G. Capriotti, Lo scorpione sul petto. Iconografia antiebraica tra XV e XVI secolo alla periferia dello Stato Pontificio, Gangemi, 2014

 

Massa Fermana è una realtà che si definirebbe senza troppe esitazioni periferica, un Comune di meno di mille abitanti nelle Marche meridionali, nel cuore di quello conosciuto come “distretto del cappello”, con una tradizione manifatturiera e poi industriale rilevante a partire almeno dal XIX secolo. Chi avesse la ventura di recarvisi oggi troverebbe i segni di una difficile battaglia per tenere vivo un centro storico collinare che come tanti del medio Appennino ha conosciuto le difficoltà dell’emigrazione verso le città costiere nel secondo dopoguerra.

L’avventore sarebbe forse sorpreso nel sapere che, invece, oltrepassate le mura restaurate del castello e raggiunta la chiesa dei santi Lorenzo, Silvestro e Rufino, troverebbe all’interno un’importante opera di Carlo Crivelli. Si tratta della prima opera datata e firmata da Crivelli nelle Marche, il Polittico di Massa Fermana appunto, del 1468. Negli scomparti della predella, che rappresentano la flagellazione e la crocifissione, si osserva lo svolgersi di un duro tema antiebraico: l’osservatore non potrebbe fare a meno di notare come la flagellazione sia messa in opera da due ebrei, in luogo dei centurioni romani, e come quegli stessi ebrei siano raffigurati con il cerchio giallo, così come era possibile vedere effettivamente nelle città dell’Italia centrale fra Quattro e Cinquecento (pp. 97-99). Il medesimo visitatore si potrebbe chiedere cosa spinse il pittore a tessere questo filo narrativo attraverso un anacronismo voluto, così evidente per l’osservatore moderno, e attraverso un altrettanto scoperto scostamento dalla tradizione storica e dalle fonti testuali canoniche. Egli si domanderebbe quali fossero state le ragioni alla base di queste scelte pittoriche. Il risultato inevitabile di queste ultime, infatti, era di far ricadere sugli ebrei allora viventi nelle città l’onta e il disprezzo collettivo per la fustigazione e l’uccisione di Gesù. E per quale motivo venne riservata tale centalità alla rappresentazione degli ebrei?
Per tentare di rispondere a queste domande occorrerebbe chiamare in causa, tra le altre, molteplici questioni: il ruolo della committenza e della predicazione francescana (nello specifico di Giacomo della Marca), la diffusione quasi capillare della presenza ebraica nelle zone oggi corrispondenti indicativamente alle attuali Marche e Umbria, la battaglia politica e religiosa relativa al confronto spesso ruvido fra diversi modelli di organizzazione economica delle città bassomedievali, il ruolo economico importante giocato dai centri dell’Appennino, in collegamento con i porti della costa e con il sistema delle fiere adriatiche; ma occorrerebbe evocare, a un livello più generale, anche il ruolo delle immagini nella costruzione di un pensiero diffuso e dunque le modalità della ricezione da parte del pubblico cristiano (e non) delle opere d’arte, nonché la pervasività di alcuni temi forti come la legittimazione e il ruolo degli ebrei nella civiltà urbana italiana nell’età bassomedievale e oltre.

