INTERVISTA ESCLUSIVA L’Arte che incontra la Storia – Eliseo Sonnino live per Paratissima 2015

 

Il tema dell’undicesima edizione di “Paratissima” sarà “Ordine e Caos”. In che modo pensa di riuscire a svilupparlo nella sua opera?

Appena è nata l’idea di partecipare a Paratissima e conosciuto il tema di quest’anno ho avuto la sensazione che fosse stato fatto apposta per me. È un tema che trovo molto attuale, viviamo in un mondo frenetico e apparentemente ordinato; questo ordine però è solo parte di un grande caos nel quale la nostra società vive. Un artista in qualche modo rappresenta il tempo nel quale vive e io sento particolarmente vicino alla mia sensibilità questo modo di esprimere la realtà. L’opera apparirà come una contrapposizione di aspetti definiti e indefiniti, ordinati e caotici.

Ho scelto di mostrare questi archetipi di ordine e caos all’interno di vicende storiche che hanno toccato in modo forte il nostro Paese, nello specifico cercando di affrontare il tema delle lotte di Liberazione in Italia. Lo farò creando, attraverso i colori, uno scontro, una lotta dinamica di forze tesa a dimostrare alla fine una bellezza, un’energia che sia di rinnovamento.

Che tipo di tecnica utilizzerà nella realizzazione e che dimensioni avrà l’opera?

Andrò ad unire due tecniche, a farle dialogare tra loro. L’opera vivrà anch’essa di ordine e di caos, nel senso che verrà realizzata in due momenti. In un primo momento utilizzerò la tecnica della pittura a spray e sopra questa base interverrò con delle forme realizzate a pennello. In corso d’opera valuterò se intervenire una seconda volta con lo spray o meno, ma in sostanza le due tecniche sono queste e si alterneranno. La scelta delle due tecniche è guidata anch’essa dal tema della manifestazione: la tecnica a spray rappresenta la parte più “caotica” dell’opera, mentre quella a pennello la parte più “ordinata”. Le dimensioni totali saranno di circa tre metri per un metro, non sarà costituita però da una tavola unica ma da tre pannelli di legno uniti tra loro, questo per rendere più facile il successivo spostamento ma anche per dare dinamicità all’opera stessa.

Cosa l’ha spinta a scegliere la Liberazione?

Trovo importante usare l’arte per toccare delle tematiche che hano segnato i nostri tempi e che tuttora incidono, a volte anche in modo inconsapevole, nella storia e nella vita di tutti. A volte le parole non bastano a raccontare eventi del genere. Sono avvenimenti ai quali spesso non viene data la giusta importanza, il giusto riconoscimento degli sforzi fatti per uscire dall’occupazione che ha schiacciato il nostro Paese. Penso che le lotte di Resistenza e tutte le persone che si sono battute in quegli anni vadano ricordate.

L’evento della Seconda Guerra Mondiale e della Liberazione sono in qualche modo legate alla sua biografia? Leggendo “La Punizione che diventò Salvezza” [S.H. Antonucci, M. Ferrara (a cura di), Forum Editrice, 2014. Recensione in Giornale di Storia] è questa l’idea più immediata che ci si pone davanti alla sua nuova iniziativa. È corretto vederla così o ci sono altre motivazioni? Le andrebbe di spiegarle?

Si, quello che mi ha spinto, tra le altre cose, sono state anche varie vicende personali, mie e della mia famiglia, a partire dal vissuto di mio padre [Il padre e lo zio di Eliseo Sonnino, rispettivamente Eugenio e Giacomo, scamparono al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 Ottobre 1943 e grazie all’aiuto del Professor Giuseppe Caronia, pediatra e infettivologo, furono ricoverati sotto falso nome nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico Umberto I di Roma, dove rimasero, insieme ai genitori, fino alla fine dell’occupazione nazista. (n.d.r.) ]. Ho sempre sentito un forte legame con questo periodo, e penso che vada ulteriormente trattato. La mia ricerca artistica è, in linea di massima, più estetica che narrativa, legata alla purezza delle forme e alla forza di immagini nuove. Credo però che ogni artista come ogni persona porti con sé una storia e in qualche modo questa storia, anche inconsapevolmente esce fuori.

