Lucio Magri, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, 2009

“Il Pci è morto da tempo, eppure l’Italia tanto bene non sta”. Nell’aforisma della quarta di copertina è racchiuso il tema del libro: la storia definitivamente chiusa di un partito politico che ha contribuito allo sviluppo democratico della storia nazionale, inserendovi le istanze delle classi popolari. L’attenzione è concentrata sul periodo che va dalla svolta di Salerno al congresso di Rimini del 1991, ritenendoli due eventi in grado di delimitare e mostrare la peculiarità politica e culturale di quella comunità d’intenti.

Prima di entrare nel vivo del tema, Lucio Magri, tratta sinteticamente ma efficacemente, con l’eloquente titolo di “Eredità”, la precedente esperienza del movimento operaio europeo sino alla Seconda Guerra Mondiale. Nel primo capitolo vengono affrontate rapidamente alcune questioni che l’autore ritiene necessario analizzare perché pensa che su questi temi la memoria dei vincitori abbia prodotto delle distorsioni come, ad esempio, la questione del “Patto di non aggressione” con la Germania nazista stipulato dall’URSS. Egli condivide la tesi della necessità di quella scelta, non nell’aspetto di ineluttabilità rispetto ad un pericolo contro cui si voleva temporeggiare, quanto, piuttosto, rispetto agli effetti che quella decisione produsse. L’Unione Sovietica non divenne vittima isolata dell’aggressività nazista ma venne invasa “come parte di una grande coalizione, militarmente adeguata”.

Nelle stesse pagine viene affrontata la questione del potere sovietico ritenendo che monopartitismo, limitazione delle libertà, polizia segreta e autoritarismo non fossero delle caratteristiche inscritte nell’ideologia che aveva dato vita a quella esperienza, ma causa di condizioni oggettive a cui quel potere aveva dovuto dare risposta. La guerra civile, con tutto il corollario di militarizzazione della società e di caos produttivo, l’esaurirsi della possibilità della rivoluzione in occidente, consentirono l’affermazione della linea incentrata nella difesa e sviluppo della Rivoluzione nella sola Russia. Nella condizione di totale isolamento internazionale in cui si trovò il giovane Stato, grande attenzione venne posta alla ricerca del nemico da qui, l’identificazione di ogni dissidenza come una minaccia interna perché eterodiretta dall’esterno, il passo è breve. Si sviluppò, quindi, la repressione degli oppositori (anche se solo supposti o potenziali) e l’esercizio del terrore che negli anni Trenta, secondo Magri, andò oltre ogni base razionale, costituendo infine un sistema perverso, autonomo e circolare di lotta contro nemici immaginari, ma dagli effetti terribili. Le stesse vittime di quel terrore, spesso comunisti di provata fedeltà, ancora molti anni dopo giustificavano quelle pratiche come necessarie alla tutela dello Stato nato dalla rivoluzione.

Quello della forma del potere sovietico è un tema dirimente che attraversa il libro, e non poteva che essere così, sia perché il Pci trovava la propria origine nella rottura rivoluzionaria che lì era stata realizzata, sia perché i successivi rapporti, conformista quello con il movimento comunista internazionale e dialettico quello con il Pci, malgrado l’oggettiva diversità, determineranno comunque il coinvolgimento di quei soggetti nella crisi e nella caduta del socialismo reale. L’autore tenta di comprendere se la disfatta storica e inequivocabile del movimento comunista internazionale sia stata la sconfitta di un sistema, incapace di riformarsi, o la presa d’atto della fallibilità delle idee propugnate dai comunisti. Per raggiungere questo risultato, la cartina di tornasole, è rappresentata proprio dalla storia del Pci. Un partito la cui ortodossia era in rapporto dialettico con la consapevolezza di svolgere una funzione di partito nazionale e la volontà di costruire un proprio ed originale percorso.

In quest’ottica sono inseriti i due interventi sovietici del 1956 e del 1968. Uguali negli esiti, la normalizzazione di Ungheria e Cecoslovacchia, essi si differenziano sia per i motivi dell’intervento sovietico che per il giudizio su di essi dato dal Pci. Per quanto riguarda la protesta ungherese Magri stigmatizza la posizione di Togliatti che la considerava una controrivoluzione tout court, nello stesso tempo è critico anche con quelli che allora condivisero le ragioni dell’intervento e che oggi, nei fatti ungheresi, vedono solo la repressione di un organizzato movimento democratico. Questi affermano che già da allora, il Pci, avrebbe dovuto rompere con il Pcus e con il movimento comunista internazionale. L’autore del libro ritiene che questa posizione, dovuta alle distorsioni create dalla memoria dei vincitori, sia fallace, poiché l’ansia di rinnovamento che aveva investito l’Ungheria si era trasformata rapidamente in una jacquerie. Per Magri, quindi, il Pci non poteva non solidarizzare con quell’intervento teso a riportare un ordine che sostanzialmente, grazie al XX Congresso ed al rapporto segreto di Crusciov, sembrava fosse sulla punto di essere trasformato e rinnovato. Poco più di dieci anni dopo le vicende di Praga si svilupparono in un contesto completamente rovesciato. L’ordine che si volle restaurare fu ancora una volta quello dello Stato guida, ma ciò avvenne perché il potere sovietico ebbe il timore che il rinnovamento del socialismo, che là si stava cercando di realizzare, potesse avere successo con possibili conseguenze sulla dottrina Breznev. La condanna di Longo rispetto all’intervento fu netta, al contrario, il Pci mostrava apprezzare il tentativo di Dubcek. La posizione critica, in grado di offrire un supporto ai tentativi di rinnovamento del comunismo, venne però depotenziata per rispondere ai dubbi che su tale scelta avanzavano autorevoli dirigenti, i quali ritenevano necessario mantenere una solidarietà di campo e la fiducia con l’URSS. L’episodio portò progressivamente alla nascita di relazioni “diplomatizzate” tra comunisti italiani e sovietici per questo motivo, sostanzialmente, negli anni ’70, non furono visibili all’esterno effettive divergenze.