Si tornerà a breve su alcuni di questi punti. Il bel libro di Giuseppe Capriotti che qui si recensisce (Lo scorpione sul petto. Iconografia antiebraica tra XV e XVI secolo alla periferia dello Stato Pontificio, Gangemi, Roma 2014, in cui l’Autore riprende e rielabora anche saggi già precedentemente apparsi) ha il merito di prenderli in carico in maniera coerente e sistematica, ricostruendo la genesi e il contesto di realizzazione di alcune opere di soggetto antiebraico nell’Italia centrale tra Quattro e Cinquecento. Ciò che non va per ora tralasciato è che la raffigurazione degli ebrei di epoche passate come se fossero ebrei contemporanei all’artista, magari all’interno di soggetti biblici per lo più di derivazione evangelica, non è un apax fermano. A Spello, nella Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio, eseguita da Pintoricchio nell’allestimento della Cappella Baglioni nel 1501, i riferimenti agli ebrei, o a una certa immagine degli ebrei, facilmente comprensibili per i contemporanei, sono molteplici. Vediamo più da vicino. Innanzitutto Pintoricchio collocò l’episodio nella piazza, contrariamente a una tradizione iconografica consolidata, che incorniciava la vicenda all’interno del Tempio. In questo caso, invece, il luogo sacro degli ebrei compare nello sfondo e con le sembianze di un edificio rinascimentale. L’artista sembra quasi suggerire, dunque, la trasformazione e la vittoria della Chiesa sulla Sinagoga e probabilmente – sempre secondo quanto argomenta Capriotti – evocare le dispute teologiche fra cristiani ed ebrei che si erano svolte pubblicamente in Europa (si ricordino quelle celebri di Parigi nel 1240, di Barcellona nel 1263 o quella più recente e carica di conseguenze negative per il Talmud e per le comunità ebraiche spagnole di Tortosa nel 1413-4). Inoltre, la borsa presente nella raffigurazione di un ebreo poteva senza troppa fatica richiamare alla mente dell’osservatore dell’epoca la scarsella del prestatore, del titolare della condotta di banco. Proprio contro costoro, nelle città dell’Umbria, si svolgevano le prediche degli osservanti. L’esito complessivo di tali segni iconici era quello di favorire una sorta di identificazione, o quanto meno sovrapposizione fra ebrei immaginati ed ebrei reali, fra ebrei delle scritture ed ebrei abitanti nelle medesime città in cui le opere venivano esposte (pp. 108-111).

Se gli ebrei erano raffigurati nella foggia dei medesimi che passeggiavano per le mura cittadine, che finivano dunque per raccogliere il disprezzo proveniente dalle raffigurazioni, anche il procedimento in una certa misura inverso poteva essere messo in atto: l’odio rituale, che spesso trovava momenti di reale violenza fisica contro gli ebrei, nelle cosiddette «sassaiole sante» del periodo pasquale, aveva un suo doppio metaforico nell’azione di sfregiare gli ebrei ritratti nelle immagini. Questo è proprio quello che accade, per esempio, nella Dormitio Virginis di Olivuccio di Ceccarello, conservata ora ad Ancona ma proveniente da un piccolo Comune poco distante, o nella Decorazione absidale della Chiesa di San Giovanni Battista di Vallo di Nera, non lontano da Spoleto, eseguita da Jacopo Siculo nel 1536 (pp. 47-57).

La sorpresa, pertanto, per l’avventore inizialmente ignaro, termina qui. Massa Fermana, Caldarola, Sassoferrato, Vallo di Nera, Spello, persino la piccola Sirolo, nella provincia anconetana (come risulta dalla analisi della appena ricordata Dormitio Virginis), e centri di maggiore e notoria rilevanza come Perugia, Urbino o Ancona sono località oggi minori e variamente periferiche, ma che ricoprirono invece tra basso medioevo e prima età moderna un ruolo non trascurabile. In particolare, esse furono il teatro, non certo esclusivo, in cui si andò defininendo l’elaborazione della dottrina cristiana in materia di organizzazione economica cittadina. Tra gli altri, sono proprio questi luoghi che costituirono l’ambiente in cui si esercitò la predicazione degli Osservanti, tesa alla promozione, per esempio, dei Monti di pietà. Si è di fronte a temi ampiamente indagati dalla storiografia degli ultimi anni e che Giuseppe Capriotti utilizza come base di riferimento, in particolare gli studi di Viviana Bonazzoli, Mauro Carboni, Anna Esposito, Maria Giuseppina Muzzarelli, Ariel Toaff, Giacomo Todeschini, per non citare che alcuni autori, ben presenti a Capriotti.