Pensa che l’arte possa costituire un nuovo mezzo per la divulgazione storica?

Credo che l’arte sia sempre un mezzo di divulgazione storica e penso che l’opera che andrò a realizzare ne sia un esempio. Siamo in un momento storico in cui l’arte sta perdendo la sua capacità di trasmttere messaggi forti, a volte diventa solo decorazione, abbellimento. La Storia è qualcosa che ci avvolge tutti, ci accomuna. È un terreno di incontro, e a volte di scontro, e penso che l’arte debba essere in grado di saperla raccontare.

Passando ora alla modalità di realizzazione dell’opera. Lei ha scelto di realizzarla live piuttosto che esporre il lavoro concluso, è questo un modo per riavvicinare il fruitore dell’opera al processo creativo oltre che al risultato o il motivo è un altro?

Si ritorna alla tematica di ordine e caos. Credo che realizzarla live possa trasmettere maggiormente l’energia di un’opera. Inoltre penso che sia il modo migliore per far compredere il senso del caos ovvero il momento della realizzazione e l’ordine dell’opera conclusa. Certamente è un modo per riavvicinare il pubblico al processo creativo, questa modalità permette di confrontarsi direttamente con gli spettatori dunque chi visiterà la manifestazione non sarà un semplice fruitore ma parteciperà in un certo senso alla realizzazione dell’opera.

Cosa si aspetta? Non teme di essere in qualche modo distratto dal flusso di persone?

È un’esperienza che vivo positivamente. Certamente ci saranno momenti che richiederanno maggiore concentrazione e dovrò cercare di non farmi distrarre troppo, ma sono felice di partecipare in questo modo, facendo vivere l’opera sul momento e allo stesso tempo avere la possibilità di confrontarmi e dialogare con il pubblico.

Per concludere: per lei l’arte è didattica o terapeutica? O entrambe?

Penso entrambe. Può essere didattica perché anche se non racconta la Storia, un’opera d’arte di per se racconta una storia o più storie. Penso che studiare e entrare in un’opera d’arte sia una delle cose più affascinanti che esistano, e non lo dico da artista ma da fruitore e appassionato di arte. Ricollegandomi alla domanda precedente, nel mio caso l’opera che andrò a realizzare potrebbe anche essere un esempio di didattica della tecnica pittorica oltre che della Storia in quanto la realizzazione dal vivo permette di osservare anche come viene eseguita l’opera. L’arte è didattica anche perché permette di scoprire un mondo e di rivedere se stessi. Ed è in questo caso che diventa terapia: credo che ognuno guardando un’opera d’arte faccia una sorta di viaggio. Entrando dentro l’operato di un artista si entra dentro parti di sé che a volte non si conoscono. È questa la bellezza, la magia, il mistero dell’arte. Perché un artista ci piace più di un altro? Perché è in grado di stimolare la nostra sensibilità, di toccare corde che forse neanche sapevamo di avere e ci permette di trovare delle risposte o porci nuove domande che ci permettono di crescere. È questa la terapia.

Dal punto di vista dell’artista invece la terapia sta nella possibilità di tirare fuori tutto quello che si ha dentro, energie negative e positive. È quasi catartico, la realizzazione di un’opera è la catarsi dell’artista. È tanto un perdersi dentro se stessi quanto una ricerca razionale atta a creare un percorso.

L’opera passerà alla storia grazie ad un contributo “corale”. Eliseo Sonnino, infatti, ha finanziato il materiale per la realizzazione e l’installazione dell’opera. Paratissima ha messo a disposizione gli spazi e Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso, ha collaborato in tutto il processo.