In tale contesto, per Magri, la scelta di radiazione del gruppo del Manifesto, che propugnava un’analisi di crisi di sistema anche nei paesi dell’Est, fu una delle cause che impedì al Pci di poter avere al suo interno sia le risorse che avrebbero potuto essere di giovamento sul piano dell’immagine, sia quelle utili ad affrontare il difficile passaggio degli anni ’70. Sulla questione della radiazione del gruppo del Manifesto Magri sorvola, confermando unicamente che Berlinguer ne avrebbe fatto a meno. L’autore considera quell’evento la coda degli esiti dello scontro tra le posizioni di Ingrao e di Amendola all’XI Congresso, che si concluse con la sinistra interna fortemente ridimensionata e tacitata. Una scelta che impedì al Pci di avere risorse che potessero cogliere appieno le potenzialità del movimento del ’68, in grado di avviare un’interlocuzione che sviluppasse alcune istanze che questi poneva. Per Magri, l’assenza della critica esplicita del sistema sovietico, oltre l'”errore” di Praga, e la sostanziale incomprensione del ’68 da parte dei vertici del gruppo dirigente, furono gravi sviste che impedirono, da una parte, la possibilità di stimolare il dibattito ed il rinnovamento nel movimento comunista internazionale, e dall’altra non consentirono di cogliere le nuove sollecitazioni che il movimento offriva, in grado di vivificare l’idea del comunismo. Malgrado ciò l’autore ritiene che in Italia vi fossero le condizioni affinché il Pci non venisse travolto dal crollo del comunismo identificato nel sistema Sovietico. Riconosce poi a Berlinguer, di cui critica a fondo la scelta del “Compromesso storico” con il corollario dei governi di “Solidarietà nazionale”, di aver tentato di ricostruire una politica antagonista ai partiti di governo, avviando la realizzazione di una diversa strategia che, non compresa o rifiutata, trovò parte del vertice del Pci impegnato a opporvisi con una resistenza non eclatante ma non meno forte. Magri ritiene che Berlinguer cercasse di sviluppare un nuovo percorso identitario che recuperasse il conflitto di classe (vicenda Fiat del 1980 e lotta al decreto sulla scala mobile), ponendo la questione morale come critica di un sistema politico che da strumento della democrazia si era trasformato in puro sistema di potere. Infine, onde rimarcare gli sviluppi già conseguiti nel campo delle relazioni internazionali, Berlinguer scelse di impegnarsi in una linea di pacifismo attivo che prendeva le distanze dai due blocchi con la richiesta di un disarmo bilaterale. Su queste scelte si svilupparono la condanna dell’invasione dell’Afghanistan nel 1979 e la rottura con l’URSS sulla questione polacca del 1982.

Quando Occhetto fu eletto segretario tutti erano concordi che il Pci non potesse rimanere fermo, tra le risorse che ancora erano disponibili e utilizzabili vi era il percorso tracciato dalla “svolta di Berlinguer” nei primi anni ’80, ma le decisioni, come si sa, furono altre…

Il Sarto di Ulm è il tentativo di dare una risposta alla domanda se la scelta di estinguere il Pci fosse ineluttabile. L’autore ritiene di no e lo dimostra affrontando i motivi per cui allora tale opzione prevalse. Come il sarto che pensava di poter volare, e invece morì nel suo tentativo, aprendo però la strada alla possibilità effettiva del volo dell’uomo, così per Magri, la sorte contingente del Pci non pregiudica la possibilità che quelle idee possano infine prevalere.

Il libro, scorrevole e dettagliato, non è una narrazione cronologica degli eventi di quegli anni. La storia del Pci viene esposta per nuclei di interesse, individuando punti che l’autore ritiene fondanti dello sviluppo successivo. In tal modo Magri, che non è uno storico, affronta la ricostruzione del Pci con l’obiettivo di individuare quali dei paradigmi culturali e politici del partito potessero fornire strumenti utili su cui avviare una ricostruzione della sinistra.

Si nota una cesura tra ciò che avvenne prima e dopo il diretto impegno politico dell’autore. La storia precedente è ritenuta, in modo prevalente, quasi tutta inevitabile, rilevandone l’oggettività delle condizioni date con l’assunzione di un giudizio giustificazionista dello sviluppo degli eventi. Man mano, però, che si procede verso periodi storici di cui l’autore è stato attore, la scelta metodologica che prevale è quella di una storia controfattuale. Non una storia fatta di se, ma lo strumento necessario per comprendere, in base alle idee già presenti a quei tempi, le potenzialità che potevano realizzarsi ma che non si realizzarono e cogliere così se vi fossero delle alternative alle scelte effettivamente compiute.