Il percorso che l’Autore indica in questo volume non è tuttavia un itinerario geografico, che sarebbe comunque stato altrettanto legittimo (come afferma lo stesso autore e come confermato dal recente G. Capriotti, C. Ferrara, Immagini e antigiudaismo. Sette “città antiebraiche” nelle Marche, in «Marca/Marche», n. 3/2014, pp. 81-116), bensì essenzialmente tematico. Da un lato, vi sono i problemi teologici al centro del dibattito religioso dell’epoca che ebbero esiti iconografici importanti (l’assunzione di Maria in cielo e il destino del suo corpo, per esempio); dall’altro, le questioni di rilevante interesse cittadino di cui si poteva far promotore un ordine, una congregazione, una confraternita, una famiglia al potere, o che aspirava raggiungere o riprendersi quel potere locale. Quella che emerge è una fitta trama di relazioni tra situazione particolare (di qui il necessario ritorno al contesto geografico di riferimento, ma solo in via secondaria) e grandi questioni dottrinarie, in cui la presenza dell’ebreo risulta centrale e da cui si ricava la pervasività e la rilevanza di tali tematiche nella vita pubblica cittadina.

A questo proposito, conviene soffermarsi ancora un poco sul concetto di periferia. Mai come in questo caso i termini pittorici o rigorosamente (e solamente) stilistici sono lontani dall’esaurire il potere euristico delle immagini. Periferia o arretratezza stilistica non vanno di pari passo con arretratezza dell’elaborazione filosofica o politica. Anzi, tra i «centri di sperimentazione» dei presupposti teorici dell’economia civile e francescana – per quanto sia lecito discutere forme e termini della relazione di questi paradigmi con le moderne forme di circolazione e di organizzazione economica nelle società moderne e capitalistiche – si rivelarono proprio le regioni dell’Italia centrale. La già ricordata battaglia per la diffusione del Monte di pietà e per il contrasto al credito e agli stanziamenti ebraici, così come l’avversione alla commistione quotidiana fra ebrei e cristiani, animavano un dibattito acceso e inedito. La presenza in questa area di immagini volte a promuovere e sostenere la diffusione dei Sacri Monti, sovente con motivi espressivi considerati arcaici, se valutati da un punto di vista esclusivamente stilistico, rivela invece l’inquietudine di una committenza intenta a trovare un linguaggio comprensibile per contenuti non scontati e ancora in via di elaborazione, o quanto meno frutto di una campagna di convincimento. In questo senso Capriotti ha buon gioco a mostrare, sulla scorta dell’analisi ravvicinata della xilografia La figura della vita eterna tratta dall’opera di Marco da Montegallo, La Tabula della salute, Venezia 1494, della Madonna del Monte di Caldarola, eseguita da Lorenzo di Alessandro da San Severino Marche (1491), della Madonna dei Raccomandati di Perugia, eseguita da Giovanni Boccati (fra il 1470 e il 1475) e della Madonna del Monte di Massa Fermana, eseguita da Vittore Crivelli (di più difficile datazione, ma coeva a quella di Caldarola), come «lo schema centro-periferia» sia stato «inteso erroneamente come invariabile rapporto tra innovazione e ritardo» e come invece la «semplificazione del linguaggio figurativo» sia da spiegare piuttosto con il «recupero di costrutti arcaizzanti e antiprospettici, considerati evidentemente più efficaci e funzionali alla leggibilità dell’immagine di culto» (pp. 38-39).

