tale Petronilla Gallina rifornì la Fabbrica di marmo e pozzolana, conseguendo successivamente all’acquisto di un cavallo da traino, anche la titolarità delle forniture di ferro e della rimozione dei materiali di risulta; Porzia Cenci e Lucrezia Citara Cianti, rilevate le attività dei rispettivi coniugi, fornirono il legname necessario alle armature e ai ponteggi per la costruzione della cupola grande.

I nove saggi contenuti nel volume sono corredati da un affascinante repertorio di immagini fotografiche riproducenti tanto le opere eseguite, quanto gli strumenti da lavoro e una selezione di documenti custoditi presso l’archivio petriano, dai quali sono state estrapolate anche le firme autografe delle donne menzionate nel volume, prova viva ed efficace del loro operato a servizio della Fabbrica. Originale e rappresentativa è anche l’immagine di copertina, disegno a biacca e punta d’argento di Lorenza D’Alessandro, che rappresenta un’intagliatrice all’opera con i suoi strumenti di lavoro.

«Silenziose protagoniste di una storia lunga tre secoli e mezzo, vissuta e trascorsa con uno spirito di autentico servizio per la Basilica Vaticana», come afferma S.E. Vittorio Lanzani nell’introduzione al volume, le donne citate in questo libro tornano a rivivere con tutta la dignità conferita loro da una vita di fatica, sofferenze e sacrifici: operaie, artigiane, mogli e madri energiche, forti nel corpo e nello spirito, guadagnano così un doveroso riscattato dall’oblio del tempo e della storia, nonché da un pregiudizio persistente che ha portato a sottovalutarne il determinante contributo per le proprie famiglie e per le opere a cui furono chiamate.