Le immagini sono dunque un terreno di studio, una fonte storica privilegiata. Studiare le concezioni che ne stanno alla base più che gli stili di realizzazione: questo è ciò che interessa all’Autore, ovvero, come egli stesso dichiara, «comprendere come gli ebrei e l’ebraismo fossero guardati, interpretati e in un certo senso “inventati” dalla prospettiva delegittimante cristiana» (p. 15). Alcuni riferimenti autorevoli (Aby Warburg, Chiara Frugoni, Carlo Ginzburg, Ottavia Niccoli, ma anche Bernhard Blumenkranz, pure in questo caso per richiamare solo i più utilizzati) sono esplicitamente chiamati in causa da Capriotti. L’Autore rivendica la rilevanza di questa fonte per tracciare l’evoluzione controversa, non lineare, di alcune convinzioni e idee politiche o economiche. Idee che venivano formulate, promosse o discusse all’interno del mondo cristiano o di sue articolazioni particolari. Inoltre, per tale via di ricerca e sempre incrociando l’immagine dell’ebreo riflessa nell’arte cristiana, egli intende mostrare quali fossero le fonti iconiche e letterarie degli artisti che eseguivano le opere, come dei committenti che le ordinavano. Allo stesso tempo, Capriotti finisce per ricostruire, seppure in maniera a volte inevitabilmente frammentaria, la fortuna di alcune tradizioni letterarie, non di rado non ufficiali o nel corso dei secoli messe in discussione dalle stesse autorità ecclesiastiche. Allo stesso tempo emergono le relazioni esistenti fra i testi canonici e quelli circolanti al di fuori del recinto protettivo della tradizione ufficiale – ma non necessariamente proibiti – come il vero e proprio best seller dell’epoca che fu la Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

In questo percorso l’immagine degli ebrei appare inscindibilmente connessa all’elaborazione interna al mondo cristiano. Si tratta di una connessione che avviene nella maggior parte dei casi per via oppositiva, per rovescio, per contrasto: il mondo ebraico appare lo specchio e il modello negativo del mondo pensato e promosso dalle personalità cristiane e in particolare da quelle più combattive, a loro modo innovative e intransigenti come gli esponenti degli Osservanti.

Uno sguardo, benché rapido, ai contenuti del volume aiuterà a illustrare meglio il quadro tratteggiato dall’Autore. Nel primo capitolo viene definito l’oggetto della ricerca, ovvero le varie accezioni che l’iconografia e la pittura antiebraiche possono sottintendere. Vengono indagati in particolare i nessi con la «pittura infamante» e le implicazioni che ciò comportava, comprese le modalità deformanti di identificazione dell’ebreo. La mostrificazione è un carattere che completa l’iconografia dalla prospettiva cristiana. Non vi erano solamente, dunque, i tratti che suggerivano la sovrapposizione dell’immagine con gli ebrei contemporanei, che sono stati intravisti a Massa Fermana e a Spello (la scarsella, la rotella gialla, gli abiti), ma che non si avrebbe difficoltà a rintracciare anche in altre opere. Al loro fianco compaiono i segni dell’identificazione stereotipica (il naso adunco, la deformazione del volto, il simbolo dello scorpione, il colore giallo). Dopo aver analizzato la diffusione e le forme della promozione del Monte di pietà attraverso le immagini (capitolo secondo), la trattazione affronta il tema della sorte del corpo di Maria (capitolo terzo), della disputa dei dottori con Gesù al Tempio (capitolo sesto), dell’iconografia della leggenda della «vera croce» (capitolo settimo). In questo percorso l’Autore tratta anche temi più direttamente antiebraici, come l’accusa di deicidio nella raffigurazione della passione (capitolo quinto) e la profanazione dell’ostia di Paolo Uccello nel progetto complessivo dell’altare del Corpus Domini di Urbino nel capitolo quarto. Si tratta di un classico della storiografia in materia, quest’ultimo, su cui non si apportano elementi nuovi, ma di cui si ricostruisce il conflitto delle interpretazioni, dando rilevanza particolare al ruolo di Federico da Montefeltro nella costruzione iconografica del Corpus Domini (p. 69). Il capitolo conclusivo, l’ottavo, è infine consacrato all’iconografia del presunto martirio di Simonino da Trento e la sua diffusione precoce nell’area umbra, prima a Spoleto e poi a Perugia.

Nel ricostruire i vari passaggi che portavano alla realizzazione di un'”opera antiebraica”, pur all’interno di una molteplicità di variabili dipendenti volta per volta da situazioni peculiari, Capriotti sembra identificare un procedimento che potrebbe essere definito quasi ricorrente o di cui comunque l’Autore si sforza di ricostruire il funzionamento di base. I punti di origine potevano essere individuati in un dilemma di ordine teologico interno al mondo cristiano, variamente combinato con il passaggio nei luoghi di committenza di un predicatore particolarmente virulento. L’Autore cerca poi di connettere in maniera organica e funzionale questo retroterra con l’accensione di uno specifico e contestuale clima ostile, o di suo improvviso e circostanziato peggioramento verso gli ebrei del luogo. Tale indagine, condotta con scrupolo e acribìa, si rivela convincente, per esempio nel caso di Perugia (p. 83). In altri casi, pure opportunamente segnalati dall’Autore, il legame o il motivo scatenante contestuale appare più sfumato o incerto: questo è il caso per esempio della Dormitio Virginis di Olivuccio di Ceccarello, conservata ora nella Pinacoteca civica “F. Podesti” di Ancona, o del Trittico della Pieve di Luca di Paolo a Matelica. Lo scorpione sul petto, a cui si possono rivolgere interessi storiografici ad ampio spettro (storia delle religioni, storia degli ebrei, storia dell’arte), ha dunque il merito di mostrare la relazione stretta esistente fra questioni di rilevanza generale e teologica con elementi dell’organizzazione della vita quotidiana, locale, scegliendo come punto di osservazione quello della percezione del mondo ebraico da parte cristiana. Emerge la trama di relazioni esistenti fra mondo ebraico e mondo cristiano nelle città, tale da far diventare l’immagine degli ebrei un elemento imprescindibile e – seguendo il pensiero dell’Autore – innegabilmente connesso con la costruzione rovesciata, di specchio negativo del mondo cristiano, concezione che aveva in effetti fondamenta ben solide sin da Agostino e Paolo di Tarso.

L’attenzione peculiare, presente nelle opere e nella loro analisi, dedicata all’ebreo prestatore e traditore, figura vituperata e combattuta, rivela la determinazione del mondo cristiano per la battaglia contro il credito ebraico. Essa contribuisce a spiegare la formulazione dello stereotipo dell’ebreo infido, attaccato al vile denaro, per ottenere il quale è pronto a vendere il bene molto più prezioso del Messia. Tale scelta di indagine non dovrebbe far dimenticare, ad ogni modo, che la figura dell’ebreo prestatore, pur rilevante e centrale nell’Italia bassomedievale e rinascimentale, non esaurisce la ricchezza del ventaglio delle attività economiche svolte dagli ebrei, e che il posto del mondo ebraico non si esauriva in maniera passiva come termine di costruzione del pensiero teologico cristiano (Rimando solo a G. Todeschini, Teorie economiche degli ebrei alla fine del Medioevo. Storia di una presenza consapevole, in «Quaderni storici», n. 52 (1983), pp. 181-225; Id., Stereotipi antisemiti: il serbatoio e il ghiacciaio. A proposito di un seminario italo-francese di studi – Roma, 31 maggio-1° giugno 1997, in «Zakhor», II-1998, pp. 157-166). Le storie ricostruite da Giuseppe Capriotti, in un libro importante per comprendere la più ampia storia complessiva dei territori “periferici” dello Stato della Chiesa, corredato da apparati figurativi pregevoli, sono storie e immagini che dialogano continuamente con i testi, che si configurano a loro volta come fonti, mezzi di diffusione di iconografie, beni di valore, oggetto di discussione e di controversia aspra e radicale. Di questa storia, le immagini sono un elemento di cui non si può non tenere conto.